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Un mondo senza amianto è possibile. È lo slogan
del movimento per la messa al bando mondiale della micidiale sostanza.
Alla
conferenza nazionale, appena tenutasi a
Monfalcone (il 12 e 13 novembre), è stato affrontato il problema anche
da questo punto di vista. Si è tentato, cioè, di guardare oltre i
nostri confini, perché in questo mondo globalizzato non è sufficiente
combattere l’amianto in casa propria, fino ad arrivare a vietarlo
(come noi abbiamo fatto dal ’94, tra i primi in Europa), ma occorre
estendere questa strategia a una visione ben più ampia. Occorre sapere
che la fibra è responsabile di 100.000 morti ogni anno – secondo stime
prudenziali dell’Oil – e che tale cifra aumenterebbe ancor di più se
si conoscessero i dati della Cina, grande produttore, esportatore e
importatore, per la quale si stimano 70.000 morti per cancro polmonare
e 44.000 per mesotelioma pleurico (l’altro tipo di tumore dovuto
all’asbesto). Ma se è noto il volto di questo “assassino globale”, per
fermarlo, perché non faccia altre vittime per tanto tempo ancora, è
necessario estendere la lotta per vietarne ovunque la produzione,
l’impiego e il commercio, in particolare in quei paesi, come il Canada
e la Russia, che sono tra i maggiori esportatori mondiali.
Negli ultimi anni, il movimento per la messa al bando planetaria è
cresciuto fortemente e ormai la questione è all’ordine del giorno
anche delle maggiori organizzazioni internazionali, a cominciare
dall’Oil e dall’Oms. Proprio in questi giorni si tiene in Giappone la
Conferenza globale sull’asbesto (Gac 2004), dove l’obiettivo
principale è mettere ulteriormente a punto una strategia per
affrontare una questione che è stata inquadrata tra quelle tipiche di
“razzismo ambientale”: trasferimento del rischio dai paesi del Nord al
Sud del mondo. Sono ancora troppi, in effetti, i paesi, specialmente
quelli più deboli e ricattabili economicamente, come l’India e molti
altri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, che sono
fortemente esposti alle pressioni della lobby delle multinazionali
dell’amianto.
A Monfalcone si sono elaborate alcune linee per un
contributo italiano al movimento per il bando mondiale. Sono stati
definiti diversi piani d’azione. Innanzitutto, quelli a livello
europeo, a cominciare dalle richieste da avanzare alla Commissione Ue:
monitorare l’applicazione della legislazione; identificare la presenza
dell’asbesto nei prodotti, negli edifici, negli oggetti ecc.;
individuare e diffondere linee guida utili a definire “buone pratiche”
per le attività di bonifica; garantire l’ergonomia dei Dpi
(Dispositivi di protezione individuale: per le bonifiche), la
sorveglianza sanitaria e i registri degli esposti (anche degli ex), la
formazione dei lavoratori e degli ispettori del lavoro; scoraggiare le
“paghe di rischio” per gli addetti alle bonifiche; realizzare una
campagna europea per l’applicazione della Direttiva 2003/18 Ce (che
vieta l’uso dell’amianto nell’Ue) e fermare l’esportazione dei rifiuti
a paesi terzi. Nella conferenza del 12-13 novembre sono stati messi a
punto anche piani d’azione rivolti ai paesi membri: monitorare le
imprese impegnate nelle bonifiche e nella formazione degli ispettori e
dei lavoratori; garantire le infrastrutture e i servizi necessari per
i controlli e la competenza dei medici; sostenere l’eliminazione
dell’asbesto da tutto il ciclo economico; sostituire l’amianto con
materiali non pericolosi. In conclusione, la conferenza nazionale di
Monfalcone si è impegnata a perseguire lo svolgimento nel 2006 di una
conferenza europea, con l’obiettivo di verificare il divieto
dell’amianto nei paesi membri e di contribuire al suo bando a livello
mondiale. |