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Dalle pagine di questo libro emerge, per merito di
autori attenti e sensibili, come la figura di Fausto Vigevani sia
strettamente legata alle trasformazioni politiche e sociali del nostro
paese, un discorrere di avvenimenti, scelte, scontri politici nei
quali il ruolo di Fausto è sempre stato significativo, dalle sue prime
esperienze sindacali a Piacenza fino alle più recenti vicende
politiche riguardanti la crisi del Psi e la trasformazione della
sinistra italiana.
Si configura con grande vigore la storia di un protagonista delle
politiche sindacali. Tutti i passaggi della sua ricca esistenza sono
seguiti con onestà e passione. In particolare dallo scritto di Giorgio
Lauzi (...) si può notare un coinvolgimento che non esprime solamente
la sua grande conoscenza dei vari passaggi della nostra storia
sociale, ma anche una partecipazione e una passione che devono essere
interpretati come un riconoscimento alla coerenza politica di Vigevani
di cui Lauzi condivideva gli indirizzi ideologici (...).
Nell’articolazione del libro, Vigevani ci viene presentato nel
trascorrere di tutto il suo percorso politico: dai primi incarichi di
dirigente sindacale a Piacenza e Novara fino all’elezione nel Senato
della Repubblica. In tutte queste esperienze si possono evidenziare
(...) alcuni filoni di pensiero, alcuni elementi centrali del
contributo di Vigevani che ne hanno caratterizzato il ruolo e ne hanno
segnato l’impronta. In primo luogo la sua cultura politica, fondata su
un’idea di socialismo intransigente e rigoroso, su un riformismo mai
subalterno od opportunista, su un’idea della lotta sociale e sindacale
strettamente e realisticamente legata all’analisi dei processi
strutturali, ai rapporti di forza, nella consapevolezza che il
miglioramento delle condizioni del mondo del lavoro è determinato da
conquiste sindacali mirate a modificare i rapporti di potere sociale.
Forse Fausto sarebbe contento di vedere come nell’esperienza di questi
mesi la riflessione della Cgil, e anche in parte della sinistra, stia
facendo emergere importanti analisi ed elaborazioni che, in qualche
modo, si legano al suo pensiero e che ho avuto modo, nell’Assemblea
dei delegati della Cgil, di sintetizzare nell’idea di “riformismo
radicale”.
Mi pare questo un approccio per il quale Vigevani si è sempre battuto
al fine di innovare le politiche sindacali con un orizzonte che
tentava di definire insieme, anche con il necessario gradualismo, gli
obiettivi da proporre e gli strumenti per il loro conseguimento.
Di
qui la sua forte sottolineatura nel rivendicare robuste politiche di redistribuzione dei redditi rispetto alle quali era consapevole di
dover tenere insieme azione contrattuale e riforme fiscali; ma egli
era ancor più convinto di come tale redistribuzione, in una dimensione
dello sviluppo capitalistico che già dagli anni settanta evidenziava i
propri limiti, fosse intrinsecamente legata a una nuova idea di
“produzione” della ricchezza fondata su una riorganizzazione di nuovi
modelli produttivi, più avanzate relazioni industriali per delineare
processi di democrazia economica, sul recupero del controllo sindacale
dell’organizzazione del lavoro come condizione per esercitare
concretamente l’azione di partecipazione, di emancipazione e di potere
dei lavoratori nell’azienda.
Questa sua visione si è espressa in modo particolare nella sua
esperienza alla direzione del sindacato dei chimici quando ha dovuto
confrontarsi con grandi processi di riorganizzazione del settore e
laddove, grazie anche alle condizioni più favorevoli derivanti da un
padronato meno rozzo e arretrato che altrove, si sono prodotte grandi
lotte unitarie per un nuovo modello produttivo e di sviluppo,
importanti accordi per gli investimenti nelle aree più svantaggiate
del meridione, interventi di modifica condivisa dell’organizzazione
del lavoro, contrattazione delle nuove professionalità e delle
condizioni di salute e sicurezza ambientale.
Un secondo aspetto del contributo di Fausto Vigevani emerge dalla
lettura delle sue esperienze confederali, degli anni nei quali ha
svolto il suo lavoro nella segreteria della Cgil. Anche in questa fase
Fausto è indirizzato dalla visione di come produzione e distribuzione
del reddito siano due aspetti intimamente inseparabili, di come i
limiti allo sviluppo e, dunque, le forme di sviluppo sostenibile,
debbano diventare vincoli ineludibili per l’agire sindacale. Ma,
rispetto al lavoro precedente, il nuovo incarico confederale lo porta
a sottolinearne gli aspetti di contraddizione più generali, di
impostazione e di indirizzo economico, in anni in cui emergevano seri
problemi dovuti all’esplosione del fenomeno inflattivo e alla crisi
competitiva del paese, con la conseguente ristrutturazione produttiva.
È in questo contesto che Fausto affronterà con (...) rigore sia la
ricerca di nuove forme di protagonismo sindacale nella gestione delle
decisioni economiche, sia le fasi più acute dello scontro sulla scala
mobile diventando, nella forte divisione dentro la Cgil dopo il
decreto di San Valentino, un punto di riferimento autorevole e
ascoltato anche da parte di coloro che con lui erano in dissenso.
Questa sua autorevolezza era la conseguenza di un terzo elemento che
ha caratterizzato la sua esperienza sindacale e che riguardava il suo
modo di stare nella Cgil, la sua concezione dell’unità, del pluralismo
e della democrazia della Confederazione.
