Elisabeth Badinter

La strada 
degli errori

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8 marzo / Femminismo e vittimismo

Il j'accuse di Elisabeth Badinter

 

di Miriam Tola

La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio
Elisabeth Badinter
Milano, Feltrinelli, 2004
pp. 136, 11,5 euro

“Fausse route”, la strada sbagliata. L’hanno imboccata le femministe che hanno fatto del vittimismo la loro bandiera. Quelle che vedono le donne come esseri indifesi minacciate da uomini dall’istinto predatorio. Quelle che parlano della prostituzione volontaria come tradimento del genere di appartenenza, ammettono l’esercizio dello sfruttamento ma non la scelta del lavoro sessuale. Quelle che promuovono una sessualità addomesticata e puritana. Quelle che ripropongono il primato della maternità. Quelle che fanno del separatismo l’unica via per sottrarsi al dominio maschile.

Il libro di Elisabeth Badinter, intitolato, appunto, La strada degli errori, arriva in Italia sull’onda delle polemiche scatenate in Francia e amplificate dai media sempre pronti a cavalcare conflitti tra vecchi e nuovi femminismi. Si apre con l’evocazione di un tempo felice: il decennio ottanta, quando “le femministe potevano rallegrarsi delle gloriose conquiste portate a casa in meno di vent’anni”. In quell’epoca “le francesi sognavano un rapporto pacificato con gli uomini della loro vita: padre, marito, padrone e chi più ne ha più ne metta”. Poi un’inversione di tendenza ha compromesso il faticoso percorso. Che cosa è accaduto? Secondo Badinter le femministe francesi sono cadute nella tentazione venuta dagli Usa: il mito dell’innocenza femminile, la trasformazione della violenza sulle donne in ideologia, la condanna della pornografia. Autrici come Andrea Dworkin e Catharine McKinnon, paladine della censura, sostenitrici della coincidenza tra sesso e stupro, non sono state tradotte in Francia ma le loro idee hanno attraversato l’oceano. Così si è fatta strada un’inclinazione essenzialista che vede le donne simili ai bambini, deboli e bisognose  di protezione. “Anche se per forma lo si nega – afferma la filosofa – alla condanna degli abusi maschili si è sostituita la messa sotto accusa incondizionata di tutto il genere maschile. Da un lato Lei, impotente e oppressa; dall’altro Lui, violento, dominatore e sfruttatore”. Il nuovo manicheismo sessuale si è alimentato di omissioni, come quella sugli abusi di potere femminili, e di un ritorno alla biologia e al mito dell’istinto materno. “Antoniette Fouque e Sylviane Agacinski si pongono inequivocabilmente su questo terreno. La prima facendo della gravidanza e della relazione materna il fondamento dell’etica. La seconda promuovendo l’amore materno a modello di sollecitudine femminile”.

L’attacco di Elisabeth Badinter è impietoso. In sostanza, dice, il femminismo ha trascurato “quelle lotte che un tempo costituivano la sua ragion d’essere”, ovvero l’uguaglianza dei sessi, “parametro ultimo della democrazia”. “La diversità dei sessi è un dato di fatto, ma essa non predestina ai ruoli e alle funzioni. Non esistono una psicologia femminile e una maschile impermeabili l’una all’altra, né due identità sessuali incise nel marmo. Una volta acquisito il senso della propria identità, ogni adulto ne fa ciò che vuole o che può.

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Mettendo fine all’onnipotenza degli stereotipi sessuali, si è aperta la strada al gioco dei possibili” scrive nell’ultima pagina del volume.

Peccato, tuttavia, che Badinter non dica quello che è sotto gli occhi di tutti: che ciò che per lei è un orizzonte verso cui rimettersi in cammino sia un punto di partenza per molte femministe e postfemministe. Nel suo veemente attacco al vittimismo la filosofa non nomina coloro che prima di lei lo hanno condotto: non ricorda, ad esempio, l’opposizione alla campagna pro censura combattuta negli anni settanta da numerosi gruppi di femministe e lesbiche non allineate con le posizioni del duo Dworkin/McKinnon. Terrorizzata dallo spettro del femminismo radicale americano, per molte solo un capitolo di una storia fatta soprattutto di conflitti, Badinter sacrifica la complessità per santificare il cammino verso una non meglio precisata “uguaglianza”. Non dà spazio ai nuovi femminismi, quelli che hanno scelto di lasciarsi alle spalle ghetti e identità troppo rigide “tenuti insieme – sottolinea Teresa De Lauretis – dalle esclusioni e dalla repressione che sottintendono ogni ideologia del medesimo”. La sua battaglia ha un respiro corto perché rivolta a un certo (vetero)femminismo rappresentato come molto più influente di quello che è. L’unica citazione positiva è riservata a Ni putes ni soumises (Né puttane né sottomesse), gruppo di attiviste delle banlieu parigine, che hanno rotto il silenzio sugli stupri collettivi e i matrimoni forzati chiedendo “uguaglianza, dignità, rispetto e mescolanza”. Parla, a ragione, della centralità dell’indipendenza economica, fonte indispensabile di libertà per le donne, ma non si pone il problema di come raggiungerla nel contesto del nuovo capitalismo in cui, almeno in Occidente, i confini tra produzione e riproduzione si sono fatti via via più labili.

Di certo però non si può che darle ragione quando afferma, in un’intervista a Jacqueline Remy dell’Express, che il tempo delle conquiste femminili non è ancora finito: “Non quando i due terzi del pianeta riservano alle donne una condizione indegna. Né quando, anche nelle nostre periferie, le ragazze camminano rasentando i muri per non incappare negli insulti dei ragazzi, non possono vivere liberamente la propria sessualità o sono vittime di matrimoni combinati. Per miliardi di donne, l’uguaglianza dei sessi è ancora una lontana chimera. Non è il caso di incrociare le braccia!”.

(Rassegna sindacale, n. 9, 4-10 marzo 2004)

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