Gisela Bock

Le donne nella storia europea

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Gisela Bock / Le donne nella storia europea

L'antica querelle dei sessi

 

di Miriam Tola

Gisela Bock
Le donne nella storia europea

Roma-Bari, Laterza, 2003
pp. 496, 16 euro

Gisela Bock percorre la storia a velocità supersonica. Setaccia i secoli alla ricerca di un fenomeno che ha attraversato il divenire temporale dell’Europa. La studiosa tedesca definisce così il cuore del suo libro, giunto alla seconda edizione: “Non le “donne” e gli “uomini” – che come tali neanche esistono – bensì la querelle des femmes o querelle des sexes, il dibattito su cosa siano le donne, gli uomini, i rapporti tra i sessi o – come di dice spesso oggi – i rapporti di genere”.

La disputa ha origine nel Medioevo, trovò impulso nel Rinascimento e continuò fino all’Illuminismo. Vi presero parte sia uomini che donne. Tra gli autori molti si lanciavano in invettive contro la natura del sesso femminile, ma qualcuno brillava per filoginia. Le prime autrici reagirono nel XII secolo quando teologhe e mistiche fecero “uso del linguaggio biblico e spirituale per esprimersi e mettere in dubbio la gerarchia dei sessi”. Seguirono numerose contestatrici dell’ordine maschile. Christine de Pizan, scrittrice e copista vissuta intorno al 1400 presso la corte di Carlo V, osò contrastare pubblicamente l’immagine misogina offerta dal Romanzo della rosa, opera duecentesca, culto degli intellettuali. Nel 1700 Mary Astell chiedeva: “Se tutti gli uomini sono nati liberi perché le donne sono nate schiave?”. Nel 1792 Mary Wollonstonecraft, madre dell’autrice di Frankenstein, pubblicò Vindication of the rights of women.
L’epoca delle rivoluzioni, da quella americana del 1776 al ’48 europeo, partorì anche l’idea della cittadinanza femminile. L’Ottocento presenta il fitto e appassionante intreccio tra “questione femminile” e industrializzazione. Nel secolo dell’affermazione del modello borghese dei due sessi biologicamente diversi e complementari, corrispondenti alla sfera pubblica e a quella privata, la discussione incontra nuovi stimoli. Le donne fronteggiavano una realtà spesso in contrasto con l’idea dell’angelo del focolare. Entrano in fabbrica, i salari sono infimi e il lavoro operaio si aggiunge a quello domestico.

Fioriscono allora le associazioni femminili e filantropiche, si fanno strada correnti protofemministe e femministe. I toni della querelle si infiammano, si alimentano di voci diverse, alcune interclassiste e più vicine al liberalismo, altre affini al socialismo. Via via si affermò il suffragismo, la lotta per il diritto al voto, che ottenne la prima vittoria in Gran Bretagna all’inizio del 1900. In molti altri paesi europei le donne dovettero aspettare a lungo: in Italia fino al 1946. Alla conquista dei diritti politici si affiancò quella dei diritti sociali.

Le due guerre mondiali segnarono una battuta d’arresto ma determinarono l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro. Anche se la fine dei conflitti e il ritorno degli uomini le rigettarono nella sfera privata, “l’espansione dell’attività remunerata femminile non era più revocabile”. Con tutta la violenza delle politiche razziali il nazismo “annullò il tradizionale rapporto tra politico e privato”. Impose sterilizzazione di massa, leggi sull’igiene matrimoniale, aborto coercitivo. Descrisse le ebree come prostitute, i loro compagni come stupratori. Tra gli agenti dell’orrore alimentato dal Terzo

Reich, ricorda Bock, c’erano anche molte donne. Una nota importante che cancella ogni pretesa di innocenza delle donne. Quegli anni lasciarono un segno profondo perché, scrive la storica, “una trasformazione fondamentale e duratura dei rapporti tra i sessi non può nascere dall’amara necessità o addirittura da anni di terrore, in cui i carnefici erano stati sia uomini che donne e i due sessi erano stati perseguitati nella stessa misura”. Così l’irruzione del movimento femminista colse di sorpresa un’intera società. Gruppi, collettivi, associazioni proliferarono come funghi scegliendo nomi, pratiche, temi e linguaggi dirompenti, spesso gioiosi e spettacolari.

Alla fine del dettagliato panorama, dopo la carrellata di profili femminili eccentrici e fuori norma, Bock chiede: “Che cos’è il femminismo?”. “Se con il termine si intende un grido di rivolta, sommesso o acuto, pubblico e privato, contro la condition féminine, allora il femminismo esiste già da secoli. Se invece si intende un movimento sociale di donne animate da una concezione femministica del mondo, allora si tratta di un fenomeno specifico del XIX e del XX secolo”.

Eppure, sottolinea, la tradizione delle dissidenti è rimasta a lungo sepolta. Un paziente lavoro di ricerca storica ha permesso a quelle voci di riemergere dal passato, superare lo status di escluse dai saperi e riallacciare immaginari legami con il presente. Non deve quindi stupire apprendere che il movimento delle donne “nel 1901 reclamò presso l’Ufficio imperiale di statistica che il lavoro domestico venisse accolto nel censimento come “mestiere produttivo” e che le casalinghe fossero censite nella categoria dei sostentatori e non in quella delle persone a carico”. Questa rivendicazione ha infatti attraversato il Novecento, per riaffermarsi negli anni settanta e arrivare fino ad oggi con la fine della distinzione tra produzione e riproduzione.

Dopo aver ricucito i fili della storia l’autrice avverte: “La querelle des sexes non è finita – ed è bene che sia così”. Una conferma? La legge sulla procreazione assistita appena approvata dal parlamento (maschile) italiano. Un’aberrazione giuridica che riconosce i “diritti dell’embrione” e entra nel merito delle scelte delle donne.

(Rassegna sindacale, n. 1, 8-14 gennaio 2004)

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