Fausto Vigevani

Un riformista radicale 

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L'impegno di Fausto Vigevani

Un riformista radicale

 

di Guglielmo Epifani

La passione, il coraggio di un socialista scomodo
di Pasquale Cascella, Giorgio Lauzi e Sergio Negri
Edizioni Ediesse 2004 

Sarà fra pochi giorni in libreria, per i tipi dell’Ediesse, Fausto Vigevani. La passione, il coraggio di un socialista scomodo. Autori Pasquale Cascella, Giorgio Lauzi, Sergio Negri (presentazione di Renzo Penna e introduzione di Guglielmo Epifani), il testo ricostruisce l’operato del dirigente – della Cgil, della sinistra – prematuramente scomparso lo scorso anno. Pubblichiamo di seguito, pressoché integralmente, l’introduzione di Epifani.

 

Dalle pagine di questo libro emerge, per merito di autori attenti e sensibili, come la figura di Fausto Vigevani sia strettamente legata alle trasformazioni politiche e sociali del nostro paese, un discorrere di avvenimenti, scelte, scontri politici nei quali il ruolo di Fausto è sempre stato significativo, dalle sue prime esperienze sindacali a Piacenza fino alle più recenti vicende politiche riguardanti la crisi del Psi e la trasformazione della sinistra italiana.
Si configura con grande vigore la storia di un protagonista delle politiche sindacali. Tutti i passaggi della sua ricca esistenza sono seguiti con onestà e passione. In particolare dallo scritto di Giorgio Lauzi (...) si può notare un coinvolgimento che non esprime solamente la sua grande conoscenza dei vari passaggi della nostra storia sociale, ma anche una partecipazione e una passione che devono essere interpretati come un riconoscimento alla coerenza politica di Vigevani di cui Lauzi condivideva gli indirizzi ideologici (...).

Nell’articolazione del libro, Vigevani ci viene presentato nel trascorrere di tutto il suo percorso politico: dai primi incarichi di dirigente sindacale a Piacenza e Novara fino all’elezione nel Senato della Repubblica. In tutte queste esperienze si possono evidenziare (...) alcuni filoni di pensiero, alcuni elementi centrali del contributo di Vigevani che ne hanno caratterizzato il ruolo e ne hanno segnato l’impronta. In primo luogo la sua cultura politica, fondata su un’idea di socialismo intransigente e rigoroso, su un riformismo mai subalterno od opportunista, su un’idea della lotta sociale e sindacale strettamente e realisticamente legata all’analisi dei processi strutturali, ai rapporti di forza, nella consapevolezza che il miglioramento delle condizioni del mondo del lavoro è determinato da conquiste sindacali mirate a modificare i rapporti di potere sociale.

Forse Fausto sarebbe contento di vedere come nell’esperienza di questi mesi la riflessione della Cgil, e anche in parte della sinistra, stia facendo emergere importanti analisi ed elaborazioni che, in qualche modo, si legano al suo pensiero e che ho avuto modo, nell’Assemblea dei delegati della Cgil, di sintetizzare nell’idea di “riformismo radicale”.
Mi pare questo un approccio per il quale Vigevani si è sempre battuto al fine di innovare le politiche sindacali con un orizzonte che tentava di definire insieme, anche con il necessario gradualismo, gli obiettivi da proporre e gli strumenti per il loro conseguimento.

Di qui la sua forte sottolineatura nel rivendicare robuste politiche di redistribuzione dei redditi rispetto alle quali era consapevole di dover tenere insieme azione contrattuale e riforme fiscali; ma egli era ancor più convinto di come tale redistribuzione, in una dimensione dello sviluppo capitalistico che già dagli anni settanta evidenziava i propri limiti, fosse intrinsecamente legata a una nuova idea di “produzione” della ricchezza fondata su una riorganizzazione di nuovi modelli produttivi, più avanzate relazioni industriali per delineare processi di democrazia economica, sul recupero del controllo sindacale dell’organizzazione del lavoro come condizione per esercitare concretamente l’azione di partecipazione, di emancipazione e di potere dei lavoratori nell’azienda.

