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vicedirettore di Rai Sport. Da poco più di un mese, però, è possibile scovare
il suo nome anche tra gli scaffali delle librerie italiane riservati
alla narrativa, grazie al suo primo romanzo: Sono stato io (Marco Troepa editore, pp. 223, 14 Euro). A dire il vero, definire Sono stato
io solamente un romanzo sarebbe riduttivo. Si tratta, in realtà, di un
testo che mescola con maestria i generi: un po’ romanzo, un po’
saggio, un po’ diario, un po’ inchiesta. O meglio, si tratta di una
lucida ed impietosa ricognizione tra le macerie culturali del nostro
Paese, messa in atto con ogni freccia che un giornalista del suo
calibro conserva al suo arco. Già, perché Beha il vizio di raccontarci
quello che gli passa sotto gli occhi non lo ha di certo perso. E così,
tra pezzi da novanta e personaggi di fantasia, tra ricordi e speranze,
tra riflessioni e notizie di prima mano, disegna con tratto deciso i
contorni di quel Giano bifronte che è diventato (o forse è sempre
stato) il sistema tele-politico italiano. Per reagire il protagonista
del romanzo progetta addirittura il “silvicidio”: l’assassinio
simbolico del presidente Berlusconi.
Sono stato io è il suo primo esperimento
narrativo, ma contiene abbondanti ed urgenti porzioni di realtà
sociale e privata. Cos’è: un romanzo? Un saggio? Un diario?
Queste tre cose senz’altro. Ma anche
qualcos’altro, magari una seduta psicanalitica collettiva. Insomma,
devo dire la verità, non mi sono posto il problema del genere. Forse
quello che in un certo senso comprende un po’ tutto è romanzo, perché
la struttura è narrativa. Ma è anche un saggio, perché i contenuti
sono saggistici. Ed è anche un diario, perché racconto cose che mi
sono successe. Come scrivo nell’avvertenza, molte cose sono vere,
molte cose potevano essere e non sono state, ma comunque partono dalla
realtà e alcune partono dalla mia realtà personale. Dovendo parlare
dell’Italia di oggi mi sembrava logico partire dal mio punto di vista,
dal punto di osservazione di una cosa che conoscevo bene come il
giornalismo, la categoria cui appartengo. Se avessi fatto il dentista,
forse avrei raccontato una storia a partire da uno studio dentistico.
E poi il fatto che sia una seduta psicanalitica collettiva diventa
drammaticamente evidente quando si comincia a parlare di uccidere
simbolicamente Berlusconi, come in un gigantesco complesso di Edipo.
Una seduta psicanalitica in cui però si fanno nomi
e cognomi. E’ un tentativo di mettere un po’ di ordine, di fare il
punto sulla situazione in cui ci troviamo?
La risposta è sì: mettere ordine con nomi e
cognomi laddove fossero stati necessari. Mi sono regolato sullo stato
di necessità. Per capire, e per capire che si parla proprio di questa
Italia e non di un’altra, ci volevano dei nomi. A partire da
Berlusconi, e poi altri a scalare. Quelli li ho messi. Dove invece i
nomi non erano necessari a capire ho creato dei personaggi, in parte
veri in parte no, che potessero rendere l’idea del palcoscenico
Italia.
Il protagonista è un giornalista in crisi umana e
professionale. Sono stato io è anche un’analisi delle condizioni in
cui si svolge oggi la professione. Cosa sta succedendo al suo
mestiere?
Sta succedendo che non si può più fare, a quanto
pare, questo mestiere. O perlomeno lo si può fare soltanto pagando dei
prezzi che secondo me è intollerabile pagare. E’ una professione che
ormai funge come promozione pubblicitaria di qualcosa. Promozione
pubblicitaria in senso economico, promozione pubblicitaria in senso
politico, promozione pubblicitaria in senso culturale, laddove per
cultura si intenda un atteggiamento sotto-culturale in cui tutti
vendono tutto. Ma la professione non è nata per questo. E’ vero, un
giornale, un telegiornale, un giornale radio sono prodotti, però
nascono come servizi. Non posso pensare che si sia tutti più o meno
ricattati da questa situazione. Lo stato di merce, di prodotto
dell’informazione sta ricattando la condizione di servizio
dell’informazione. Non si può considerare l’informazione alla stregua
di pannolini, di scarpe o di macchine.
Nel libro Silvio Berlusconi viene nominato
direttamente e rappresenta la personificazione del degrado del Paese.
Il protagonista progetta addirittura un “silvicidio”. Cosa significa?
Il “silvicidio” significa togliere il tappo alla
bottiglia. Non soltanto per la sinistra che naturalmente
considererebbe la scomparsa di Berlusconi come un grande vantaggio,
sbagliando. Perché se si rimuove il tappo, bisogna sapere che nella
bottiglia c’è di tutto, quindi deve uscire tutto. Non è che dalla
bottiglia escono i buoni e invece fuori della bottiglia ci sono i
cattivi. Il “silvicidio” significa sgomberare il campo da questo
tunnel, da questo imbuto in cui ci siamo cacciati ormai da anni, da
questo referendum quotidiano pro o contro Berlusconi. Significherebbe
ricominciare a pensare all’Italia e al mondo con altri occhi,
ricominciare respirare un po’ di aria. Questo paese ha ormai l’aria
viziata.
Quello che Lei chiama il referendum quotidiano pro
e contro Berlusconi è dunque un sintomo lampante della regressione del
dibattito politico in Italia. Può farci un esempio?