Nonostante Vigevani fosse tra i compagni che con più coraggio, e forse
testardaggine, segnalava la sua identità, non solo quella costituita
dalla sua formazione socialista, ma anche quella elaborativa e di
analisi, la Cgil, tutti i suoi dirigenti e tutti i suoi militanti lo
hanno sempre visto come un proprio leader autorevole e unitario.
Questo sentimento era il portato di un approccio alla vita
organizzativa che era tutt’altro che accondiscendente ma che era
giustamente percepito, per la sua trasparenza e lealtà, come un
contributo, magari scomodo e poco gradito, ma mai banale (...).
Ciò è accaduto nello scontro interno sulla scala mobile nel quale
Fausto poneva un tema complesso e sofferto come quello dell’autonomia
sindacale al centro della discussione. Egli evidenziava i limiti e le
contraddizioni di una Cgil che avrebbe potuto essere un punto di
riferimento della sinistra solo in quanto autonoma progettualmente,
nella gelosa salvaguardia del suo profilo politico e sociale e come,
al contrario, se non fosse riuscita in questo sforzo essa sarebbe
diventata il campo di gioco di altri giocatori e di altri obiettivi.
Ancora si è manifestato nelle occasioni in cui si è più volte discusso
di politiche sindacali e contrattuali laddove Vigevani sempre
proponeva un metodo di analisi rigoroso e poco accomodante: quello di
partire innanzitutto dai propri errori o insufficienze per poter
costruire con realismo (...) piattaforme più adeguate e innovative.
In queste discussioni emergeva il riformismo di Vigevani dal quale
traspariva il bisogno del rigore nel selezionare, sulla base di
un’analisi scientifica, obiettivi e bisogni, e ciò permetteva di
trasformare la protesta in azione sindacale, in piattaforme credibili
e (...) di saldare la rivendicazione di diritti sociali e sindacali
con spazi effettivi di potere che permettessero di esercitare la
contrattazione e la tutela.
È accaduto infine nella discussione più propria della vita della Cgil,
nella sua configurazione pluralistica, nelle forme che ne
caratterizzavano la democrazia.
Sul pluralismo Vigevani si è sempre battuto, per convinzione oltre che
per la necessità di vedere riconosciuto il suo ruolo di minoranza, per
il pieno riconoscimento dei diversi apporti culturali e politici, ma
anche qui non in modo formale ma sempre sottolineando l’esigenza di un
dibattito che deve essere ricco di opinioni e leale nei rapporti
politici in modo da consentire il pieno esplicitarsi della mediazione
intesa non come opportunistico processo organizzativo ma come vera e
proficua sintesi di idee e progettualità.
Sulla questione della democrazia sindacale e di organizzazione egli
era altrettanto coerente. Immaginava un sindacato rappresentativo che
sapeva decidere insieme ai lavoratori. Tuttavia il suo era un modello
di democrazia articolato che riconosceva il diritto a tutte le
opinioni e posizioni e che mai poteva essere impugnato come arma per
negare il ruolo altrui, per semplificare la complessità sociale e
sindacale.
Un altro aspetto che è stato al centro dell’appassionata battaglia di
Vigevani riguarda la costruzione dell’unità sindacale. L’unità del
movimento dei lavoratori è sempre stata la chiave di lettura delle sue
scelte, uno dei suoi vincoli fondamentali.
Questa positiva ossessione derivava da tre convincimenti:
• la
consapevolezza che con la fine del secolo erano (...) superate quelle
contrapposizioni ideologiche, quella differenza tra visioni del mondo
che erano state la ragione della frattura alla fine degli anni
quaranta, e che oggi fra Cgil, Cisl e Uil potevano presentarsi solo,
anche se importanti, contrasti di natura politica;
• l’unità come
dovere verso i lavoratori nella consapevolezza che, nell’Italia degli
ultimi decenni, il cambiamento dei rapporti di potere sociali non
sarebbe stato praticabile se non attraverso solide e durature azioni
unitarie, senza le quali il meglio che potesse capitare era la
faticosa difesa delle condizioni date;
• infine l’unità come
condizione per garantire l’autonomia delle forze sociali e per
consentire alla Cgil di promuovere la “grande politica” sulla base del
proprio specifico progetto di rappresentanza sociale, senza dover
agire nei ristretti e subalterni spazi decisi da altri.
Questa ricca e rigorosa capacità di elaborazione Vigevani la ha
riproposta, alla fine del suo incarico di direzione dei
metalmeccanici, nella sua esperienza politica, un’esperienza nella
quale ha fatto valere quel suo modo di leggere la realtà, di
affrontare i problemi, di pretendere trasparenti modalità di
discussione e decisione. Forse la politica non è stata pienamente in
grado di fruire di questi contributi essendo spesso così diversa dalla
realtà sindacale o, forse, Fausto ha consapevolmente indirizzato il
suo lavoro verso scelte che avevano l’obiettivo di testimoniare,
accentuare, promuovere nuove forme e modalità dell’agire politico,
scelte che lo portavano su posizioni più nette ma anche più isolate.
Vigevani molto si è battuto, dopo la caduta del sistema comunista e la
scomparsa del Psi, per la costruzione di un nuovo e moderno partito di
ispirazione socialista che avesse l’ambizione di riproporre i grandi
valori di libertà e uguaglianza che hanno caratterizzato una fase
fondamentale della vita del nostro paese, di inserire questi valori in
una cultura di governo in grado di promuovere, e non solo proclamare,
nuovi poteri e nuovi diritti, l’ambizione di far crescere un processo
di riunificazione di quella sinistra italiana che oggi non ha più
ragione di restare separata. Non sempre i suoi sforzi sono stati
compresi e i risultati conseguiti. Proprio per questo la sua resta una
testimonianza originale e profonda, in grado di aiutare il nostro
impegno e il comune lavoro.
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