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Infortuni tra 
gli immigrati

Nuove ricerche confermano le gravi condizioni di rischio

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Infortuni tra gli immigrati

Nuove ricerche confermano 
le gravi condizioni di rischio

di Diego Alhaique

Si moltiplicano indagini e analisi sulle condizioni di lavoro e di vita degli immigrati. Avevamo riferito (in Rassegna, n. 10 del 2004) di uno studio sugli infortuni realizzato dall’Istituto italiano di medicina sociale, con la collaborazione della Caritas, che rilevava come i cittadini stranieri occupati regolarmente (741.562 permessi di soggiorno per lavoro alla fine del 2001, esclusi i disoccupati), pur rappresentando solo il 3,4 per cento degli occupati in totale (21 milioni e 514.000 unità), detenevano una quota del 9,1 per cento sugli infortuni indennizzati: indice, questo, di un rischio più elevato. Tale indicatore viene ora aggiornato e confermato dall’Inail (nel mensile di dati statistici n.4/2004), che, riportando le stime Inps, elaborate su dati ministero dell’Interno-Inps-Inail, indicanti in circa 1,9 milioni i lavoratori stranieri su un totale di 2,4 milioni di presenze, pari al 4 per cento della popolazione generale, segnala come gli infortuni tra gli immigrati siano in notevole aumento negli ultimi anni, in rapporto alla progressiva emersione di lavoratori già presenti e all’ingresso di nuove forze lavoro.

Nel 2003 sono stati 105.779 gli infortuni occorsi a extracomunitari, mentre nel 2001 erano stati 68.187 e nel 2002 91.660. In complesso, un tasso d’incidenza infortunistica sensibilmente più elevato rispetto a quello medio nazionale: 55,6 contro 43,2 per 1.000 occupati. Sempre nel 2003 i casi mortali sono stati 147 (pari all’11 per cento circa del totale nazionale), cifra peraltro ancora provvisoria, poiché è necessario un certo tempo prima del consolidamento dei dati. A pagare il tributo più elevato sono i lavoratori marocchini, albanesi e rumeni, che insieme contano quasi la metà degli infortuni tra gli extracomunitari (ma da sottolineare è soprattutto il numero di morti tra gli albanesi, 32 casi, impiegati per lo più nelle costruzioni e nel manifatturiero). Le attività nelle quali si concentrano gli infortuni sono le costruzioni (14,6 per cento), al primo posto anche per i casi mortali (25), e la metalmeccanica (12,9). In linea con la struttura per età della forza lavoro, gli infortunati sono giovani (il 56 per cento ha meno di 34 anni, rispetto al 44 del totale nazionale), con netta prevalenza del sesso maschile (l’85 per cento, contro il 76 generale).

Oltre ai dati dell’Inail, un progetto di ricerca finalizzato alla conoscenza del fenomeno degli infortuni professionali e degli incidenti domestici nella popolazione immigrata è stato elaborato dall’Ispesl. Lo studio è ancora in corso, ma i primi risultati confermano un’incidenza degli infortuni degli immigrati maggiore rispetto a quella generale, anche tra i “regolari”. Altre analisi provengono dall’Oil, il cui ufficio di Roma ha presentato recentemente il rapporto di ricerca “La discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia”. I risultati dello studio, condotto nel 2003, evidenziano un elevato tasso di discriminazione cumulata nei confronti dei lavoratori immigrati. L’Oil ha precisato che il dato italiano non si discosta da quello di analoghi studi condotti in altri paesi europei, a significare che il fenomeno affonda le sue radici nella società dell’intero continente. A proposito dell’Italia, conclusa la fase della regolarizzazione, diventerà il terzo Stato membro dell’Unione per numero di immigrati e nel 2004 altri 80.000 extracomunitari saranno ammessi a lavorare nel nostro paese. Alla luce di tali studi, appare evidente l’urgenza d’individuare strumenti per una prevenzione e un’informazione “mirate” in favore della popolazione immigrata.

 

(Rassegna sindacale, n. 22, giugno 2004)

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