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La cattiva organizzazione del lavoro e la
discriminazione delle donne. Sono questi i “nemici” da combattere
oggi nelle fabbriche e negli uffici. A rivelare nuove e vecchie
distorsioni è il volume “Salute, sicurezza e condizioni di lavoro.
Un’indagine tra le iscritte e gli iscritti della Cgil in
Piemonte”, di Fulvio Perini, dirigente sindacale (è da circa un
mese componente della segreteria della Camera del lavoro di Torino), e
del sociologo Vittorio Rieser, pubblicato dall’Ediesse.
L’inchiesta, realizzata attraverso la somministrazione di un
questionario a 4.507 tesserati (74 per cento uomini), è stata svolta
dalle Camere del lavoro di Alessandria, Cuneo, Novara e Torino:
“All’inizio – spiega Perini – doveva essere condotta insieme a
Cisl e Uil su un ampio universo di lavoratori, ma sono sorte difficoltà
insormontabili. Abbiamo allora deciso di svolgerla su un campione di
nostri iscritti, ricostruendo la storia professionale e medica delle
persone coinvolte. La ricerca, alla fine, è stata orientata alla
creazione di un database che restasse nel tempo a disposizione della
Cgil e del patronato piemontese, in modo da poter meglio organizzare
sia le azioni di tutela collettive, sia i servizi più appropriati per
gli iscritti”.
Il primo dato importante riguarda gli infortuni:
il 36 per cento degli intervistati ha avuto almeno un incidente sul
lavoro (la percentuale sale al 44 tra gli operai): i casi più
frequenti riguardano contusioni, distorsioni (slogature, strappi
muscolari), tagli o recisioni di nervi e tendini, fratture ossee.
“Se a questi dati uniamo il fatto – prosegue Perini – che il 15
per cento, quindi 732 lavoratori, segnala di aver subìto un danno
permanente alla salute a causa della propria attività, si mostra con
tutta evidenza come la questione della sicurezza sia serissima, un
tema su cui il sindacato dovrebbe impegnarsi con maggior continuità”.
La ricerca segnala che il 65 per cento del campione ritiene che il
proprio ambiente di lavoro presenti caratteristiche tali da provocare
infortuni, mentre il 25 denuncia rischi “elevati”: sott’accusa
sono, in prevalenza, i locali con ostacoli e ingombri, la pulizia e la
manutenzione non adeguata, i pavimenti sconnessi o scivolosi. Due
rischi particolarmente diffusi sono il pericolo di incendi (segnalato
dal 55 per cento) e l’inadeguatezza degli impianti elettrici (53 per
cento). Un altro dato importante riguarda le attività a maggior
rischio: a svolgerle sono, in prevalenza, “tutti coloro che capitano
in quel momento a fare quel lavoro”, seguiti dagli “addetti alle
mansioni pericolose” e dai “lavoratori delle imprese esterne”.
Il modello organizzativo che emerge – considerando che al primo
posto c’è una situazione di lavoro flessibile (e probabilmente
dequalificato) in cui i lavoratori sono intercambiabili e al terzo la
tendenza a scaricare i rischi su lavoratori di “serie B” –
evidenzia la distanza dalle norme di prevenzione che prescrivono
l’obbligo dell’impresa a valutare le capacità del lavoratore
chiamato a svolgere mansioni con rischi specifici.
La questione di un’organizzazione del lavoro
“sbagliata” viene confermata anche dalle indicazioni sui problemi
di salute più diffusi: al primo posto ci sono quelli causati da
condizioni di lavoro gravose, come dolori alla schiena o alle
articolazioni, seguiti da quelli derivanti dalla ripetitività e dalla
cattiva qualità, come mal di testa o ansia, mentre quelli provocati
da agenti esterni, come pruriti o macchie alla pelle, sono soltanto al
terzo posto. “Questi dati – spiega ancora Perini – ci svelano
che gli effetti nocivi più frequenti sono legati agli “errori”
organizzativi, che in realtà non sono quasi mai errori, ma più
semplicemente aspetti della moderna organizzazione del lavoro non più
fondata sull’abilità dei lavoratori, ma, sempre più diffusamente,
sulla loro adattabilità a diversi contesti professionali”.
