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Stefano Allievi / Islam italiano
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Dell'Occidente islamico
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di Emanuele Di Nicola
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Stefano Allievi
Islam italiano
Edizioni Einaudi,
272 pp.
13,50 euro
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“L’Islam ci è sconosciuto o quasi, o ci è
conosciuto per discutibili approssimazioni”. E’ questo il punto di
origine dell’opera di Stefano Allievi, docente di Sociologia
all’Università di Padova; un testo che si svincola orgogliosamente
da ogni forma di indagine ufficiale, per condurre un’inchiesta
personale meticolosa ed intimista. “Oggi non possiamo parlare di
Islam e Occidente. Oggi
l’Islam è in Occidente. E
sta nascendo un Islam già d’Occidente,
già frutto di questo nuovo innesto”: partendo dalla presa d’atto
di questa evoluzione, recentemente innescata e tuttora in corso, il
libro di Allievi è soprattutto un viaggio. Egli percorre la nostra
cartina geografica, dalla Sardegna fino alla Valle d’Aosta;
intraprende senza fretta la ricerca dell’Islam “ufficiale”,
fatto di moschee e vicende istituzionali, per poi contrapporlo ad un
sottobosco pressoché invisibile. Soltanto il 5% dei musulmani
italiani frequenta infatti una moschea; la stragrande maggioranza, una
sorta di “popolazione reale”, trascorre un’esistenza individuale
sfuggendo ad ogni catalogazione. Per incontrarli, aprire un dialogo,
raccontarli, Allievi imbocca il sentiero dell’esperienza diretta; è
così che l’affresco storico si alterna al racconto della vita di
strada, le invasioni saracene che costellano la storia siciliana
vengono coniugate ai drammatici sbarchi clandestini di Lampedusa.
I numeri dell’Islam italiano si attestano
intorno al milione; come spiega Allievi, questa è
un’interpretazione necessariamente approssimativa e controversa,
viziata da un annoso problema di rappresentanza. Diverse associazioni
ne rivendicano il monopolio religioso: l’Ucoii (Unione Comunità ed
Organizzazioni Islamiche Italiane), la cui sezione giovanile si
ritrova nell’Usmi (Unione degli Studenti Musulmani), la Coreis
(Comunità Religiosa Islamica), composta esclusivamente da italiani
convertiti, l’universo delle Confraternite (comunità di
condivisione e di culto, soprattutto di ceppo senegalese) ed il
recente Centro Culturale della Moschea di Roma.
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Quest'ultima si guadagna un’attenzione
particolare: inaugurata nel 1995 dopo un ventennio di lavori, è
indicata da Allievi come il massimo esempio dell’Islam di facciata,
meramente istituzionale, destinato a rimanere sulla carta. “Una
moschea socialista”, secondo il sociologo: il progetto della sua
costruzione risale infatti al governo Craxi, in un tentativo di
rilassare i rapporti con gli Stati arabi (Arabia Saudita in prima
fila) dopo il drammatico shock petrolifero del 1973. L’autore non
risparmia un giudizio netto: “una storia di ordinaria piaggeria, di
servilismi politici, di scambi di favori tra potenti ed aspiranti
tali”. L’estrema frammentazione pone anche un problema
istituzionale: la comunità
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islamica non è in grado di trattare
con lo Stato italiano per la ratifica di un’Intesa (art.8
della Costituzione) a causa della sovrabbondanza di bozze e proposte,
rimanendo esclusa dal meccanismo dell’otto per mille. Per Allievi
“la domanda di riconoscimento dello Stato è in realtà domanda di fondazione
istituzionale della comunità, e dunque di legittimazione dei suoi
promotori”: ancora una volta uno dei tanti giochi di potere, contro
i quali la prosa dello studioso conduce una personale crociata.
Attraversando le province della penisola, il libro affronta le
questioni secolari della religione islamica (il rispetto del Corano,
l’alimentazione, la condizione della donna) e disegna una forte
virata sul sociale: l’autore confuta la tesi di Huntington, saggista
dell’ormai celebre Lo scontro delle civiltà (“un libro (…) dal titolo fortunato e
dal contenuto vagamente sciagurato”), abbracciando la strada del
dialogo e dell’integrazione. La sua polemica si concentra su un
certo mondo intellettuale e la sua impostazione mentale: da Oriana
Fallaci (cui Allievi ha risposto accuratamente in una sua opera
precedente: La tentazione della
guerra) fino al cardinale Biffi di Bologna, che nel 1999 chiese
allo Stato di fermare i musulmani alla frontiera, permettendo
l’entrata soltanto ai cristiani di altri paesi. Tra le pagine
sfilano una serie di esempi da non seguire, imputati dall’autore al
“clericalismo dei politici italiani (pericolosamente in crescita,
man mano che se ne indebolisce la fede)”: è il caso di don Gianni
Baget Bozzo, pronto a tuonare contro l’invasione islamica dalle
colonne de Il Giornale, per
poi ammettere candidamente di non aver mai conosciuto un
musulmano.
Il libro denuncia un universo mediatico studiato a tavolino (l’hijab, una forma di foulard islamico, scambiato sistematicamente con
lo chador), dove la notizia
viene estrapolata a forza anche quando mancano i presupposti: come nel
salotto televisivo di Bruno Vespa, impegnato ad invitare dopo l’11
settembre esponenti dell’Islam radicale, respingendo
sistematicamente l’opinione della larghissima maggioranza
moderata.
Poi arrivano i veri e propri casi politici, che l’autore definisce
“Storie di bassa Lega”: il capofila è il sindaco di Treviso
Gentilini, che per sua stessa ammissione “si immagina di vestire gli
immigrati da conigli e divertirsi a cacciarli con la carabina”. La
giunta leghista nel 2001 fece sgomberare la moschea della città
durante il primo giorno di Ramadan (nono mese del calendario lunare,
dedicato alla preghiera ed al digiuno dall’alba al tramonto) per
presunte irregolarità igienico-sanitarie: “Ci viene da sorridere a
pensare a come ci rimarrebbe male, il Gentilini, (…) se avesse
studiato e sapesse che il soprannome con cui si compiace di farsi
chiamare, sceriffo, viene dall’arabo: sharif,
che significa nobile”.
Allievi è schierato dalla parte del pluralismo ma non si rivela mai
fazioso; neppure quando affronta il tema scottante del
fondamentalismo, sviscerandolo senza sminuirlo, lontano dagli
isterismi post 11 settembre. Con un invito particolare alle comunità
islamiche: “La maturità (…) si comincerà a vedere veramente
quando la dissociazione da queste frange, che pure nella maggior parte
dei casi già c’è, sarà esplicita e soprattutto manifestata prima
che venga richiesta”.
Coerente fino in fondo con la cifra distintiva
dell’opera, il linguaggio si affida all’alfabeto della gente
comune per plasmare le sue metafore, restituendo al lettore una prosa
lucidamente fluida, lontanissima dal dibattito specifico: come nel
caso della Valle d’Aosta, citato in chiusura, in cui gli immigrati
musulmani costituiscono un’importante riserva di manodopera. Essi
costruiscono le nostre case, noi dovremmo riconoscere la loro: è
questo il messaggio scarno ed essenziale su cui l’indagine si
conclude. Un viaggio nella seconda religione del paese a tratti
illuminante, che elude la pretenziosità di un approdo nella
consapevolezza della percezione limitata: “Ciò che ci sta intorno
lo vediamo in maniera più sfuocata: precisamente perché è più
vicino. Troppo vicino per
delinearne con chiarezza i contorni”.
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(28 gennaio 2004)
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