|
Innocente. Questo il verdetto emesso lo scorso
primo marzo dalla giuria californiana incaricata di giudicare l’IBM,
trascinata in tribunale nel mese di ottobre 2003 da una coppia di
dipendenti con l’accusa di avvelenamento. Il procedimento
interessava tutto il corso degli anni ’80, nel quale aumentarono
sensibilmente i casi di tumore fra gli impiegati negli stabilimenti di
San José, in piena Silicon Valley; due di questi hanno inizialmente
intentato la causa contro il colosso informatico, dopo aver rilevato
le irregolarità nel processo di costruzione dei dischi rigidi (una
serie di sostanze cancerogene, tra cui benzene ed arsenico). Si è così
innescata una reazione che ha condotto alla denuncia di altri casi,
fino ad un totale di 250 dipendenti danneggiati pronti a costituirsi
parte lesa; prima di intentare altre cause, questi attendevano però
la conclusione del primo procedimento. Il processo era iniziato lo
scorso ottobre, secondo le previsioni doveva durare un mese e mezzo ma
si è andati molto oltre.
Secondo il legale d’accusa Richard Alexander, l’azienda avrebbe
mentito per anni ai propri lavoratori, negando i potenziali effetti
distruttivi delle sostanze impegnate. Negli ultimi mesi l’accusa ha
chiamato a testimoniare in aula oncologi professionisti, ma anche ex
impiegati dell’azienda ed ex dirigenti, allargando il merito
dell’inchiesta oltre le frontiere americane (soprattutto in
Francia). La difesa, affidata a Robert Webber, per affrontare una
situazione apparentemente delicata ha insistito sempre sullo stesso
punto: la mancanza di elementi scientifici che provassero un
collegamento diretto tra le malattie dei dipendenti e la loro
permanenza negli stabilimenti IBM. Nel corso dell’azione legale, gli
studi dell’azienda sono riusciti a smontare le tesi di Hernandez e
Moore, i due principali accusatori: l’uno fumatore da vent’anni,
l’altro afflitto da diabete ed in costante terapia ormonale.
Soggetti a rischio di tumore, dunque, secondo la difesa a prescindere
dalla loro attività lavorativa: “L’azienda ha fornito un luogo di
lavoro responsabile e sicuro”, ha detto Webber in aula, “Abbiamo
offerto ottime opportunità alle donne e agli uomini della Silicon
Valley. Un attacco di chimicofobia non può distorcere questi
fatti”.
La richiesta dell’accusa verteva sul rimborso delle spese mediche e
dei danni morali e materiali subiti nel corso degli anni, abbinati ad
una serie di ingenti sanzioni per le irregolarità del gigante
informatico. “L’IBM è responsabile di frode e riusciremo a
dimostrarlo” aveva esordito Alexander in tribunale, “Parlare era
suo preciso dovere ma non ha detto nulla, questa povera gente ha
continuato a lavorare con quegli agenti chimici senza la possibilità
di salvaguardare il suo bene più importante: la salute”. Questa
l’impalcatura del procedimento: perseguire l'Ibm non per la presenza
accertata di sostanze potenzialmente pericolose, ma per la scelta di
non informare i propri dipendenti.
Secondo la giuria che ha emesso la sentenza, però, le malattie dei
due lavoratori non dipesero in alcun modo dal loro impiego negli
stabilimenti di produzione di hard disk.
E l'Ibm, scampato il pericolo, esulta. In una nota diramata dai
vertici dell’azienda si legge che “la sicurezza e la salute degli
impiegati è al centro del nostro business, il verdetto di oggi lo
riconosce. Hernandez e Moore erano bravi impiegati, li consideriamo al
massimo grado come tutti gli altri: ma l’IBM non è responsabile
delle loro patologie”.
Dopo aver incassato la sconfitta, l’accusa ha
reso noto che accoglierà la sentenza senza ricorrere in appello. Ma
il dibattito non è sopito: il caso è stato fonte di una vasta
mobilitazione interna agli States (da quotidiani come il New York
Times fino alle reti televisive), che si concentra ora
sull’ordinamento legislativo della California di Schwarzenegger. Una
legge controversa consente ai datori di lavoro l’utilizzo di alcune
sostanze a rischio. Oggi l’IBM esce vittoriosa e prosciolta da ogni
accusa, ma contro l’azienda potrebbero schierarsi tutti gli ex
dipendenti che hanno seguito da vicino il processo, nonostante
l’esito negativo. Molte decine di persone colpite da innumerevoli
malattie, prima fra tutti il cancro, pronte a varcare nuovamente la
soglia del tribunale.
|