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Quindicimila 
morti nei prossimi 15 anni

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Amianto / Denuncia dell'Albea

Quindicimila morti nei prossimi 15 anni

di M.G.

Nei prossimi quindici anni l’amianto falcerà 15.000 vite di lavoratori italiani che hanno contratto il mesotelioma pleurico operando in modo diretto o indiretto a contatto con il pericoloso materiale, che può covare fino a 25-35 anni prima di scatenare patologie cancerogene. La denuncia rimbalza da Bologna, dove l’Albea (Associazione lavoratori bolognesi esposti all’amianto), fondata da Fiom e Cgil di Bologna con i lavoratori e le famiglie interessate, ha promosso nei giorni scorsi un convegno nazionale, che ha unito il carattere di manifestazione, “per accendere di nuovo i riflettori” sull’argomento, a quello altamente scientifico emerso dai contributi di esperti in campo medico-sanitario, giuridico, normativo. Un’iniziativa riuscita ben oltre le previsioni di partecipazione, che ha visto insieme lavoratori e delegati, sindacalisti, ricercatori, magistrati, avvocati, medici, operatori sanitari, parlamentari, consulenti tecnici. Il convegno ha avuto il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dell’Istituto nazionale per lo studio dei tumori Ramazzini e ha offerto l’occasione per ricordare l’impegno e la figura del professor Cesare Maltoni, scomparso tre anni fa, tra i primi in Italia a studiare e a denunciare con tenacia i rischi per la salute dei lavoratori esposti all’amianto, scegliendo di fare il “medico di parte” e sposando la causa della tutela dei lavoratori.

La stima che propone per il futuro quello stillicidio terrificante di morti è stata avanzata dagli studi più recenti e riguarda il mesotelioma pleurico, soltanto una delle varie patologie correlate all’esposizione all’amianto, il minerale cosiddetto “magico”, per le proprietà straordinarie che ne hanno diffuso l’utilizzo in maniera esponenziale nel secolo scorso, con un picco massimo negli anni settanta. Cantieri navali, ferrovie, zuccherifici, raffinerie, fabbriche di manufatti in cemento-amianto, gli ambiti industriali maggiormente pervasi dalla sostanza cancerogena, il cui uso e la cui produzione l’Italia ha messo al bando nel ’92, dando il via alle bonifiche e al risanamento e determinando una prima presa di coscienza collettiva sulle conseguenze drammatiche per la salute e sugli aspetti ambientali inquietanti e largamente irrisolti. Esplosivi gli aspetti legati al contenzioso legale per il riconoscimento dei benefici previdenziali, che il governo, preso dal furore rigorista di contenimento delle spese per le pensioni, ha cercato di stoppare, adottando un provvedimento odioso e vessatorio nel collegato alla Finanziaria 2004, dove all’articolo 47 (che riduce l’entità dei benefici) si pretende tra l’altro che il lavoratore dimostri una soglia d’esposizione all’amianto (100 fibre litro per una media di otto ore al giorno per dieci anni) considerata un’assurdità sotto il profilo scientifico. “Cgil, Cisl e Uil hanno intrapreso una battaglia durissima contro quel provvedimento – afferma Danilo Gruppi, della segreteria Cgil bolognese –, che va rilanciata con nuovo vigore, anche per conquistare un assetto legislativo adeguato a riaffermare il diritto dei lavoratori e dei familiari al risarcimento, per danni che restano comunque in molti casi incommensurabili”.

 

(Rassegna sindacale, n.12, marzo 2004)

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