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Emergenza made in Italy

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Tessile al bivio / Intervista a Valeria Fedeli 

Emergenza made in Italy

di Enrico Galantini

“Un ulteriore ritardo ritardo nel positivo avvio della conclusione contrattuale mette a repentaglio la possibilità di affrontare insieme la situazione del settore, ormai drammatica per la totale assenza di politiche industriali  da parte del governo, con  le sfide inedite che essa propone a sindacati e imprenditori”. Un po’ delusa ma non sfiduciata, la reazione di Valeria Fedeli, segretaria generale della Filtea, alla risposta degli imprenditori tessili sul salario, nella tornata di trattativa del 25 febbraio (vedi box). “Gli imprenditori sanno, come sappiamo noi, che è necessario fare un salto di qualità, esigere l’apertura di una reale e impegnativa  sede interministeriale per affrontare organicamente e strutturalmente, gli interventi, le azioni e le risorse necessarie per il settore. E sanno anche che per noi il contratto, un contratto all’altezza delle esigenze di coloro che rappresentiamo, è imprescindibile”.

Rassegna  Pensi che  gli imprenditori faranno marcia indietro?

Fedeli  Mi auguro che riconsiderino presto la loro offerta. D’altronde è interesse di tutti risolvere presto e bene il rinnovo  per affrontare con la necessaria forza e determinazione la questione del futuro, e di quale futuro, per il tessile. Una questione decisiva, oltre che per la tutela dell’occupazione dei 900.000 addetti del settore, per lo sviluppo del paese.

Rassegna  Un settore a rischio il vostro...

Fedeli  Abbiamo lanciato, purtroppo inascoltati da molti responsabili, l’allarme sin dal lontano 21 novembre 2002. E ancora, un anno esatto dopo, abbiamo posto con forza, ma ancora senza risultati, l’urgenza della scesa in campo della politica, cioè di politiche pubbliche forti, mirate e selettive, come priorità  per sostenere la necessità di costruire una competitività diffusa del sistema moda, in particolare nei distretti, e quindi per le piccole imprese, tessuto industriale decisivo della filiera produttiva italiana.

Come categoria abbiamo da tempo – sul complesso delle politiche di sviluppo, sulle politiche industriali, commerciali e del lavoro – una piattaforma unitaria con cui ci confrontiamo con tutti gli attori in campo. Il 21 gennaio le nostre proposte unitarie sono state sottoscritte da tutto il sistema delle imprese: un’importante scelta strategica, cioè una scelta che sceglie di fare sistema, e rivendica il fare sistema da parte di tutti i soggetti pubblici, a partire dal governo, ripristinando anche il metodo della concertazione. Tutto ciò per affrontare seriamente e adeguatamente  le nuove sfide che il mutato contesto della competitività internazionale pone al made in Italy.

Rassegna Un contesto in cui però vanno avanti deindustrializzazioni e delocalizzazioni...

Fedeli  È  un problema serio per tutta  l’Europa, ma è in Italia che diventa drammatico, visto il pesante gap negli investimenti in ricerca e sviluppo e innovazione, e vista la forte concentrazione industriale nei settori  “tradizionali”, tra cui il tessile, che sono i più aperti alla concorrenza internazionale e a quelle asiatiche in particolare, come la Cina. Del resto, se i cinesi in questi ultimi anni non avessero investito fortemente, i loro prodotti continuerebbero a essere, sì economici, ma di scarsa qualità. Invece la Cina oggi fa paura proprio perché la maggiore economicità è accompagnata da un livello di qualità sempre più vicino al nostro.

Rassegna  Il vero problema di oggi insomma è che non si investe nelle imprese industriali...

Fedeli  Esatto. È sulla qualità effettiva che dobbiamo investire. Qualità che poi deve essere  conosciuta, riconosciuta  e percepita come tale dai consumatori. Qualità nei processi produttivi, e distributivi, qualità  nel prodotto. Qualità che deve essere rispetto dei diritti sociali, della salute e sicurezza dei consumatori, quindi una qualità totale che deve assumere , fino in fondo, la scelta dello sviluppo eticamente sostenibile.

