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Il fondamentalismo di mercato non è in ritirata,
esso si avvale ancora di un’arma potente: l’avversione
oltranzistica alle tasse. È questa avversione che, fin dalle origini,
ne ha costituito il collante ideologico e pratico. Essa è in
contraddizione solo apparente con il populismo, il protezionismo e lo
statalismo deteriore che caratterizzano la destra di Bush come quella
di Berlusconi. È da questa considerazione che prende le mosse il
libro di Laura Pennacchi. L’autrice, parlamentare Ds ed ex
sottosegretario al Tesoro, analizza i veri obiettivi delle politiche
economiche delle destre, demistificando le motivazioni con cui vengono
sostenuti i programmi di radicale riduzione delle imposte. Per
smascherare le reali intenzioni di chi sostiene tali programmi è
utile adottare il suggerimento dell’opinionista del New York
Times Thomas Freedman: ogni volta che qualcuno propaganda la
riduzione delle tasse è opportuno sostituire alla parola “tasse”
la parola “servizi”. Meno tasse, infatti, significa meno servizi.
Il vero obiettivo delle destre non è incentivare con le riduzioni
fiscali la crescita della domanda o sostenere l’offerta, ma tagliare
i servizi. Lo smascheramento di questa reale intenzione richiede però
un lavoro di demistificazione su più terreni che attengono sia alla
sfera economica che a quella umana e della libertà individuale.
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l’individuo esiste prima e a prescindere dalla
collettività e dalle istituzioni che la regolano. Esso detiene in
modo naturalistico diritti determinati dalla propria sovranità,
moralmente superiori a qualunque aspetto della relazione con la società.
Da qui l’idea che la tassazione sia un esproprio, uno strumento di
vessazione nei confronti della libertà individuale. Le tasse alterano
il diritto di proprietà e quello ai frutti del lavoro; esse devono
perciò limitarsi a reperire le risorse necessarie al funzionamento
della giustizia, della polizia, della difesa; non possono esserci
tasse per finanziare i diritti sociali e la lotta alla disuguaglianza.
Gli oltranzisti anti tasse vogliono un ruolo pubblico angusto mirante
a soffocare le istanze di socialità. È per questo che, attraverso
gigantesche riduzioni fiscali, mirano a creare grandi disavanzi per
“affamare” il bilancio dello Stato e abbattere così
progressivamente la spesa pubblica.
L’amministrazione Bush si è fatta pienamente
interprete di questa linea e le analogie della politica di Berlusconi
con quella Usa sono forti. Certo, ricorda l’autrice, da noi le
dimensioni dei tagli fiscali proposti sono più contenute e la
tragedia si mischia alla farsa. C’è comunque da essere preoccupati,
perché nella contrapposizione tra individuo e società alimentata dal
duo Berlusconi-Tremonti vi è un’inquietante elemento di
“sovversivismo dall’alto”. Non bisogna, dunque, farsi ingannare
dal fatto che il governo riproponga la propria controriforma fiscale
per far fronte alla crisi economica. Anche qui non c’è nulla di
nuovo: le destre, a prescindere dalla situazione economica, indicano
nei tagli fiscali la soluzione miracolosa per tutti i problemi. Le
cose non stanno così e, citando Krugman, Pennacchi ricorda che la
faccia “amichevole e attraente” dell’economia dell’offerta
secondo cui le tasse possono essere ridotte senza tagli severi alla
spesa pubblica, è solo “la copertina piacevole per un movimento
politico con un’agenda molto più spietata”.
Oggi, sostiene l’autrice, contro la crociata
anti tasse che rischia di farci regredire alla società preborghese e
premoderna, si impone l’urgenza di ridefinire la legittimità
democratica della tassazione non accettando più, come è successo in
questi anni alle forze riformatrici, i termini della questione fiscale
imposti dai conservatori. Occorre rendere esplicito il limite oltre il
quale la diminuzione della pressione fiscale mette a rischio non solo
il welfare, ma gli stessi legami di cittadinanza. La crociata della
destra contro le tasse contiene infatti una forte svalutazione della
responsabilità collettiva come principio di regolazione sociale e
considera l’individuo come un atomo, in quanto “non esiste la
società”. È per questo che essa finisce per minacciare i diritti
fondamentali costituzionalmente protetti.
Di tutto ciò bisogna tener conto quando si parla
di tasse. Non è da escludere che la pressione fiscale in alcuni casi
sia eccessiva o che parti della spesa pubblica debbano essere
riformate. Quando però si perseguono, come negli Usa e in Italia,
consistenti riduzioni fiscali a vantaggio dei ricchi occorre avere
piena consapevolezza che non si punta a migliorare la situazione, ma a
rimetterla in discussione in modo devastante. È per questo, conclude
la parlamentare Ds, che occorre avanzare una concezione forte di
cittadinanza, secondo cui l’individuo appartiene a una collettività
di mutua dipendenza e le tasse sono un contributo al bene comune. In
questo quadro eguaglianza e libertà non sono in contrapposizione,
perché ciò che dà valore alla libertà è la capacità di
usufruirne. Proprio per questo “l’uguaglianza delle opportunità”
non deve far venir meno l’importanza dell’“uguaglianza dei
risultati”. Si tratta, insomma, di portare al centro dell’impegno
politico democratico e della mediazione delle istituzioni il rapporto
tra tassazione, libertà, uguaglianza, responsabilità collettiva.
Occorre cioè proporre una missione nella quale i cittadini si
riconoscano come concittadini disponibili al patto sociale e fiscale.
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