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“Un ulteriore ritardo ritardo nel positivo avvio
della conclusione contrattuale mette a repentaglio la possibilità di
affrontare insieme la situazione del settore, ormai drammatica per la
totale assenza di politiche industriali da parte del governo,
con le sfide inedite che essa propone a sindacati e
imprenditori”. Un po’ delusa ma non sfiduciata, la reazione di
Valeria Fedeli, segretaria generale della Filtea, alla risposta degli
imprenditori tessili sul salario, nella tornata di trattativa del 25
febbraio (vedi box). “Gli imprenditori sanno, come sappiamo noi, che
è necessario fare un salto di qualità, esigere l’apertura di una
reale e impegnativa sede interministeriale per affrontare
organicamente e strutturalmente, gli interventi, le azioni e le
risorse necessarie per il settore. E sanno anche che per noi il
contratto, un contratto all’altezza delle esigenze di coloro che
rappresentiamo, è imprescindibile”.
Rassegna Pensi che gli
imprenditori faranno marcia indietro?
Fedeli Mi auguro che riconsiderino
presto la loro offerta. D’altronde è interesse di tutti risolvere
presto e bene il rinnovo per affrontare con la necessaria forza
e determinazione la questione del futuro, e di quale futuro, per il
tessile. Una questione decisiva, oltre che per la tutela
dell’occupazione dei 900.000 addetti del settore, per lo sviluppo
del paese.
Rassegna Un settore a rischio il
vostro...
Fedeli Abbiamo lanciato, purtroppo
inascoltati da molti responsabili, l’allarme sin dal lontano 21
novembre 2002. E ancora, un anno esatto dopo, abbiamo posto con forza,
ma ancora senza risultati, l’urgenza della scesa in campo della
politica, cioè di politiche pubbliche forti, mirate e selettive, come
priorità per sostenere la necessità di costruire una
competitività diffusa del sistema moda, in particolare nei distretti,
e quindi per le piccole imprese, tessuto industriale decisivo della
filiera produttiva italiana.
Come categoria abbiamo da tempo – sul complesso
delle politiche di sviluppo, sulle politiche industriali, commerciali
e del lavoro – una piattaforma unitaria con cui ci confrontiamo con
tutti gli attori in campo. Il 21 gennaio le nostre proposte unitarie
sono state sottoscritte da tutto il sistema delle imprese:
un’importante scelta strategica, cioè una scelta che sceglie di
fare sistema, e rivendica il fare sistema da parte di tutti i soggetti
pubblici, a partire dal governo, ripristinando anche il metodo della
concertazione. Tutto ciò per affrontare seriamente e adeguatamente
le nuove sfide che il mutato contesto della competitività
internazionale pone al made in Italy.
Rassegna Un contesto in cui però vanno
avanti deindustrializzazioni e delocalizzazioni...
Fedeli È un problema serio per
tutta l’Europa, ma è in Italia che diventa drammatico, visto
il pesante gap negli investimenti in ricerca e sviluppo e innovazione,
e vista la forte concentrazione industriale nei settori
“tradizionali”, tra cui il tessile, che sono i più aperti alla
concorrenza internazionale e a quelle asiatiche in particolare, come
la Cina. Del resto, se i cinesi in questi ultimi anni non avessero
investito fortemente, i loro prodotti continuerebbero a essere, sì
economici, ma di scarsa qualità. Invece la Cina oggi fa paura proprio
perché la maggiore economicità è accompagnata da un livello di
qualità sempre più vicino al nostro.
Rassegna Il vero problema di oggi
insomma è che non si investe nelle imprese industriali...
Fedeli Esatto. È sulla qualità
effettiva che dobbiamo investire. Qualità che poi deve essere
conosciuta, riconosciuta e percepita come tale dai consumatori.
Qualità nei processi produttivi, e distributivi, qualità nel
prodotto. Qualità che deve essere rispetto dei diritti sociali, della
salute e sicurezza dei consumatori, quindi una qualità totale che
deve assumere , fino in fondo, la scelta dello sviluppo eticamente
sostenibile.