Questa sua visione si è espressa in modo particolare nella sua esperienza alla direzione del sindacato dei chimici quando ha dovuto confrontarsi con grandi processi di riorganizzazione del settore e laddove, grazie anche alle condizioni più favorevoli derivanti da un padronato meno rozzo e arretrato che altrove, si sono prodotte grandi lotte unitarie per un nuovo modello produttivo e di sviluppo, importanti accordi per gli investimenti nelle aree più svantaggiate del meridione, interventi di modifica condivisa dell’organizzazione del lavoro, contrattazione delle nuove professionalità e delle condizioni di salute e sicurezza ambientale.

Un secondo aspetto del contributo di Fausto Vigevani emerge dalla lettura delle sue esperienze confederali, degli anni nei quali ha svolto il suo lavoro nella segreteria della Cgil. Anche in questa fase Fausto è indirizzato dalla visione di come produzione e distribuzione del reddito siano due aspetti intimamente inseparabili, di come i limiti allo sviluppo e, dunque, le forme di sviluppo sostenibile, debbano diventare vincoli ineludibili per l’agire sindacale. Ma, rispetto al lavoro precedente, il nuovo incarico confederale lo porta a sottolinearne gli aspetti di contraddizione più generali, di impostazione e di indirizzo economico, in anni in cui emergevano seri problemi dovuti all’esplosione del fenomeno inflattivo e alla crisi competitiva del paese, con la conseguente ristrutturazione produttiva.

È in questo contesto che Fausto affronterà con (...) rigore sia la ricerca di nuove forme di protagonismo sindacale nella gestione delle decisioni economiche, sia le fasi più acute dello scontro sulla scala mobile diventando, nella forte divisione dentro la Cgil dopo il decreto di San Valentino, un punto di riferimento autorevole e ascoltato anche da parte di coloro che con lui erano in dissenso. Questa sua autorevolezza era la conseguenza di un terzo elemento che ha caratterizzato la sua esperienza sindacale e che riguardava il suo modo di stare nella Cgil, la sua concezione dell’unità, del pluralismo e della democrazia della Confederazione.

Nonostante Vigevani fosse tra i compagni che con più coraggio, e forse testardaggine, segnalava la sua identità, non solo quella costituita dalla sua formazione socialista, ma anche quella elaborativa e di analisi, la Cgil, tutti i suoi dirigenti e tutti i suoi militanti lo hanno sempre visto come un proprio leader autorevole e unitario. Questo sentimento era il portato di un approccio alla vita organizzativa che era tutt’altro che accondiscendente ma che era giustamente percepito, per la sua trasparenza e lealtà, come un contributo, magari scomodo e poco gradito, ma mai banale (...).

Ciò è accaduto nello scontro interno sulla scala mobile nel quale Fausto poneva un tema complesso e sofferto come quello dell’autonomia sindacale al centro della discussione. Egli evidenziava i limiti e le contraddizioni di una Cgil che avrebbe potuto essere un punto di riferimento della sinistra solo in quanto autonoma progettualmente, nella gelosa salvaguardia del suo profilo politico e sociale e come, al contrario, se non fosse riuscita in questo sforzo essa sarebbe diventata il campo di gioco di altri giocatori e di altri obiettivi.
Ancora si è manifestato nelle occasioni in cui si è più volte discusso di politiche sindacali e contrattuali laddove Vigevani sempre proponeva un metodo di analisi rigoroso e poco accomodante: quello di partire innanzitutto dai propri errori o insufficienze per poter costruire con realismo (...) piattaforme più adeguate e innovative.

In queste discussioni emergeva il riformismo di Vigevani dal quale traspariva il bisogno del rigore nel selezionare, sulla base di un’analisi scientifica, obiettivi e bisogni, e ciò permetteva di trasformare la protesta in azione sindacale, in piattaforme credibili e (...) di saldare la rivendicazione di diritti sociali e sindacali con spazi effettivi di potere che permettessero di esercitare la contrattazione e la tutela.
È accaduto infine nella discussione più propria della vita della Cgil, nella sua configurazione pluralistica, nelle forme che ne caratterizzavano la democrazia.