Un’altra sezione del volume (composta da 28 domande) analizza le
condizioni di lavoro. La maggioranza degli intervistati (52 per cento)
è soggetta con frequenza variabile a cambiamenti di mansione
(altrettanto frequenti sono i cambiamenti di postazione). Il 43 per
cento dichiara di fare i turni: si tratta, in larga maggioranza, di
giovani con meno di 25 anni. Il 60 per cento svolge lavoro
straordinario, il 40 di questi per più di due ore alla settimana: il
momento prevalente d’effettuazione è a fine turno (31 per cento),
seguito a brevissima distanza dal week-end.
Da queste prime indicazioni, si delinea pertanto
un quadro “mosso” della realtà delle prestazioni nell’impresa,
movimento in parte attribuibile alle innovazioni organizzative
postfordiste. Spiega Perini: “La nuova organizzazione del lavoro,
privilegiando decisamente l’adattabilità a scapito della expertise
professionale, spinge il lavoratore a essere sempre più nomade, senza
tuttavia fornirgli la necessaria formazione per migliorare la propria
condizione. Questo ha notevoli effetti sulla salute, poiché riduce
progressivamente la sua capacità d’autonomia, la possibilità
d’intervenire direttamente sul proprio lavoro”. Dalla medesima
sezione del libro emerge con nettezza un problema relativo alla
differenza di genere. Tutta a svantaggio delle lavoratrici: il 71 per
cento delle donne definisce “ripetitivo” il proprio lavoro (contro
il 51 degli uomini), il 34 per cento (contro il 24) svolge mansioni
vincolate, non potendo abbandonare la propria postazione senza essere
sostituite. “I risultati – dice il dirigente della Cgil torinese
– ci rivelano che le lavoratrici, di qualsiasi figura professionale,
hanno esperienze lavorative peggiori rispetto agli uomini. Svolgono le
occupazioni più noiose, quelle in cui ogni giorno si devono fare più
volte le stesse cose, in cui si apprende poco o niente, che richiedono
pochi sforzi mentali e minore specializzazione. Le donne hanno anche
una più bassa possibilità di decidere in autonomia la gestione della
propria attività: devono lavorare in fretta, non possono scegliere
quando fare le pause, o stabilire cosa fare prima e cosa dopo”. La
loro condizione di “alienazione”, quindi, è maggiore degli
uomini: “Eppure, malgrado svolgano lavori meno interessanti e
gratificanti, soffrono di stress meno degli uomini, questo sia perché
l’elemento competitivo è molto più sfumato, sia perché riescono a
vivere più serenamente la propria esperienza lavorativa”.
Il volume, a ben vedere, offre una notevole
quantità di indicazioni da cui poter trarre possibili strategie per
l’azione sindacale. “La contrattazione – conclude Perini – è
lo strumento determinante per realizzare un’efficace attività di
prevenzione. L’esposizione ad agenti esterni si risolve con
soluzioni tecniche, in parte già previste da standard e norme di
legge, mentre le questioni legate all’organizzazione del lavoro si
possono affrontare soltanto mediante la negoziazione. Anche perché,
se si pensa esclusivamente ai tecnicismi, si rischia di ritrovarsi
dentro quella che gli esperti spagnoli hanno definito la “trappola
ergonomica”: posti di lavoro perfetti, che ti permettono
un’altissima produttività, ma con un grandissimo disagio tra i
dipendenti. Bisogna allora rimettere al centro le relazioni umane tra
i lavoratori, riaprire la discussione sulle professionalità e i
saperi, intervenire decisamente sulle differenze di genere: temi che
riguardano non solo le materie della gestione del lavoro, ma che
investono l’intera pratica e cultura sindacale”.
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