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Una ricerca delle Marche

Il lavoro flessibile fa più male alla salute di quello stabile

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Una ricerca delle Marche

Il lavoro flessibile fa più male 
alla salute di quello stabile

di Diego Alhaique

Cresce la flessibilità, crescono gli infortuni. Questo il segnale sempre più chiaro che sembra giungere dalla realtà del lavoro. Il riferimento europeo è l’indagine del 2000 della Fondazione di Dublino, i cui risultati sono stati confermati da ricerche nazionali sul rapporto tra lavoro temporaneo e infortuni, come in Francia e in Spagna, mentre in Italia cominciano a diffondersi ricerche dello stesso tipo. In particolare, due indagini hanno riguardato il Piemonte, una condotta dalla Provincia di Torino, un’altra svolta tra gli iscritti della Cgil (pubblicata da Ediesse). Lo scorso 27 febbraio, in un convegno della Regione Marche dedicato all’applicazione del Piano sanitario per la salute dei lavoratori, è stato presentato uno studio sugli infortuni e le caratteristiche del rapporto di lavoro, realizzato dall’Agenzia regionale per il lavoro (Armal), in cui è stato analizzato il fenomeno infortunistico dal punto di vista delle modalità d’utilizzo della manodopera alla luce della diffusione delle nuove forme di flessibilità. Si deve ricordare che l’occupazione a carattere temporaneo riguarda quote crescenti di lavoratori: in Italia la componente temporanea è passata dal 7,31 per cento del ’96 al 9,86 del 2002.

Nelle Marche, nello stesso periodo, il fenomeno si caratterizza per un incremento ancora più marcato, in quanto la quota d’occupazione temporanea aumenta di 3,7 punti percentuali sul totale degli occupati alle dipendenze (da 5,06 a 8,80). La ricerca dell’Armal ha messo in relazione due basi di dati: gli infortuni denunciati all’Inail nel 2001 e le assunzioni nelle imprese registrate presso gli archivi informatici dei centri per l’impiego. L’ambito territoriale di riferimento è la provincia di Pesaro e Urbino. Il confronto tra le due banche dati ha portato all’individuazione di 4.969 soggetti che costituiscono il denominatore comune della ricerca. Gli eventi lesivi da essi denunciati ammontano a 5.323 (il 6,6 per cento ha avuto più di un infortunio). Partendo da tale piattaforma, si è risalito all’intera carriera lavorativa degli individui oggetto d’indagine ed è stato evidenziato che i lavoratori che hanno subito infortuni hanno una condizione d’impiego più precaria degli altri. Nella provincia, dai dati complessivi delle assunzioni effettuate nel settore dipendente privato e riferite alle forze di lavoro nel 2001, si osserva che ciascun lavoratore è stato assunto in media 2,4 volte nel corso della sua  vita lavorativa, mentre, prendendo in considerazione  gli infortunati nel 2001, si riscontra un numero medio di assunzioni pari a 2,9, superiore quindi al valore medio.

Non solo. La durata media dei rapporti di lavoro (espressa in settimane), è passata da 112 nel ’96 a 67 nel 2001 per tutti i lavoratori, mentre per quelli infortunati la durata è inferiore, da 107 a 62. Tra questi vi sono più contratti di formazione (18,44 contro 16,36) e di formazione lavoro (2,52 rispetto a 1,85). Considerando i rapporti di lavoro in cui si è verificato un solo evento infortunistico, si osserva che già nel corso del primo anno si verifica oltre la metà degli incidenti e che nei primi tre mesi si riscontra una quota percentuale di infortuni superiore a quella relativa al periodo successivo al terzo anno. Le maggiori probabilità di infortunio (4,11 per 1000 occupati) sono riferite ai lavoratori “generici e senza esperienza professionale”. Seguono gli apprendisti (3,23), le figure specializzate (3,62) e i qualificati (2,92). Un ultimo dato. All’aumentare del grado d’istruzione, la probabilità d’infortunio tende a diminuire: livello basso (4,3), medio (2,7), elevato (1,1). Utilizzando quale variabile la cittadinanza, si evidenzia una maggiore rischiosità per i lavoratori stranieri (6,0) rispetto agli italiani (3,5).

 

(Rassegna sindacale, n.9, 4-10 marzo 2004)

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