Sul pluralismo Vigevani si è sempre battuto, per convinzione oltre che per la necessità di vedere riconosciuto il suo ruolo di minoranza, per il pieno riconoscimento dei diversi apporti culturali e politici, ma anche qui non in modo formale ma sempre sottolineando l’esigenza di un dibattito che deve essere ricco di opinioni e leale nei rapporti politici in modo da consentire il pieno esplicitarsi della mediazione intesa non come opportunistico processo organizzativo ma come vera e proficua sintesi di idee e progettualità.
Sulla questione della democrazia sindacale e di organizzazione egli era altrettanto coerente. Immaginava un sindacato rappresentativo che sapeva decidere insieme ai lavoratori. Tuttavia il suo era un modello di democrazia articolato che riconosceva il diritto a tutte le opinioni e posizioni e che mai poteva essere impugnato come arma per negare il ruolo altrui, per semplificare la complessità sociale e sindacale.

Un altro aspetto che è stato al centro dell’appassionata battaglia di Vigevani riguarda la costruzione dell’unità sindacale. L’unità del movimento dei lavoratori è sempre stata la chiave di lettura delle sue scelte, uno dei suoi vincoli fondamentali.
Questa positiva ossessione derivava da tre convincimenti:
• la consapevolezza che con la fine del secolo erano (...) superate quelle contrapposizioni ideologiche, quella differenza tra visioni del mondo che erano state la ragione della frattura alla fine degli anni quaranta, e che oggi fra Cgil, Cisl e Uil potevano presentarsi solo, anche se importanti, contrasti di natura politica;
• l’unità come dovere verso i lavoratori nella consapevolezza che, nell’Italia degli ultimi decenni, il cambiamento dei rapporti di potere sociali non sarebbe stato praticabile se non attraverso solide e durature azioni unitarie, senza le quali il meglio che potesse capitare era la faticosa difesa delle condizioni date;
• infine l’unità come condizione per garantire l’autonomia delle forze sociali e per consentire alla Cgil di promuovere la “grande politica” sulla base del proprio specifico progetto di rappresentanza sociale, senza dover agire nei ristretti e subalterni spazi decisi da altri.

Questa ricca e rigorosa capacità di elaborazione Vigevani la ha riproposta, alla fine del suo incarico di direzione dei metalmeccanici, nella sua esperienza politica, un’esperienza nella quale ha fatto valere quel suo modo di leggere la realtà, di affrontare i problemi, di pretendere trasparenti modalità di discussione e decisione. Forse la politica non è stata pienamente in grado di fruire di questi contributi essendo spesso così diversa dalla realtà sindacale o, forse, Fausto ha consapevolmente indirizzato il suo lavoro verso scelte che avevano l’obiettivo di testimoniare, accentuare, promuovere nuove forme e modalità dell’agire politico, scelte che lo portavano su posizioni più nette ma anche più isolate.

Vigevani molto si è battuto, dopo la caduta del sistema comunista e la scomparsa del Psi, per la costruzione di un nuovo e moderno partito di ispirazione socialista che avesse l’ambizione di riproporre i grandi valori di libertà e uguaglianza che hanno caratterizzato una fase fondamentale della vita del nostro paese, di inserire questi valori in una cultura di governo in grado di promuovere, e non solo proclamare, nuovi poteri e nuovi diritti, l’ambizione di far crescere un processo di riunificazione di quella sinistra italiana che oggi non ha più ragione di restare separata. Non sempre i suoi sforzi sono stati compresi e i risultati conseguiti. Proprio per questo la sua resta una testimonianza originale e profonda, in grado di aiutare il nostro impegno e il comune lavoro.

(Rassegna Sindacale n. 33  settembre 2004 )

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