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Giovanni Maria Bellu / I fantasmi di
Portopalo
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La catena dell'immoralità
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di Davide Orecchio
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I fantasmi di Portopalo
Giovanni Maria Bellu
Milano, Mondadori, 2004
pp. 230, euro 14,50 |
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Spesso le inchieste nascono da un presupposto
morale. La regola vale anche per l’inviato di Repubblica
Giovanni Maria Bellu, quando, tra la primavera e l’estate del 2001, si
mette sulle tracce di un naufragio fantasma avvenuto nel canale di
Sicilia cinque anni prima. Quell’indagine – ricostruita da Bellu nel
bel libro edito da Mondadori – arriverà a fare luce, appunto, su una
catena di eventi e comportamenti immorali che trovò il suo apice
durante la notte di Natale del 1996, giorno in cui effettivamente una
“carretta del mare”, la F-174, s’inabissò a pochi chilometri dal
porticciolo siciliano di Portopalo di Capo Passero, portando con sé
sul fondale i cadaveri di trecento clandestini pakistani, indiani e
tamil. Trecento vittime di molti carnefici. A cominciare dagli
organizzatori del viaggio, che stiparono i migranti per mesi nelle
stive di navi prigione al prezzo di migliaia di dollari e che poi li
abbandonarono al naufragio.
Ma Bellu lascia intendere che una catena d’immoralità, per arrivare al
suo fine ultimo – il perpetrarsi d’una ingiustizia – deve agganciarsi
su molti anelli, ed enumera dunque i nemici “visibili e invisibili”,
“diretti e indiretti” che hanno contribuito ciascuno col suo al
destino tragico dei trecento clandestini: le autorità italiane,
giudiziarie e quindi politiche, che non vollero credere alle prime
denunce giunte dalla Grecia e non aprirono mai un’inchiesta seria; il
mondo dell’informazione che, a parte rare eccezioni (su tutti il
compianto Dino Frisullo e Il Manifesto), censurò la notizia;
infine i pescatori di Portopalo, che per mesi trovarono resti e
cadaveri nelle proprie reti rigettandoli in mare. |
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Sulla vicenda aleggia il respiro di una
società spietata – la nostra – cinica tanto nell’accogliere e
sfruttare i disperati di altri mondi quanto nel lasciarli andare a
fondo, letteralmente, sull’orlo delle proprie coste. Una società di
mostri. Questo Bellu lo afferma di pagina in pagina e si vede che ci
tiene a dirlo, che il cuore del suo libro sta proprio nella denuncia
morale, cosa che gli riesce anche grazie alla serenità di un
linguaggio ormai lontano dalle esigenze di immediatezza giornalistica
e di scoop. |
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Ma I fantasmi di Portopalo è innanzitutto
una storia, e una di quelle che si leggono tutte d’un fiato. Il
lettore segue Bellu dai primi passi della sua inchiesta – nata dal
ritrovamento in mare del documento d’identità di un giovane naufrago
tamil – fino all’agghiacciante conclusione, quando una spedizione
finanziata con poche migliaia di euro da Repubblica (7500, per
l’esattezza) localizza il relitto della nave affondata al largo della
Sicilia.
Tra i due estremi della narrazione s’incontra una
moltitudine di personaggi che restano nella memoria: gli abitanti di
Portopalo, descritti in maniera quasi gogoliana dall’autore,
costantemente sospesi tra verità e menzogna ma poi umanamente inclini
a far trionfare la prima; gli scafisti e armatori del viaggio, vie di
mezzo tra pirati e meschini speculatori del mare (uno di loro tiene
sul comò il Lord Jim di Conrad!), peraltro tutti a piede libero;
infine Anpalagan, il giovane e talentuoso tamil del documento
ritrovato in mare, partito da un villaggio dello Sri Lanka grazie alla
colletta dei suoi compaesani per venire a studiare e lavorare in
Italia, straziante interlocutore di un dialogo immaginario che non
avrà mai luogo.
Colpiscono le ultime pagine sul ritrovamento della
nave, nelle quali sulla pellicola del fondale appaiono i cadaveri dei
naufraghi assieme a forme animate e non del paesaggio subacqueo, e le
parole miracolosamente diventano esse stesse cose reali. Ed è molto
bella la copertina del libro, in questo caso non un aspetto
secondario, dal momento che è chiaramente ispirata al “muro della
memoria” dei desaparecidos argentini: un mosaico di foto tessere
appartenute ai naufraghi, che ricorda, dinanzi a chi non ha creduto a
queste morti o le ha nascoste, che ci furono delle vite.
Dal naufragio di Portopopalo si salvarono solo in
ventinove. A tutt’oggi i cadaveri non sono stati recuperati,
nonostante l’appello di quattro premi Nobel italiani (Renato Dulbecco,
Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia) e un’interpellanza
parlamentare promossa dalla senatrice Tana De Zulueta (Ds). Ulteriore
ingiustizia: in assenza delle salme, i familiari non hanno potuto
celebrare i funerali.
Dal libro di Bellu Renato Sarti e Bebo Storti
hanno tratto uno spettacolo teatrale, La nave fantasma, in scena in
questi giorni a Milano presso il Teatro della Cooperativa. Un’altra
occasione per non dimenticare. |
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(Rassegna sindacale, n. 45, dicembre 2004)
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