E qui c’è il tema dirimente anche delle
politiche commerciali, che sono parte delle politiche industriali
moderne. Dalle pari condizioni negli scambi commerciali alla lotta
contro le contraffazioni e le frodi, contro il lavoro nero e illegale,
fino alla certificazione obbligatoria dell’origine dei
prodotti, quindi della trasparenza e tracciabilità, alla battaglia
per l’etichettatura “made in Italy/Ue”.
Rassegna Ma in una situazione così
complessa e difficile, con 30 mesi e oltre di crisi economica, è
difficile invertire la rotta: investire senza “credibili”
prospettive di un buon risultato può apparire poco sensato...
Fedeli Verissimo, ma non
investire – e questo è il punto che dipende dalle imprese – è
come gettare la spugna. E non si tratta solo di un match, ma di
processi irreversibili. Se, invece delle trasformazioni, della
riorganizzazione della filiera, della sua innovazione, degli
investimenti in ricerca di materiali, di processo, di prodotto,
dell’internazionalizzazione e della commercializzazione, si sceglie
l’ulteriore delocalizzazione come potenziamento della capacità
produttiva, il risultato sarà che si distruggono i pregi della nostra
filiera e dei distretti.
Si scappa dai limiti e si distruggono i pregi: il
finale è scritto, la concorrenza avrà vita facile e il patrimonio
del made in Italy sarà travolto. E non parliamo solo di processi
creativi. Sono a rischio tante imprese e decine di migliaia di posti
di lavoro. Con cosa verranno sostituiti? Tutto il lavoro solo nei
servizi?
Rassegna C’è un avvenire per
il tessile in Italia e in Europa?
Fedeli La competitività del sistema
Italia – e dell’Europa – non può fare a meno dell’industria
manifatturiera della moda. Commissione e Parlamento europeo hanno
definito strategico il settore tessile per l’avvenire dell’Europa,
e si sta discutendo di come sostenere le trasformazioni nei distretti
industriali: eravamo “abituati” alla costante emorragia di posti
di lavoro della grande impresa, ma non a quella dei distretti. E la
situazione oggi è ancora più allarmante a fronte del protrarsi della
crisi economica, della totale assenza delle politiche pubbliche
nazionali, indispensabili sia sul piano del rilancio produttivo del
settore sia per il sostegno al reddito dei lavoratori coinvolti nei
processi di riconversione e diversificazione.
Qui serve anche uno straordinario sforzo per la
qualificazione professionale, per la formazione e istruzione legata
alle nuove caratteristiche del lavoro nel settore.
Rassegna Ma la tutela del made in
italy non è una battaglia difensiva?
Fedeli No, anzi. È e deve essere una
priorità strategica per il paese. Certo, la filiera produttiva del
made in Italy va innovata. L’azione pubblica deve intervenire per
promuovere e rilanciare su vasta scala, partendo dai distretti e dalle
piccole imprese, la ricerca e lo sviluppo, l’immissione di
maggior Ict nelle reti distrettuali, il sostegno al rapporto con la
distribuzione e alla presenza nei diversi mercati, in particolare
quelli emergenti.
Rassegna E il lavoro?
Fedeli Ci stavo arrivando. La
politica industriale comporta, oltre agli indirizzi di natura
economica, un assetto organizzativo e produttivo in grado di competere
sui mercati globali. Occorre riflettere sulle scelte e sui cambiamenti
organizzativi, urgenti e da coniugare con le esigenze dei lavoratori.
Un’urgenza che deriva dalla necessità di legare i fattori della
competizione ai mutamenti dell’organizzazione produttiva e
distributiva e di ridefinire e riqualificare le politiche
contrattuali sindacali, per renderle in grado di governare questo
cambiamento con la partecipazione attiva e consapevole dei lavoratori,
con il pieno riconoscimento del ruolo e del valore della prestazione
lavorativa professionale. È ciò che vogliamo fare, anche con il
rinnovo di questo contratto. |