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Le analisi sul sindacato, sulla sua evoluzione,
sui suoi problemi, sulle difficili sfide alle quali è chiamato a fare
fronte, che sorreggono quest’ultimo lavoro di Mimmo Carrieri, si
sviluppano in modo serio e argomentato e, a mio parere,
con giudizi sostanzialmente condivisibili. Lungi dall’esaltare le
sorti gloriose e progressive del sindacato, così come dal
profetizzarne – cosa che invece fanno in molti – l’inevitabile
declino a fronte delle trasformazioni in atto, Carrieri, riflettendo
sulle esperienze sindacali dei paesi maggiormente industrializzati e
su quella italiana in particolare, sottolinea e assume come punto
forte e filo conduttore il bisogno di tutela e di rappresentanza che
le figure del lavoro, antiche e nuove, continuano a esprimere.
La crescita delle iscrizioni alle confederazioni,
l’altissima partecipazione al voto dei lavoratori che si registra
nei più diversi settori merceologici a ogni appuntamento elettorale,
dal rinnovo delle Rsu a quello dei Cral all’elezione degli organismi
di gestione dei fondi pensione, con le preferenze massicciamente
indirizzate verso le liste sostenute dai tre maggiori sindacati
confederali, così come la partecipazione agli scioperi e alle
manifestazioni da loro indette, testimoniano di radici molto forti.
L’autore sottolinea una rappresentatività
inclusiva di nuove istanze, più estesa del numero stesso degli
iscritti, che manifesta visibili e tangibili conferme. Cosa che vale,
ad esempio, nel rapporto con i lavoratori stranieri, per i quali le
sedi del sindacato sono punto certo di riferimento in ogni città, per
le tante figure del lavoro diffuso, segmentato e precario, bisognoso
di tutela ma non ostile al lavoro a tempo indeterminato, che si
riconosce e partecipa alla lotta in difesa dell’articolo 18:
norma che non li riguarda direttamente, ma che diviene bandiera di
tutti, in una battaglia per il consolidamento e l’allargamento dei
diritti.
Carrieri coglie inoltre, nella dimensione e nel
ruolo che svolge, la grande funzione di rappresentanza e di
contrattazione del sindacato pensionati – di fronte alla
presenza di oltre tredici milioni di anziani – e la capacità da
parte del sindacato di aderire alle tante pieghe della società
italiana.
Influenza e membership, insomma, s’intrecciano e
si sorreggono vicendevolmente.
Nel libro è ben sottolineata la sfida perenne che
un sindacato pone a se stesso, nel saper rappresentare e guidare con
politiche rivendicative, sociali e di partecipazione adeguate il mondo
del lavoro che conosce e quello in continuo nuovo divenire, che si
trasforma sotto gli occhi di tutti.
Penso invece che Carrieri, in misura certo minore
e con tinte meno drammatiche di altri commentatori, dipinga con un
certa enfasi la difficoltà del sindacato a muoversi nella nuova
dimensione post fordista: quasi questa fosse un grande oceano, pieno
di incognite e incerte scommesse che non si sa se si riuscirà ad
attraversare. L’autore lascia ovviamente aperte, con tratti di
concreto ottimismo, sia le porte del possibile declino che
quella del consolidamento. Ma evitiamo le esasperazioni. Ogni volta
che l’equazione sindacato uguale industria, industria uguale Fiat,
quindi siamo tutti operai in catena di montaggio a Torino, ha
prevalso, si sono avuti grandi guai, se non drammi enormi nella storia
del sindacato italiano. Così oggi non siamo diventati tutti co.co.co.;
e Carrieri sottolinea come i 12 milioni di lavoratori a posto fisso
restino un aggregato di grande peso.
È giusto quindi ricordare schematicamente alcune
cose. Che i sindacati sono nati ben prima di Ford, ad esempio, e
che il sindacato italiano, in un paese a debole industrializzazione,
organizzava oltre due milioni di aderenti alla sola CGdL all’inizio
degli anni venti.
O, ancora, che abbiamo nella nostra storia
l’esperienza ricchissima realizzata dal sindacato bracciantile. In
altra epoca i lavoratori che si vendevano ogni mattina sulla piazza
del paese, in una condizione di precarietà che non li rendeva molto
diversi dai precari di oggi – forse erano ancor più deboli e divisi
– erano tantissimi. Ma Di Vittorio e altri dirigenti sindacali, agli
inizi del novecento e non solo, oltre a insegnare loro a non togliersi
il cappello di fronte al padrone, seppero inventare politiche
rivendicative, sociali e di rappresentanza adeguate e costruire pagine
di storia sindacale, sociale, culturale e politica
straordinarie.
Così com’è utile ricordare che per i motivi
che ben conosciamo, negli anni cinquanta, in pieno fordismo, il
sindacato italiano ha avuto invece una delle sue stagioni di maggior
debolezza.
L’equazione fordismo uguale sindacato forte, che
ricorre anche nel bel libro di Carrieri, non mi ha mai convinto. Le
giovani generazioni, impegnate nei nuovi lavori, hanno bisogno
di diritti, di tutele, di un welfare adeguato alle esigenze che si
evolvono, sottolinea l’autore, che vanno concretamente e
quotidianamente perseguiti e conquistati. Il sindacato fornisce da
sempre ai propri iscritti e a tutti i lavoratori rappresentanza,
contrattazione e servizi. Su questi ultimi la Cisl soprattutto e la
Uil hanno insistito maggiormente, la Cgil per molto tempo ne ha
parlato con qualche reticenza, ma nella pratica concreta ha realizzato
le stesse cose degli altri due sindacati confederali. Tante
ricerche, fra l’altro, ci dicono che l’accesso a buoni servizi
sindacali è motivazione prioritaria per un’area di adesioni
che oscilla tre il 10 e il 15 per cento.
In proposito, Carrieri affronta un tema delicato e
complicato, quello degli enti bilaterali e dei servizi da loro
erogati, con qualche semplificazione, come se tutte le questioni
nobili e meno nobili che la vulgata mette sotto questo titolo fossero
la stessa cosa. Ma soprattutto come se tutte le bilateralità
preannunciate nel Libro bianco presentato dal ministro Maroni
nell’autunno del 2001 fornissero davvero servizi ai lavoratori e non
costituissero invece delle possibili forche caudine di dubbia
costituzionalità, miranti soprattutto a portare qualche soldo nelle
casse dell’associazionismo sindacale o datoriale che le promuove.
Ciò detto, occorre ribadire che il
libro contiene stimolanti e al tempo stesso ponderate sollecitazioni a
riflettere sulle sfide che il sindacato da sempre affronta. Un
organico e costruttivo contributo, in conclusione, a discuterne
ancora una volta insieme.
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