E qui c’è il tema dirimente anche delle politiche commerciali, che sono parte delle politiche industriali moderne. Dalle pari condizioni negli scambi commerciali alla lotta contro le contraffazioni e le frodi, contro il lavoro nero e illegale,  fino alla  certificazione obbligatoria dell’origine dei prodotti, quindi della trasparenza e tracciabilità, alla battaglia per l’etichettatura “made in Italy/Ue”.

Rassegna  Ma in una situazione così complessa e difficile, con 30 mesi e oltre di crisi economica, è difficile invertire la rotta: investire senza “credibili” prospettive di un buon risultato può apparire poco sensato...

Fedeli   Verissimo, ma non investire – e questo è il punto che dipende dalle imprese – è come gettare la spugna. E non si tratta solo di un match, ma di processi irreversibili.  Se, invece delle trasformazioni, della riorganizzazione della filiera, della sua innovazione, degli investimenti in ricerca di materiali, di processo, di prodotto, dell’internazionalizzazione e della commercializzazione, si sceglie l’ulteriore delocalizzazione come potenziamento della capacità produttiva, il risultato sarà che si distruggono i pregi della nostra filiera e dei distretti.

Si scappa dai limiti e si distruggono i pregi: il finale è scritto, la concorrenza avrà vita facile e il patrimonio del made in Italy sarà travolto. E non parliamo solo di processi creativi. Sono a rischio tante imprese e decine di migliaia di posti di lavoro. Con cosa verranno sostituiti? Tutto il lavoro solo nei servizi?

Rassegna   C’è un avvenire per il tessile in Italia e in Europa?

Fedeli  La competitività del sistema Italia – e dell’Europa – non può fare a meno dell’industria manifatturiera della moda. Commissione e Parlamento europeo hanno definito strategico il settore tessile per l’avvenire dell’Europa, e si sta discutendo di come sostenere le trasformazioni nei distretti industriali: eravamo “abituati” alla costante emorragia di posti di lavoro della grande impresa, ma non a quella dei distretti. E la situazione oggi è ancora più allarmante a fronte del protrarsi della crisi economica, della totale assenza delle politiche pubbliche nazionali, indispensabili sia sul piano del rilancio produttivo del settore sia per il sostegno al reddito dei lavoratori coinvolti nei processi di riconversione e diversificazione.

Qui serve anche uno straordinario sforzo per la qualificazione professionale, per la formazione e istruzione legata alle nuove caratteristiche del lavoro nel settore.

Rassegna  Ma la tutela del made in italy  non è una battaglia difensiva?

Fedeli  No, anzi. È e deve essere una priorità strategica per il paese. Certo, la filiera produttiva del made in Italy va innovata. L’azione pubblica deve intervenire per promuovere e rilanciare su vasta scala, partendo dai distretti e dalle piccole imprese, la ricerca e lo sviluppo, l’immissione di  maggior Ict nelle reti distrettuali, il sostegno al rapporto con la distribuzione e alla presenza nei diversi mercati, in particolare quelli emergenti.

Rassegna  E il lavoro?

Fedeli  Ci stavo arrivando. La politica industriale comporta, oltre agli indirizzi di natura economica, un assetto organizzativo e produttivo in grado di competere sui mercati globali. Occorre riflettere sulle scelte e sui cambiamenti organizzativi, urgenti e da coniugare con le esigenze dei lavoratori. Un’urgenza che deriva dalla necessità di legare i fattori della competizione ai mutamenti dell’organizzazione produttiva e distributiva  e di ridefinire e riqualificare le politiche contrattuali sindacali, per renderle in grado di governare questo cambiamento con la partecipazione attiva e consapevole dei lavoratori, con il pieno riconoscimento del ruolo e del valore della prestazione lavorativa professionale. È ciò che vogliamo fare, anche con il rinnovo di questo contratto.

(Rassegna sindacale, n.9, 4-10 marzo 2004)

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