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La Cina 
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Tessile e abbigliamento / Effetti della liberalizzazione del commercio

La Cina è vicinissima

di Ornella Cilona

La fine del protezionismo nel settore tessile rischia di portare alla perdita di 30 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, di cui oltre 22 milioni femminili. È questa la sconsolante conclusione cui giunge un’inchiesta del settimanale statunitense Business Week. Nel 2005 Stati Uniti ed Europa rimuoveranno infatti le rigide quote sull’importazione di prodotti tessili e dell’abbigliamento, istituite dall’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc) con l’obiettivo di sostituire l’accordo Multifibre del 1974. Questa ormai prossima liberalizzazione del commercio aprirà di fatto la strada allo strapotere della Cina in tale settore, ma lo farà a scapito di quasi tutti gli altri paesi in via di sviluppo.

Pechino – entrata nell’Omc nel 2001 – può infatti contare su tre vantaggi per vincere la partita con i suoi concorrenti asiatici e latino americani: buona rete di infrastrutture, macchinari moderni e bassissimo costo del lavoro. Ed è in particolare quest’ultimo il suo asso nella manica: un lavoratore cinese del settore tessile abbigliamento guadagna oggi in media poco meno di 59 euro al mese. Attualmente l’ex Impero celeste può contare sul 17 per cento della quota mondiale di commercio nel comparto, percentuale che – secondo le stime più recenti della Banca Mondiale – potrà salire al 45 per cento dopo la fine del sistema basato sulle quote.

Le istituzioni finanziarie internazionali ancora non si rendono pienamente conto del disastro economico che si abbatterà sui paesi poveri che hanno puntato tutto sullo sviluppo del settore tessile. Ancora alla fine del 2001 la Banca Mondiale riteneva che l’abolizione delle quote avrebbe fatto decollare lo sviluppo nei paesi del sud est asiatico, tanto da scriverlo nero su bianco in un suo studio (“Implications for South Asian countries of abolishing the Multifibre Arrangement”). Ma all’ottimismo di quelle pagine sta ora subentrando una viva preoccupazione fra i governi, le organizzazioni sindacali e la società civile man mano che si avvicina la data fatidica del primo gennaio 2005.

A entrare in crisi sarà soprattutto il modello delle cosiddette “Export processing zones (Epz)”, le aree dove la produzione riservata all’export gode di particolari agevolazioni fiscali e di forti incentivi da parte dei governi. Allettate dagli aiuti, molte multinazionali tessili statunitensi ed europee hanno decentrato la propria produzione nelle fabbriche costruite in queste aree. Secondo uno studio realizzato a metà degli anni 90 dall’Organizzazione internazionale del lavoro, sono due i paesi asiatici dove la manodopera tessile si concentra nelle Epz: Sri Lanka (il 66 per cento dei lavoratori presenti in tali aree appartengono a questo settore) e Bangladesh (66,5 per cento). Anche in Vietnam, in Indonesia e in Cambogia (vedere articolo in basso) le zone sono state all’origine della nascita di un’industria tessile locale per la produzione di semilavorati che si è consolidata nel corso degli ultimi cinque anni.

A festeggiare la fine delle quote non sarà soltanto la Cina. Anche India e Pakistan si avvantaggeranno infatti della concorrenza sfrenata che irromperà nel settore. Entrambi questi paesi possono contare su un basso costo del lavoro, su impianti tecnologicamente avanzati e su una significativa produzione interna di cotone e di fibre sintetiche. L’India inoltre può contare su un forte mercato domestico, dato che ormai la sua popolazione supera il miliardo di abitanti. Se Cina, India e Pakistan sono i tre paesi che oggi appaiono i grandi vincitori della sfida che si giocherà sui mercati mondiali dopo il 2005, molti di più sono quelli che rischiano di uscirne sconfitti.

Il sindacato internazionale è già sceso in campo contro le probabili conseguenze catastrofiche della fine dell’accordo. Neil Kearney, segretario generale dell’Itglwf (International Textile, Garment and Leather Workers’ Federation), la federazione di settore associata alla Cisl internazionale, ha chiesto all’Omc di intervenire prima della scadenza dell’accordo per salvare i posti di lavoro. “La Cina minaccia di distruggere l’economia di oltre una dozzina di paesi poveri dipendenti dalle esportazioni nel tessile – ha dichiarato Kearney nel corso del World Economic Forum di Davos –. La sua entrata nell’Organizzazione mondiale per il commercio e la sua impudente mancanza di rispetto nei confronti delle norme internazionali del lavoro stanno mandando in frantumi il commercio mondiale nel comparto”. Il segretario della Federazione internazionale ha inoltre domandato all’Omc di verificare in tempi brevi le conseguenze che l’entrata della Cina nell’Organizzazione avrà sullo sviluppo sostenibile, sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro nell’industria tessile mondiale.

A fare le spese della spettacolare avanzata della Cina in questo settore saranno anche i lavoratori tessili dei paesi maggiormente industrializzati. Negli Stati Uniti, per esempio, l’Unite, la federazione di settore aderente all’Afl Cio, denuncia che negli ultimi dodici anni sono andati persi 50 mila posti di lavoro nel tessile abbigliamento. Il rischio è che anche i rimanenti 780 mila siano prima o poi trasferiti in Asia.

(Rassegna sindacale, n.10, 11-17 marzo 2004)

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