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25 aprile / Il libro di Giorgio Bocca sulla
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La libertà necessaria
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di Rosa Polacco
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Partigiani della montagna
Giorgio Bocca
Milano, Feltrinelli 2004
pp. 184, 12 euro
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Antipatica querelle, quella sul revisionismo.
Rimbalza sui quotidiani, tra direttori e opinionisti, si scrivono
articoli, si pubblicano libri. A Gianpaolo Pansa, che con Il sangue
dei vinti ha riaperto – di fatto – la polemica, risponde
Giorgio Bocca, con il suo Partigiani della montagna, uscito per
la prima volta nel 1945. E l’editore Feltrinelli, con un colpo di
teatro, risponde al successo editoriale di Sperling – l’ultimo
lavoro del condirettore dell’Espresso ha superato le
trecentomila copie –, con un libro di sessant’anni fa, oggi più
che mai attuale. I richiami del presidente Ciampi all’importanza
dello studio della Resistenza per capire il nostro presente, la
situazione in Iraq e il generale clima di guerra che si respira nel
paese, rendono appieno il significato di questa ristampa: non un
romanzo, non un manuale di storia, ma la testimonianza viva di chi
c’era e ne era appena uscito, a soli ventiquattro anni.
Il giovane partigiano Bocca, a guerra finita,
racconta infatti come nacque la Resistenza e cosa significò, per i
ragazzi di allora, salire in montagna e prendere le armi. Il Piemonte
di Fenoglio e Arpino rivive nel racconto in prima persona di chi,
prima di diventare un maestro del giornalismo, è stato partigiano lì
dove la Resistenza è nata.
Il periodo dei gruppi, l’epoca delle bande,
l’esercito partigiano, sono le fasi in cui è diviso il racconto:
dall’8 settembre del ’43, quando i primi nuclei salgono sulle
montagne, alla formazione delle bande nella Val Grana e in Val Po,
fino a un esercito vero e proprio, retto da una pratica e da una
precisa consapevolezza militare. Come fu possibile la guerra di
liberazione, e quello stato d’animo di libertà totale che, nella
confusione dell’8 settembre, “improvvisamente [rese] liberi, senza
re, senza duce, libero e ribelle con tutta la grande montagna come
rifugio” se lo chiede ancora oggi l’ottantenne Bocca nella
prefazione: un j’accuse contro i “revisionisti dell’ultima ora
(…) contro chi vorrebbe abolire la festa del 25 aprile e mettere
sullo stesso piano partigiani e combattenti di Salò, celebrare
insieme Matteotti e Gentile, onorare le vittime antifasciste della
risiera di San Sabba e quelle delle foibe titine”.
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Sfilano nel racconto nomi che sono entrati
nella storia, come quello di Duccio Galimberti, avvocato e comandante
delle formazioni di Giustizia e Libertà, “la figura più nobile e
densa di valore della Resistenza piemontese”, trucidato dai fascisti
nel dicembre del ’44; ma anche tutti i compagni di viaggio, i
caduti, ricordati in appendice, uno per uno. Sfila il paesaggio alpino
delle cime nevose, del freddo: la grande montagna che durante i
rastrellamenti diventa una gabbia, i boschi, la nebbia e i pidocchi, e
le valli, le langhe morbide, i contadini e i pastori, vicini e lontani
dalla lotta partigiana.
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Il racconto è assai dettagliato, un vero e
proprio diario di guerra: dalla ricerca delle armi e dei fondi, alle
imboscate, ai combattimenti aspri, allo scambio dei prigionieri; in
venti mesi le formazioni di Giustizia e Libertà del Cuneese, quelle
in cui Bocca appunto combattè, sembrano non essere mai
sconfitte: anche i momenti più dolorosi, come i rastrellamenti
ciclici, sono descritti come pieni di energia e di ideali mai stanchi.
Anche l’incendio e la devastazione di Boves, che favorì la nascita
del movimento partigiano, è visto in chiave quasi
“provvidenzialistica”. Il momento più difficile, paradossalmente,
sembra essere proprio quello iniziale, della costituzione delle bande,
quando il popolo stordito non trova sostegno neanche negli ufficiali e
nei comandanti in divisa, troppo legati a schemi bellici che poco
avevano in comune con le esigenze di una guerra del tutto nuova. I
cittadini, gli abitanti dei paesi delle valli, mostrano una diffidenza
nei confronti dei partigiani, che in alcune città si tramuta in
ostilità e scetticismo: nel gennaio del ’44 infatti dominava la
paura, non tanto in chi aveva già visto la casa bruciare o il
bestiame razziato, quanto in chi ancora aspettava con terrore che
questo accadesse: “I gruppi del gennaio del ’44 decisero
dell’esistenza, della misura e della natura del movimento italiano
di Resistenza (…) la loro tenace volontà significò la sconfitta
del terrore”.
Anche questo, avverte Bocca, è importante
ricordarlo, per correttezza e per necessità: quando i ricordi e la
storia sembrano più che mai opinabili, occorre ribadire che “la
distinzione tra l’antifascismo e la democrazia è una falsa
distinzione”. In Italia almeno, ancora oggi, senza l’uno non può
esservi l’altra.
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(Rassegna sindacale, n. 16, 22-28 aprile 2004)
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