Laura Pennacchi

L'eguaglianza 
e le tasse

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Laura Pennacchi / L'eguaglianza e le tasse

Di cosa parliamo quando parliamo di tasse

 

di Beniamino Lapadula

L’eguaglianza e le tasse
Laura Pennacchi
Roma, Donzelli, 2004
pp. 220, 13 euro

Il fondamentalismo di mercato non è in ritirata, esso si avvale ancora di un’arma potente: l’avversione oltranzistica alle tasse. È questa avversione che, fin dalle origini, ne ha costituito il collante ideologico e pratico. Essa è in contraddizione solo apparente con il populismo, il protezionismo e lo statalismo deteriore che caratterizzano la destra di Bush come quella di Berlusconi. È da questa considerazione che prende le mosse il libro di Laura Pennacchi. L’autrice, parlamentare Ds ed ex sottosegretario al Tesoro, analizza i veri obiettivi delle politiche economiche delle destre, demistificando le motivazioni con cui vengono sostenuti i programmi di radicale riduzione delle imposte. Per smascherare le reali intenzioni di chi sostiene tali programmi è utile adottare il suggerimento dell’opinionista del New York Times Thomas Freedman: ogni volta che qualcuno propaganda la riduzione delle tasse è opportuno sostituire alla parola “tasse”  la parola “servizi”. Meno tasse, infatti, significa meno servizi. Il vero obiettivo delle destre non è incentivare con le riduzioni fiscali la crescita della domanda o sostenere l’offerta, ma tagliare i servizi. Lo smascheramento di questa reale intenzione richiede però un lavoro di demistificazione su più terreni che attengono sia alla sfera economica che a quella umana e della libertà individuale.

Il volume svolge con approfondite analisi questo lavoro. Esso compie un’opera di demistificazione a 360 gradi del rozzo approccio naturalistico degli ultra conservatori il cui primitivismo contrasta con il pensiero liberaldemocratico, così come si è sviluppato da Hume e Kant fino a Rawls. Si tratta di un approccio riconducibile a quelle teorie contrattualistiche e dei diritti primordiali, fondati sull’autoreferenzialità del mercato, che attribuiscono ai diritti proprietari la funzione di limite naturale della tassazione. Secondo tale posizione

l’individuo esiste prima e a prescindere dalla collettività e dalle istituzioni che la regolano. Esso detiene in modo naturalistico diritti determinati dalla propria sovranità, moralmente superiori a qualunque aspetto della relazione con la società. Da qui l’idea che la tassazione sia un esproprio, uno strumento di vessazione nei confronti della libertà individuale. Le tasse alterano il diritto di proprietà e quello ai frutti del lavoro; esse devono perciò limitarsi a reperire le risorse necessarie al funzionamento della giustizia, della polizia, della difesa; non possono esserci tasse per finanziare i diritti sociali e la lotta alla disuguaglianza. Gli oltranzisti anti tasse vogliono un ruolo pubblico angusto mirante a soffocare le istanze di socialità. È per questo che, attraverso gigantesche riduzioni fiscali, mirano a creare grandi disavanzi per “affamare” il bilancio dello Stato e abbattere così progressivamente la spesa pubblica.

L’amministrazione Bush si è fatta pienamente interprete di questa linea e le analogie della politica di Berlusconi con quella Usa sono forti. Certo, ricorda l’autrice, da noi le dimensioni dei tagli fiscali proposti sono più contenute e la tragedia si mischia alla farsa. C’è comunque da essere preoccupati, perché nella contrapposizione tra individuo e società alimentata dal duo Berlusconi-Tremonti vi è un’inquietante elemento di “sovversivismo dall’alto”. Non bisogna, dunque, farsi ingannare dal fatto che il governo riproponga la propria controriforma fiscale per far fronte alla crisi economica. Anche qui non c’è nulla di nuovo: le destre, a prescindere dalla situazione economica, indicano nei tagli fiscali la soluzione miracolosa per tutti i problemi. Le cose non stanno così e, citando Krugman, Pennacchi ricorda che la faccia “amichevole e attraente” dell’economia dell’offerta secondo cui le tasse possono essere ridotte senza tagli severi alla spesa pubblica, è solo “la copertina piacevole per un movimento politico con un’agenda molto più spietata”.

Oggi, sostiene l’autrice, contro la crociata anti tasse che rischia di farci regredire alla società preborghese e premoderna, si impone l’urgenza di ridefinire la legittimità democratica della tassazione non accettando più, come è successo in questi anni alle forze riformatrici, i termini della questione fiscale imposti dai conservatori. Occorre rendere esplicito il limite oltre il quale la diminuzione della pressione fiscale mette a rischio non solo il welfare, ma gli stessi legami di cittadinanza. La crociata della destra contro le tasse contiene infatti una forte svalutazione della responsabilità collettiva come principio di regolazione sociale e considera l’individuo come un atomo, in quanto “non esiste la società”. È per questo che essa finisce per minacciare i diritti fondamentali costituzionalmente protetti.

Di tutto ciò bisogna tener conto quando si parla di tasse. Non è da escludere che la pressione fiscale in alcuni casi sia eccessiva o che parti della spesa pubblica debbano essere riformate. Quando però si perseguono, come negli Usa e in Italia, consistenti riduzioni fiscali a vantaggio dei ricchi occorre avere piena consapevolezza che non si punta a migliorare la situazione, ma a rimetterla in discussione in modo devastante. È per questo, conclude la parlamentare Ds, che occorre avanzare una concezione forte di cittadinanza, secondo cui l’individuo appartiene a una collettività di mutua dipendenza e le tasse sono un contributo al bene comune. In questo quadro eguaglianza e libertà non sono in contrapposizione, perché ciò che dà valore alla libertà è la capacità di usufruirne. Proprio per questo “l’uguaglianza delle opportunità” non deve far venir meno l’importanza dell’“uguaglianza dei risultati”. Si tratta, insomma, di portare al centro dell’impegno politico democratico e della mediazione delle istituzioni il rapporto tra tassazione, libertà, uguaglianza, responsabilità collettiva. Occorre cioè proporre una missione nella quale i cittadini si riconoscano come concittadini disponibili al patto sociale e fiscale.

(Rassegna sindacale, n. 24, giugno 2004)

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