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Nel 2003 gli infortuni sul lavoro confermano la
tendenza alla diminuzione iniziata nel 2002. Questo è quanto risulta
dai dati diffusi dall’Inail in occasione della festa dell’8 marzo.
Sono stati 951.834 gli episodi nel complesso denunciati nello scorso
anno, contro i 968.853 del precedente. Una diminuzione di circa 17.000
unità, pari all’1,8 per cento, dopo quella del 3,5 registrata nel
2002 sul 2001, in cui era stata superata la quota di un milione, acme
di una crescita iniziata dagli anni novanta. I dati dell’Inail sono
il riflesso assicurativo del fenomeno infortunistico e forniscono un
quadro di informazioni statistiche insostituibili per individuare
politiche di prevenzione. Vanno comunque interpretati anche alla luce
delle dinamiche del mercato del lavoro. Prima di ciò, vediamo
comunque alcuni altri profili che essi forniscono. A cominciare dai
casi mortali: si passa dai 1.418 del 2002 ai 1.311 del 2003. Flessione
importante, ma che riguarda solo gli uomini (meno 8,3 per cento),
perché per le donne si registra un aumento di quasi l’1 per cento.
Dati, avverte comunque l’Inail, da considerare provvisori e con
necessità di un congruo periodo di consolidamento.
Sulla diminuzione degli eventi fatali, sembra aver
influito un certo ridimensionamento della mortalità in itinere (gli
incidenti che avvengono tra casa e lavoro e viceversa), che era in
crescita continua da quando il dlgs 38/2000 aveva introdotto l’indennizzabilità
per legge di questo tipo d’infortunio. Un dato riconducibile, con
tutta probabilità, agli effetti esplicati nella seconda metà
dell’anno dalla “patente a punti”. A livello settoriale, la
flessione infortunistica interessa, seppure in misura differenziata,
tutti i grandi comparti economici, con accentuazioni maggiori
nell’industria e nell’agricoltura rispetto alle attività dei
servizi. Sui dati, l’Inail invita però alla prudenza e rimanda a
luglio per un prossimo aggiornamento, quando sarà presentato il suo
rapporto annuale. Ciò non impedisce all’istituto di notare che il
calo infortunistico risulta particolarmente significativo se
rapportato all’andamento generale dell’occupazione, che nel 2003
è cresciuta dell’1 per cento (più 225.000 unità).
In proposito, sottolineiamo l’esigenza di alcune analisi, che a
nostro avviso metterebbero meglio in luce la realtà degli infortuni.
Vediamole: 1) gli incidenti denunciati andrebbero rapportati alla
popolazione lavorativa assicurata all’Inail, non a quella Istat, che
è più ampia e quindi porta a sottostimare il rischio relativo; 2)
gli indici di frequenza sugli occupati andrebbero esaminati per
settore, cercando di avere a riferimento una certa omogeneità dei
rischi, poiché l’indice generale viene “annacquato” dai settori
lavorativi più numerosi (quelli dei servizi), che sono anche quelli
nettamente a più basso rischio; 3) occorre considerare l’influenza
dell’evasione dell’obbligo di denuncia degli infortuni dovuta al
sommerso, che è andato aumentando negli ultimi anni: tra il 2001 e il
2003 il tasso d’irregolarità del lavoro è passato dal 15,8 al 19,3
per cento; 4) andrebbero allora forniti alcuni indicatori
significativi, come il trend degli infortuni denunciati i primi giorni
di lavoro, che evidenziano come il rapporto sia regolarizzato solo
quando accade l’incidente, soprattutto quando è grave e non è
prudente camuffarlo; 5) questi dati andrebbero poi confrontati con i
tassi infortunistici territoriali, per capire come mai molte province
del Sud appaiono negli ultimi anni sorprendentemente virtuose a
confronto di quelle del Nord. Questi sono solo alcuni degli
approfondimenti che ci attendiamo possano essere forniti da un
istituto il cui neodirettore si dichiara comunque insoddisfatto della
diminuzione finora registrata.
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