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Jeremy Rifkin / Il sogno europeo
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La frontiera? Al di qua dell'Atlantico
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di Renato D'Agostini
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Il sogno europeo
di Jeremy Rifkin
Mondadori 2004
pp. 456,
euro 18,50
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La cosa strana è che sia un americano a scoprire
che “l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta
lentamente eclissando il sogno americano”: Jeremy Rifkin autore,
appunto, de Il sogno europeo, ma anche di libri come La fine del lavoro, Il secolo biotech,
L’era dell’accesso, che hanno cercato – in modo spesso brillante
– di definire i contorni della rivoluzione della new economy come
“nuova frontiera del capitalismo”. Quest’ultimo lavoro si
presenta con un colpo di scena: il futuro, malgrado paternità e
dominio Usa sulle nuove tecnologie della comunicazione, non rinverdirà
il mito di una nuova frontiera, il “sogno americano” è in agonia.
E l’Europa è pronta a imporre il suo.
Si è scritto molto su questo tema, sull’idea
della frontiera come una sorta di ideologia pervasa di spirito
religioso, intesa non come confine ma come luogo fisico e metaforico
di una rigenerazione culturale, morale e politica. Fu un professore di
storia del Middle West, Frederick J.Turner, a dare dignità
intellettuale all’immaginario popolare sul selvaggio West costruito
sulle storie, vere o inventate, dei pionieri, largamente diffuse dalle
dime novels, riviste a prezzo economico che ebbero uno strepitoso
successo.
La storia della conquista del West in realtà
occupa non più del tempo di una generazione sotto la spinta
dell’assegnazione delle terre e delle imprese minerarie (la corsa
all’oro), dello spostamento per migliaia di chilometri delle mandrie
di bestiame dalle Grandi Pianure ai mercati del Nord Est (dal Messico
nord-orientale arrivano i cow-boy).
Turner (scrive il suo saggio sulla frontiera nel
1893, la frontiera era stata chiusa nel 1890) teorizzò la
trasformazione dell’europeo (bianco e anglosassone) nell’“uomo
americano” attraverso l’esperienza della progressiva conquista
delle nuove terre, selvagge e abitate da selvaggi. La frontiera impose
una sorta di rigenerazione: l’abbandono dei riferimenti materiali e
culturali della vecchia Europa di fronte alle dure avversità imposte
dalla natura e dalla lotta per la sopravvivenza. Nasce così l’idea
di un popolo eletto, la cui missione è la costruzione di una società
fondata sui valori individuali, sulla proprietà, sul rischio,
insofferente verso ogni limitazione a questi valori.
In sostanza una teorizzazione ambigua che metteva
insieme spiritualismo romantico, utilitarismo pragmatista e una sorta
di darwinismo sociale. Ambigua perché allo stesso tempo poteva essere
impugnata dalla provincia agricola contro l’industrialismo imperante
e dalla nuova borghesia imprenditoriale che si riconosceva proprio
nello spirito individualistico, nell’ideologia proprietaria, nel
gusto del rischio, e cioè in quello che da allora sarà il “Sogno
americano”.
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Rifkin sottopone l’American dream a una critica
spietata. Dati alla mano, esamina la situazione economica e sociale
attuale degli Usa e quella dei paesi dell’Union europea per
concludere allarmato: “Oggi che il Sogno americano del successo
personale è dato per scontato, banalizzato o, peggio, vissuto con
fastidio da un crescente numero di giovani americani benestanti ed è
diventato qualcosa al di fuori della portata della maggior parte dei
poveri che vivono in America, tutto quello che ci resta è l’idea di
popolo eletto. Viene così spontaneo domandarsi: “Eletto a che
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cosa?”. Il fervore religioso in cerca di una missione,
soprattutto se accompagnato dall’idea di godere di una speciale
considerazione presso Dio, può far assumere atteggiamenti minacciosi,
che non appartengono alla nostra tradizione. Abbiamo già avuto, dopo
l’11 settembre, una vaga percezione di questa possibilità, dal
momento che un gran numero di leader religiosi evangelici, di politici
conservatori e di intellettuali hanno cominciato a parlare dello
scontro finale fra la civiltà cristiana occidentale e la barbarie
musulmana”.
Rifkin non limita la sua ricerca agli aspetti
economici, psicologici e sociologici del confronto tra America ed
Europa,
mette in evidenza due idee di democrazia: l’una lega libertà e
sicurezza alla ricchezza, l’altra all’integrazione e
all’inclusione. Ne derivano idee opposte sulla natura e il ruolo
dello Stato e della proprietà. E proprio al tema del rapporto
mercato, Stato e proprietà (già anticipato in L’era
dell’accesso) dedica capitoli ricchi di spunti che meriterebbero
ulteriori riflessioni.
Il primato della proprietà privata, sostiene
Rifkin, di fronte all’ondata delle nuove tecnologie sta subendo
colpi: “Lo scambio di proprietà sui mercati nazionali lascerà
sempre più spazio, nel ventunesimo secolo, a nuove relazioni di
accesso in ampie reti globali”. Il rapporto tra regime di proprietà
privata e Stato nazionale, così come lo abbiamo conosciuto finora, è
destinato a cambiare, comunicazione e globalizzazione tendono a
trasformare la natura stessa del mercato e con esso ruolo e natura
dello Stato. La disponibilità al cambiamento diventa essenziale, gli
Usa appaiono allo stesso tempo legati ideologicamente e costretti alla
perpetuazione del vecchio sistema. Si spiega così l’interesse per
la costruzione europea, che non è un entità territoriale, che non è
uno Stato sebbene si comporti come tale: “Il Sogno europeo, con
l’accento che pone sull’inclusività, la diversità (…) i
diritti umani universali, i diritti della natura e la pace, è sempre
più affascinante per una generazione ansiosa di essere connessa
globalmente e, nello stesso tempo, radicata localmente”.
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(Rassegna sindacale, n. 39, ottobre 2004)
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