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Tessile / La crisi in Calabria

Lenta agonia di un settore

di Grazia Mantella

Più di 700 posti di lavoro persi, almeno il doppio a rischio nell’indotto e una mobilitazione dei lavoratori il 1° dicembre scorso davanti alla sede della giunta (le maestranze del settore torneranno a manifestare il 3 febbraio prossimo), non sembrano aver attirato più di tanto l’attenzione del governo regionale sulla crisi (ma sarebbe più corretto parlare di agonia) del settore tessile calabrese. Per la prima volta, le difficoltà colpiscono contemporaneamente tutte le aziende del comparto, dal nord al sud della regione. Nella provincia di Cosenza, la Manifattura del Crati (Mdc) è stata dichiarata fallita ormai più di un mese fa e circa 350 lavoratori sono stati messi in cassa integrazione, mentre lo scorso 7 gennaio, a Praia a Mare, la Marlane (del gruppo Marzotto) ha posto in mobilità 191 lavoratori del reparto tessitura (ne restano 150 alla filatura, ma il sindacato teme che anche il reparto superstite non abbia vita lunga). Senza dimenticare gli altri 90 posti di lavoro andati in fumo in quello che un tempo era il polo tessile di Cetraro e, in provincia di Reggio Calabria, i 150 lavoratori del polo di San Gregorio mandati a casa.


Impegni disattesi
Antonio Granata, della segreteria regionale confederale e da pochi giorni numero uno della Cgil del comprensorio Sibari-Pollino, fa un po’ di conti: “Da un calcolo complessivo non è difficile concludere che a fronte di circa 700 persone che hanno perduto il posto di lavoro ce ne sono in pericolo quantomeno altre 1.500 relative all’indotto. Chiamarlo declino, a questo punto, sarebbe un eufemismo. Il polo tessile in Calabria è morto”. Una disamina impietosa, quella del sindacalista: “La crisi si è abbattuta allo stesso tempo su tutto il settore, che scompare senza che venga sostituito da nient’altro”. Uno scenario preoccupante, aggravato ulteriormente dal comportamento decisamente poco attivo dell’amministrazione regionale. La manifestazione dei lavoratori il 1° dicembre scorso davanti alla sede della presidenza della giunta, non ha prodotto effetti di rilievo, ma solamente l’ennesimo impegno disatteso: sulle vertenze Mdc e Marlane non è stato aperto il tavolo di confronto a Palazzo Chigi, come promesso ai sindacati, e nemmeno è stata avviata la discussione a livello regionale sulle altre aziende tessili in crisi a Cetraro e a San Gregorio. L’unico atto di cui resta traccia è una richiesta d’incontro al sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta, avanzata il 5 dicembre scorso dall’assessore alla Presidenza della Regione Calabria, Raffaele Mirigliani, per un “ausilio governativo” sulla crisi del tessile (ma il sottosegretario non si è nemmeno degnato di dare una risposta). Qualcuno dovrà spiegare adesso ai tantissimi lavoratori coinvolti nei fallimenti e nelle dismissioni delle loro fabbriche, per lo più giovani operaie, cosa faranno una volta finiti gli ammortizzatori sociali, se avranno modo di servirsi ancora delle competenze maturate o se potranno almeno utilizzare la propria esperienza lavorativa per “riciclarsi” in altri settori produttivi.

La tiepida mossa fatta dall’esecutivo regionale per spostare il confronto a Roma non è stata presa sul serio dalle organizzazioni sindacali. La loro contromossa sarà di mobilitare di nuovo i lavoratori, riportandoli “sul luogo del delitto”, come ironizza Granata. Nel piazzale antistante la sede della presidenza della giunta, a Catanzaro, i tessili calabresi chiederanno conto ancora una volta dell’inattività della Regione. “Abbiamo assistito alla pantomima recitata al ministero delle Attività produttive – accusa Granata – e alla totale assenza di un confronto a livello regionale”. In Calabria, spiegano in casa Cgil, manca qualunque tipo di relazione sindacale con la giunta. “Il presidente Giuseppe Chiaravalloti – argomenta Franco Mazza, segretario della Filtea Sibari-Pollino – non ha una particolare propensione al dialogo e giudica il sindacato una lobby scarsamente rappresentativa”. Per questo, aggiunge, “dovrà esserci un forte impegno anche da Roma, da parte della confederazione. Il 15 novembre dello scorso anno la Cgil ha organizzato, assieme a Cisl e Uil nazionali, una grande manifestazione a Reggio Calabria per sostenere lo sviluppo nel Mezzogiorno. Ora si tratta di dar seguito a quell’impegno, altrimenti perdiamo credibilità”.


