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sull’Europa. “Per troppo tempo – scrive – in Gran Bretagna
nessuno ha difeso la causa dell’Europa. Il mio è un tentativo di
colmare questa lacuna”.
Hutton sviluppa la sua analisi “a favore
dell’idea di Europa” basandosi su una conoscenza approfondita
della storia politica e delle idee dell’Occidente.
Europa e America hanno entrambi radici capitalistiche, si fondano
sulla proprietà privata, ricercano il profitto e utilizzano il
meccanismo dei prezzi per allocare le risorse sul mercato, ma hanno
due ordini distinti di valori e priorità che dànno luogo a dinamiche
profondamente diverse. Nel vecchio continente la proprietà non è
considerata un diritto assoluto, ma un privilegio che impone dei
doveri: da ciò scaturisce la convinzione che tutti i cittadini
debbano partecipare con pari diritti alla vita economica e sociale.
Per questo motivo lo Stato è concepito come lo strumento fondamentale
per perseguire l’uguaglianza. Alla base di questi valori, ricorda
Hutton, vi è un tormentato dibattito sugli obblighi dei ricchi e dei
proprietari nei confronti della collettività che risale agli albori
del cristianesimo.
L’individualismo
proprietario
La cultura dei primi coloni del Nuovo Mondo, essendosi sviluppata in
una sconfinata terra vergine, si è sottratta a questo dibattito.
Essa, così, ha innescato, sotto l’influenza della filosofia di
Locke, una nuova radicale ideologia che giustifica una visione
individualistica della proprietà.
Robert Nozick, profeta dei neocons, sviluppa il
proprio pensiero rifacendosi a questa radicalità e arriva a
considerare qualsiasi forma di redistribuzione come una minaccia allo
stato di libertà e qualsiasi battaglia per l’uguaglianza come
anticamera del totalitarismo.
Gli europei, ricorda Hutton, non hanno il
monopolio dell’idea di uguaglianza e di giustizia sociale. Partendo
dal principio di libertà che è a fondamento della cultura americana
John Rawls ha proposto, nella sua Teoria della giustizia, un nuovo
contrattualismo sociale capace di attuare il principio di uguaglianza
a favore dei più deboli. Questa posizione non è però riuscita a far
breccia negli Stati Uniti con la stessa forza del pensiero dei
neoncons, tanto che non è mai entrata nel programma politico del
partito democratico.
Pesa ancora oggi in America l’esperienza della
fondazione di un Nuovo Mondo da parte di un gruppo di protestanti
determinati a difendere la loro fede. Questa cultura continua a vivere
e i conservatori la cavalcano sapientemente utilizzando un cocktail di
valori che permette, ad esempio, di considerare la riduzione delle
tasse come un fatto morale, giusto in sé, a prescindere dalla
conseguenze per la società. Questo cocktail di valori, grazie al
successo economico conseguito dagli Usa negli anni novanta, ha
abbagliato il mondo intero.
In Gran Bretagna e in Europa è venuta così meno
la fiducia nel modello socialdemocratico e si è fatta avanti la
convinzione che l’idea di collettività e di bene comune debba
essere messa in discussione.
Dopo la fine della bolla finanziaria il miracolo
Usa è meno convincente e Hutton ne approfitta per sfatare numerosi
luoghi comuni che vengono usati ancora a piene mani da analisti e
commentatori. Con dovizia di dati e riferimenti l’autore, ad
esempio, sostiene che la new economy non ha influenzato l’innegabile
aumento della produttività degli Stati Uniti.
I due quinti dell’esplosione produttiva Usa
sono, infatti, connessi alla fase finale della ripresa economica e il
resto è imputabile agli investimenti nel settore delle tecnologie
dell’informazione (semiconduttori, computer, telecomunicazioni). Nel
resto dell’economia non si sono registrati sostanziali
miglioramenti. Ciò avverrà sicuramente nei prossimi anni, grazie
alla diffusione pervasiva delle nuove tecnologie, mentre oggi
raccogliamo piuttosto i frutti avvelenati di una Borsa che ha perso la
testa per la new economy. La bolla speculativa, infatti, ha alterato i
processi decisionali delle aziende e degli investitori fino a mettere
a repentaglio la sostenibilità stessa della new economy. Il tallone
d’Achille della borsa è costituito dall’orizzonte temporale: da
una parte c’è la comunità finanziaria che vuole essere libera di
spostare denaro verso gli asset a più alta redditività, dall’altra
le imprese che necessitano di un impegno finanziario prolungato
nel tempo.
L’Europa, sostiene l’autore, riesce a
risolvere meglio questa contraddizione con un modello di “impresa
sociale” per il quale la massimizzazione del valore di borsa delle
azioni è solo uno degli obiettivi dell’impresa, non l’unico
obiettivo come accade oggi negli Stati Uniti. Il successo di imprese
come Nokia, Michelin, Volkswagen, la capacità di Airbus di
surclassare la Boeing ne sono una dimostrazione inconfutabile.
Europa vs. America smonta anche l’altro luogo
comune che attribuisce alla flessibilità del mercato del lavoro il
merito della crescita dei tassi di occupazione Usa. Il segreto non è
nella flessibilità ma nella trasformazione della struttura economica.
Negli ultimi venticinque anni la rivoluzione
sessuale che ha causato l’ingresso massiccio delle donne nel mercato
del lavoro, insieme al boom del credito al consumo, ha dato vita al più
grande settore dei servizi del mondo.
Il libro di Hutton va dunque letto per intero in
quanto – osserva nella prefazione al volume Guido Rossi
– ogni presentazione che non fosse un semplice invito alla lettura
si rivelerebbe superfluo. Come già successo però allo stesso Rossi
è difficile sottrarsi alla tentazione di rileggere il dibattito che
si è svolto in Italia a sinistra nell’ultimo decennio prendendo
spunto dall’analisi di Hutton. In Italia ancor più che negli altri
paesi europei, è infatti cresciuto un riformismo debole, appiattito
su ideologie proprie del capitalismo finanziario nordamericano.
L’horror vacui
della sinistra
L’horror vacui che ha colpito molti intellettuali italiani dopo il
crollo del socialismo reale è stato riempito dalla fede assoluta
nella razionalità dei mercati. Si è così finito per cercare le
radici di un nuovo riformismo oltreoceano e per definire conservatori
tutti coloro che hanno cercato di opporsi a questa deriva e hanno
difeso il sistema fiscale, i servizi pubblici e lo Stato sociale.
Non si è compreso, come ci ricorda nel capitolo
conclusivo del libro Will Hutton che “la civiltà europea si basa su
valori che i leader del vecchio continente non potrebbero ripudiare
neanche se volessero perché questi valori hanno radici profonde e
definiscono il significato stesso dell’essere europei”.
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