Will Hutton

Europa vs Usa

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Will Hutton / Europa vs Usa

Contro i "Neocons" non basta il New Labour

 

di Beniamino Lapadula

 Will Hutton
Europa vs. Usa. Perché la nostra economia è più efficiente e la nostra società più equa
Roma, Fazi Editore, 2003
pp. 413, 23,50 euro

Il mondo è a un crocevia. L’intera classe politica conservatrice e una parte prevalente dell’opinione pubblica Usa pensano che non debbano essere posti limiti all’esercizio della volontà americana. Questo approccio unilaterale è molto pericoloso: alla sua base c’è la pretesa che ogni paese debba subordinare i propri interessi, i propri valori e il proprio modo di pensare a quelli della potenza egemone.


Democrazia in declino
Si tratta di una prospettiva inaccettabile e controproducente e resterebbe tale anche se gli Stati Uniti fossero lo specchio di tutte le virtù. Così non è: gli Usa non sono dotati di una speciale vocazione a farsi garanti della libertà e dell’opportunità di tutti e non sono lo specchio di tutte le virtù. Non lo sono nel campo della mobilità sociale perché alimentano un’aristocrazia ereditaria della ricchezza e costringono i meno abbienti a condizioni sempre più inaccettabili. E non lo sono sul terreno del dinamismo economico,  dove la ricerca del valore per gli azionisti è assurta a unico obiettivo delle imprese. Tutto ciò pesa negativamente sulla democrazia poiché ha contribuito a sviluppare un sistema in cui le cariche elettive  e le decisioni politiche sono sempre più oggetto di compravendita.

L’America conservatrice deve perciò essere considerata una minaccia per il mondo e un’insidia per l’Europa. Gli Usa egemonizzati dai neocons, infatti, rifiutano l’approccio europeo alla solidarietà sociale, alla promozione di un capitalismo equo e a un’idea vitale di collettività. Mettono cioè in discussione alla radice il modello sociale europeo.

La verità è che Europa e Usa incarnano due diverse visioni di come l’economia di mercato e la società debbono essere governate; sono portatori di concezioni profondamente diverse su questioni cruciali e valori come la pace, l’ambiente, la sicurezza. Proprio per questo dal loro rapporto discendono conseguenze fondamentali per l’ordine mondiale. È, infatti, di vitale importanza che l’Europa faccia da contrappeso allo strapotere degli Stati Uniti e proponga una leadership autenticamente multilaterale, capace di salvaguardare i valori internazionali. Per questo gli europei non devono essere accondiscendenti verso la cultura statunitense attualmente egemonizzata dai neocons.

Ciò non significa essere antiamericani; bisogna, infatti, distinguere tra le due diverse culture politiche statunitensi: quella conservatrice e quella liberal. Solo se si affermerà un’America liberal e una Unione europea cosciente dei propri valori sarà possibile costruire un ordine mondiale virtuoso.

Questo, in estrema sintesi, è il messaggio che lancia il testo di Will Hutton. L’autore è un sofisticato intellettuale britannico, opinionista di prestigio, editorialista dell’Observer e del Guardian, che con i suoi libri ha segnato il dibattito politico e culturale sulla terza via. Compagno della prima ora, insieme a Anthony Giddens, di Tony Blair nella costruzione del New Labour ne ha successivamente preso le distanze denunciando il fiato corto del riformismo blairiano e la sua subalternità culturale. La sua proposta è netta: occorre innanzitutto puntare 

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sull’Europa. “Per troppo tempo – scrive – in Gran Bretagna nessuno ha difeso la causa dell’Europa. Il mio è un tentativo di colmare questa lacuna”.

Hutton sviluppa la sua analisi “a favore dell’idea di Europa” basandosi su una conoscenza approfondita della storia politica e delle idee dell’Occidente. Europa e America hanno entrambi radici capitalistiche, si fondano sulla proprietà privata, ricercano il profitto e utilizzano il meccanismo dei prezzi per allocare le risorse sul mercato, ma hanno due ordini distinti di valori e priorità che dànno luogo a dinamiche profondamente diverse. Nel vecchio continente la proprietà non è considerata un diritto assoluto, ma un privilegio che impone dei doveri: da ciò scaturisce la convinzione che tutti i cittadini debbano partecipare con pari diritti alla vita economica e sociale. Per questo motivo lo Stato è concepito come lo strumento fondamentale per perseguire l’uguaglianza. Alla base di questi valori, ricorda Hutton, vi è un tormentato dibattito sugli obblighi dei ricchi e dei proprietari nei confronti della collettività che risale agli albori del cristianesimo.


L’individualismo proprietario
La cultura dei primi coloni del Nuovo Mondo, essendosi sviluppata in una sconfinata terra vergine, si è sottratta a questo dibattito. Essa, così, ha innescato, sotto l’influenza della filosofia di Locke, una nuova radicale ideologia che giustifica una visione individualistica della proprietà.

