Mark Juergensmeyer

Terroristi 
in nome di Dio 

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Mark Juergensmeyer / Terroristi in nome di Dio 

Un'inchiesta sulla cecità

 

di Emanuele Di Nicola

Terroristi in nome di Dio 
di Mark Juergensmeyer
Edizioni Laterza 2003 (2a), 
pp. 358, euro 18

“La luce di Dio ci guida o ci acceca?” si chiedeva il regista messicano Alejandro Gonzales Iñarritu, nel suo cortometraggio inserito nell’opera corale 11 settembre 2001. Lo stesso quesito si è insinuato nella mente del sociologo americano Mark Juergensmeyer, che nelle prime righe del suo libro (del quale è uscita una seconda edizione nel 2003 arricchita da una nuova prefazione) ha ancora negli occhi il crollo delle Torri Gemelle: “Come poteva la religione essere legata ad atti tanto crudeli?”.

Il punto di partenza è semplicemente una domanda, la stessa che attanaglia il mondo contemporaneo inchiodato davanti alle videocassette di Bin Laden e alle colonne di cronaca nera. Lo studioso, desideroso di capire, è consapevole che per farlo bisogna saper ascoltare. E’ così che si dipana una prima parte fluida ed avvincente, all’interno di un unico nucleo narrativo che rappresenta un excursus tra le attuali maggiori religioni e i fondamentalismi che ne sono scaturiti: in un meticoloso lavoro di stampo giornalistico, l'autore descrive luoghi e situazioni ma soprattutto parla con i soggetti coinvolti, senza alcuna remora o pudore sociale. Nel microfono letterario di Juergensmeyer si succedono tante voci, lasciando al lettore una pregevole libertà di giudizio: tra le pagine ascoltiamo dunque Michael Bray, condannato per attentati contro le cliniche abortiste americane ed autore del saggio Un tempo per uccidere, Mahmud Abuhalima, implicato nell’attentato al World Trade Center del 1993, lo sceicco Yassin ed il dottor Rantisi, rispettivamente fondatore e capo politico di Hamas, un ex affiliato della Aum Shinrikyo, branca del buddismo giapponese che organizzò l’attentato al gas nervino nella metropolitana di Tokyo (1995), che sceglie di mantenere l’incognito. 

Senza cadere nella trappola del giustificazionismo né farsi travolgere dalla tentazione del linciaggio, l’autore indaga le loro menti attraverso le parole che pronunciano, fino alla seconda parte del libro in cui cerca di unire i tasselli, comprendere, interpretare. 

Juergensmeyer ha avvertito la reale consistenza della violenza religiosa quando un autobus di linea israeliano, su cui aveva viaggiato qualche giorno prima, fu devastato da un ordigno palestinese; in apertura del volume egli ricorda l’esperienza in un misto tra sorpresa ed allibito dolore, gettando per un attimo la maschera dello studioso per svelare il suo volto civile. Poi inforca di nuovo gli occhiali e torna alla sua analisi: se esiste una deriva terroristica per ogni religione (addirittura per il buddismo), queste presentano un denominatore comune nella visione di un mondo in guerra. 

All’interno dei fondamentalismi abbondano le metafore militari (il reverendo Bray chiama gli antiabortisti “soldati di Cristo”), dall’Oklahoma fino agli scontri di Belfast tra cattolici e protestanti: ognuno si pone all’interno di un vasto campo di battaglia e, bersagliato dal fuoco nemico, rivendica il diritto alla difesa. Una contorsione mentale che si articola perfettamente nelle parole del reverendo Bray: l’America è “paragonabile alla Germania nazista” per disprezzo della vita ed inclinazione all’omicidio indiscriminato. “Dobbiamo difendere i diritti dei non nati”, e da lì in poi si innesca la miccia della violenza.

La seconda parte, dal titolo La logica della violenza religiosa, indossa un abito meno immediato della prima, ripiegando sulla suggestione analitica e riflessiva; questa è sviluppata senza fretta, e ogni suo aspetto è analizato in una ragnatela di dati e citazioni. Il sociologo si sofferma sull’aspetto spettacolare della violenza, la cui efficace metafora è il palco teatrale: “quando noi che osserviamo questi atti li prendiamo sul serio – ne siamo disgustati e inorriditi e cominciamo a perdere la fiducia nella serenità del mondo che ci circonda -, allora questo teatro ha raggiunto i suoi scopi”. Simbolismo di tempi e luoghi degli attentati, cucinati e tragicamente serviti agli occhi degli astanti (“un pubblico che in molti casi coincide con l’intera popolazione mondiale”), gli obiettivi dei terroristi ed i messaggi che si vogliono trasmettere (con un occhio particolare sul processo di martirizzazione degli attivisti che rimangono uccisi): l’autopsia di Juergensmeyer si mantiene rigorosa sino alla fine, spesso esercitata attraverso l’arte dell’ermeneutica. La base di partenza è puntualmente una domanda (“Perché l’America è il nemico?”) e poi, attraverso l’interpretazione di singoli elementi (il sostegno ai valori laici, il predominio economico, la fobia della globalizzazione) si dipinge un quadro generale. 

Un senso di strisciante perplessità si insinua nella lettura degli ultimi paragrafi, quando l'autore pare indugiare nell’equazione tra terrorista ed emarginato che, nonostante una serie di esempi illuminanti (le videocassette registrate dai suicidi di Hamas), tende eccessivamente ad innalzare come livello generale del discorso; l’analisi propone quindi approdi non necessariamente condivisibili (“la cura per la violenza religiosa potrebbe risiedere in un rinnovato apprezzamento della religione stessa”) ma colpisce nel segno, rigirando disinvoltamente il dito nella grande piaga del nostro tempo. Ascoltare gli affiliati di Hamas, che considerano i bambini e le donne israeliani come potenziali soldati di domani (“in una guerra culturale non esistono civili”), o i fondamentalisti israeliani che lodano l’azione di Baruch Goldstein (responsabile della strage alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, 1994) provoca un brivido lungo la schiena e minaccia di spegnere la speranza; ma il libro decide di non accusare, preferendo scrutare l’orizzonte alla ricerca dell’antidoto. Così l’autore: “Non è un processo alla religione. E’ piuttosto uno studio del potere che l’immaginario religioso possiede ancora sulla vita pubblica ed il riconoscimento che molti potranno trovare in esso un rimedio per la violenza più che una sua causa”.

(7 luglio 2004)

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