Faccio un esempio lampante, è un esempio che
faccio addirittura agli studenti all’Università. Ogni anno c’è la
relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia. E’ il momento
istituzionale finanziario più importante in Italia. E’ possibile che
io il giorno dopo debba leggere sul giornale della Presidenza del
Consiglio, il giornale del fratello di Berlusconi, il titolo “Fazio:
avanti così con Berlusconi”. E che debba leggere su “La Repubblica”,
il più letto giornale di opposizione: “Fazio: basta con Berlusconi”.
Vuol dire che l’informazione da questo punto di vista è finita, perché
già nel “titolone” di prima pagina si dà un’interpretazione. Ormai
l’informazione è considerata munizione da sparare un esercito contro
l’altro. L’informazione che non serve come munizione, che non è
strumentale ad un utilizzo “contro” non c’è. Nel caso del
deragliamento di un treno si cerca di capire se il macchinista era del
Polo o dell’Ulivo.
L’Italia che lei racconta, però, pare già
“berlusconizzata” prima della discesa in campo del Cavaliere. La colpa
non è solamente sua, dunque. Dov’è la radice di questi problemi?
Il mio intento era di raccontare che questo
Berlusconi non è nato sotto un cavolo. E’ stato preparato. La tranche
di tempo che prendo in esame nel libro sono gli ultimi 25 anni. Cos’è
questo quarto di secolo che torna nelle orecchie? E’ un quarto di
secolo esistenziale, certo, ma 25 anni fa si iniziava anche ad uscire
dal terrorismo ed è allora che sono successe delle cose, non solo
politiche ma nel costume profondo del Paese: si è preparato un modo di
vita che ha previsto il successo di Berlusconi. Adesso il rischio è
che Berlusconi sia magari alla frutta, che non abbia bisogno di essere
ucciso da me e che si uccida da solo, ma che anche la gente che
prenderà il suo posto avrà una mentalità “berlusconica”. Questo
rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è
teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male. Se uno
prende il posto di Berlusconi, anche a sinistra, con la stessa
mentalità che ha creato Berlusconi, è finita. Diceva Einstein che non
si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità che li
ha creati. Bisogna cambiare mentalità. Ancora adesso tutti i segretari
di partito, quelli di sinistra compresi, venderebbero la madre ai
beduini pur di avere un minuto al telegiornale o da Vespa o da
Costanzo. E’ proprio il segno che la mentalità è quella di Berlusconi.
Anzi Berlusconi in proporzione ci va meno, perché ha capito che in un
certo senso li può prendere per la gola. Il minutino che concede al Tg
o le ospitate nelle trasmissioni sono una sorta di offa, un biscottino
per prenderli per il collo. E questi non lo capiscono, ci vanno
contenti. E’ spaventoso.
Quelle che lei definisce le notizie “dalla fonte”,
contrapponendole a quelle “dal fronte” oramai sistematicamente
inquinate, sembrano però una soluzione possibile. Di che cosa si
tratta?
Il protagonista del libro, che pure fa il
giornalista a un certo livello, ha notato che le vere informazioni non
le avute dalla Tv e dai giornali ma per caso. Le ha avute dal contatto
con le persone: da un viaggio in aereo, da una cena, dai corridoi di
un convegno, oppure da una lettera a un giornale. Nel romanzo viene
citata una lettera di un lettore a un giornale che da sola dice più di
interi volumi sociologici. Ma di questo nell’informazione non si
parla. I giornali non approfondiscono. Se tirano fuori una cosa oggi,
domani forse ne danno, se sembra che sia vendibile, un
approfondimento. Dopodomani è già sparita. Le notizie dalla fonte sono
queste, non solo dalla fonte del protagonista ma da quella degli
altri, in uno scambio di fonti. Sono notizie che fanno pensare che
forse l’unico modo per recuperare informazioni, al momento, sia nel
rapporto interpersonale, magari casuale.
Questo tipo di notizie fa pensare a internet. E’
nella Rete il futuro del giornalismo critico?
Sì e no. Anche internet sta diventando un
contenitore pubblicitario. Ma se da un lato è un contenitore
pubblicitario, dall’altro rimane comunque un mezzo libero. La riprova
la dà Baghdad. Da Baghdad un sito come “Dagospia” ha dato più
informazioni che non giornali e televisioni messi insieme. La cosa
clamorosa, che nessuno sottolinea, è che le informazioni a “Dagospia”
arrivavano dagli stessi che non potevano darle ai loro giornali e alla
televisione italiana. Sono notizie dalla fronte elevate a potenza.
Quali sono le strade che restano ancora
percorribili per un giornalista che voglia raccontare la verità?
La verità… la verità è un concetto relativo, come
democrazia e libertà. Bisogna provare a dire con onestà intellettuale
quello che vedi. Se poi ti sei sbagliato, se sei stato un po’ miope o
un po’ presbite, cerchi di guardare meglio, forse hai visto male.
Questo dovrebbe essere il nostro mestiere. Io conto che si arrivi ad
un punto di tale saturazione “da peggio” da dire basta. Nel mio libro
faccio delle affermazioni para-filosofiche o sub-filosofiche, c’è un
personaggio che dice: “Ma come è possibile, essendo la vita gratis,
cioè inutile, inutilizzabile se non perché è la vita, costruirci un
mercato?”. Non è oggettivamente possibile trasformare tutto in
mercato. La vita ti dice che non si può fare.
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