Robert Nozick, profeta dei neocons, sviluppa il proprio pensiero rifacendosi a questa radicalità e arriva a considerare qualsiasi forma di redistribuzione come una minaccia allo stato di libertà e qualsiasi battaglia per l’uguaglianza come anticamera del totalitarismo.

Gli europei, ricorda Hutton, non hanno il monopolio dell’idea di uguaglianza e di giustizia sociale. Partendo dal principio di libertà che è a fondamento della cultura americana John Rawls ha proposto, nella sua Teoria della giustizia, un nuovo contrattualismo sociale capace di attuare il principio di uguaglianza a favore dei più deboli. Questa posizione non è però riuscita a far breccia negli Stati Uniti con la stessa forza del pensiero dei neoncons, tanto che non è mai entrata nel programma politico del partito democratico.

Pesa ancora oggi in America l’esperienza della fondazione di un Nuovo Mondo da parte di un gruppo di protestanti determinati a difendere la loro fede. Questa cultura continua a vivere e i conservatori la cavalcano sapientemente utilizzando un cocktail di valori che permette, ad esempio, di considerare la riduzione delle tasse come un fatto morale, giusto in sé, a prescindere dalla conseguenze per la società. Questo cocktail di valori, grazie al successo economico conseguito dagli Usa negli anni novanta, ha abbagliato il mondo intero.

In Gran Bretagna e in Europa è venuta così meno la fiducia nel modello socialdemocratico e si è fatta avanti la convinzione che l’idea di collettività e di bene comune debba essere messa in discussione.

Dopo la fine della bolla finanziaria il miracolo Usa è meno convincente e Hutton ne approfitta per sfatare numerosi luoghi comuni che vengono usati ancora a piene mani da analisti e commentatori. Con dovizia di dati e riferimenti l’autore, ad esempio, sostiene che la new economy non ha influenzato l’innegabile aumento della produttività degli Stati Uniti.

I due quinti dell’esplosione produttiva Usa sono, infatti, connessi alla fase finale della ripresa economica e il resto è imputabile agli investimenti nel settore delle tecnologie dell’informazione (semiconduttori, computer, telecomunicazioni). Nel resto dell’economia non si sono registrati sostanziali miglioramenti. Ciò avverrà sicuramente nei prossimi anni, grazie alla diffusione pervasiva delle nuove tecnologie, mentre oggi raccogliamo piuttosto i frutti avvelenati di una Borsa che ha perso la testa per la new economy. La bolla speculativa, infatti, ha alterato i processi decisionali delle aziende e degli investitori fino a mettere a repentaglio la sostenibilità stessa della new economy. Il tallone d’Achille della borsa è costituito dall’orizzonte temporale: da una parte c’è la comunità finanziaria che vuole essere libera di spostare denaro verso gli asset a più alta redditività, dall’altra le imprese che necessitano di un  impegno finanziario prolungato nel tempo.

L’Europa, sostiene l’autore, riesce a risolvere meglio questa contraddizione con un modello di “impresa sociale” per il quale la massimizzazione del valore di borsa delle azioni è solo uno degli obiettivi dell’impresa, non l’unico obiettivo come accade oggi negli Stati Uniti. Il successo di imprese come Nokia, Michelin, Volkswagen, la capacità di Airbus di surclassare la Boeing ne sono una dimostrazione inconfutabile.

Europa vs. America smonta anche l’altro luogo comune che attribuisce alla flessibilità del mercato del lavoro il merito della crescita dei tassi di occupazione Usa. Il segreto non è nella flessibilità ma nella trasformazione della struttura economica.

Negli ultimi venticinque anni la rivoluzione sessuale che ha causato l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, insieme al boom del credito al consumo, ha dato vita al più grande settore dei servizi del mondo.

Il libro di Hutton va dunque letto per intero in quanto  –  osserva nella prefazione al volume Guido Rossi – ogni presentazione che non fosse un semplice invito alla lettura si rivelerebbe superfluo. Come già successo però allo stesso Rossi è difficile sottrarsi alla tentazione di rileggere il dibattito che si è svolto in Italia a sinistra nell’ultimo decennio prendendo spunto dall’analisi di Hutton. In Italia ancor più che negli altri paesi europei, è infatti cresciuto un riformismo debole, appiattito su ideologie proprie del capitalismo finanziario nordamericano.

L’horror vacui della sinistra
L’horror vacui che ha colpito molti intellettuali italiani dopo il crollo del socialismo reale è stato riempito dalla fede assoluta nella razionalità dei mercati. Si è così finito per cercare le radici di un nuovo riformismo oltreoceano e per definire conservatori tutti coloro che hanno cercato di opporsi a questa deriva e hanno difeso il sistema fiscale, i servizi pubblici e lo Stato sociale.

Non si è compreso, come ci ricorda nel capitolo conclusivo del libro Will Hutton che “la civiltà europea si basa su valori che i leader del vecchio continente non potrebbero ripudiare neanche se volessero perché questi valori hanno radici profonde e definiscono il significato stesso dell’essere europei”.

(Rassegna sindacale, n.4, 29 gennaio - 4 febbraio 2004)

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