Crisi molto grave
La Calabria vive secondo i sindacati una delle crisi più gravi della sua storia, senza che nessuno provi a far niente. “L’abolizione tout court del dialogo sociale – sottolinea Granata – ha permesso che questa regione fosse abbandonata a se stessa. Si continuano a sottovalutare i problemi e la classe politica locale, anche di minoranza, non brilla per spirito d’iniziativa. La crisi del settore tessile si è consumata senza che fosse possibile annotare una sola posizione decisa di parte politica, non tanto per proporre interventi risolutivi, ormai improbabili, quanto per denunciare una linea di condotta istituzionale e amministrativa che per decenni ha avallato una classe imprenditoriale incapace di reggersi senza il sostegno pubblico”. Gli strali del sindacato non risparmiano nemmeno l’esecutivo centrale. “Finalmente il governo ha buttato giù la maschera – commenta ancora Granata –. Il 21 gennaio, durante il question time alla Camera dei deputati, su una precisa interrogazione, finalizzata a sapere cosa intendesse fare l’esecutivo per evitare la scomparsa dell’intero settore tessile in Calabria, con il relativo impoverimento generale di intere aree, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, e non già quello delle Attività produttive, si è esibito in una vergognosa non risposta”. Una sequela di retorica e luoghi comuni, “che hanno offeso la dignità del Parlamento e delle centinaia di lavoratrici e lavoratori che hanno seguito il dibattito in televisione con la remota idea di avere una parola di conforto e di speranza rispetto al loro futuro”.


Riduzione dei costi
Anche rispetto al comportamento della classe imprenditoriale, il sindacato non è affatto tenero. Sott’accusa è il gotha dell’industria tessile presente in Calabria. A cominciare dalla Marzotto: “Con sindacati e istituzioni – ricorda Mazza – si era impegnata a presentare un progetto per salvaguardare i posti di lavoro: invece, dopo aver utilizzato i fondi del patto territoriale, dopo averci detto, nel giugno scorso, di essere pronta a rilanciare il sito industriale di Praia a Mare, a settembre l’azienda ha comunicato la chiusura del reparto tessitura e la sua intenzione di delocalizzare nella Repubblica Ceca”. Seguendo una politica di riduzione dei costi, al gruppo, come già nel 2002 con la dismissione del laniero di base, risulta più conveniente l’Europa dell’Est, dove il lavoro costa di meno. Per non parlare della Manifattura del Crati: qui non si delocalizza, si chiude e basta. “Il gruppo aveva presentato nel marzo scorso un progetto industriale con altre tre cordate di imprenditori – racconta Granata –. Abbiamo fatto una verifica, scoprendo che mentre quegli industriali offrivano a parole la loro disponibilità per la Mdc, nel contempo aprivano stabilimenti in altre regioni, dimostrandosi nei fatti assai poco interessati a investire in Calabria”.

Per questa fabbrica, come per le altre che chiudono i battenti, non c’è una via d’uscita. Anche se i tessili torneranno a manifestare sarà, la stessa Cgil non lo nasconde, solamente per portare la propria rabbia sotto le finestre del presidente dell’esecutivo calabrese. Le fabbriche non saranno riaperte, ma la linea del sindacato è quella di avviare un dialogo tra più soggetti (istituzioni, imprenditori, task force governativa per l’occupazione e Sviluppo Italia) per verificare l’esistenza di progetti alternativi allo smantellamento produttivo in atto. Progetti seri, con imprenditori realmente interessati. “Le Regioni Calabria e Lombardia – conclude il segretario della Cgil – hanno firmato un anno fa un accordo di programma sul calzaturiero con alcuni imprenditori del Brenta. A oggi, nonostante l’andirivieni di assessori lombardi in Calabria, ancora non s’è visto nessun imprenditore”.

(Rassegna sindacale, n.4, 29 gennaio - 4 febbraio 2004)

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