SICUREZZA

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Un'indagine della Cgil Piemontese

Tutti i rischi 
del postfordismo

Insulti, soprusi, molestie

Quelle violenze 
di genere

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Un'indagine della Cgil Piemontese

Tutti i rischi del postfordismo

di Marco Togna

La cattiva organizzazione del lavoro e la discriminazione delle donne. Sono questi i “nemici” da combattere oggi nelle fabbriche e negli uffici. A rivelare nuove e vecchie distorsioni è il volume “Salute, sicurezza e condizioni di lavoro. Un’indagine tra le iscritte e gli iscritti della Cgil in Piemonte”, di Fulvio Perini, dirigente sindacale (è da circa un mese componente della segreteria della Camera del lavoro di Torino), e del sociologo Vittorio Rieser, pubblicato dall’Ediesse. L’inchiesta, realizzata attraverso la somministrazione di un questionario a 4.507 tesserati (74 per cento uomini), è stata svolta dalle Camere del lavoro di Alessandria, Cuneo, Novara e Torino: “All’inizio – spiega Perini – doveva essere condotta insieme a Cisl e Uil su un ampio universo di lavoratori, ma sono sorte difficoltà insormontabili. Abbiamo allora deciso di svolgerla su un campione di nostri iscritti, ricostruendo la storia professionale e medica delle persone coinvolte. La ricerca, alla fine, è stata orientata alla creazione di un database che restasse nel tempo a disposizione della Cgil e del patronato piemontese, in modo da poter meglio organizzare sia le azioni di tutela collettive, sia i servizi più appropriati per gli iscritti”.

Il primo dato importante riguarda gli infortuni: il 36 per cento degli intervistati ha avuto almeno un incidente sul lavoro (la percentuale sale al 44 tra gli operai): i casi più frequenti riguardano contusioni, distorsioni (slogature, strappi muscolari), tagli o recisioni di nervi e tendini, fratture ossee. “Se a questi dati uniamo il fatto – prosegue Perini – che il 15 per cento, quindi 732 lavoratori, segnala di aver subìto un danno permanente alla salute a causa della propria attività, si mostra con tutta evidenza come la questione della sicurezza sia serissima, un tema su cui il sindacato dovrebbe impegnarsi con maggior continuità”. La ricerca segnala che il 65 per cento del campione ritiene che il proprio ambiente di lavoro presenti caratteristiche tali da provocare infortuni, mentre il 25 denuncia rischi “elevati”: sott’accusa sono, in prevalenza, i locali con ostacoli e ingombri, la pulizia e la manutenzione non adeguata, i pavimenti sconnessi o scivolosi. Due rischi particolarmente diffusi sono il pericolo di incendi (segnalato dal 55 per cento) e l’inadeguatezza degli impianti elettrici (53 per cento). Un altro dato importante riguarda le attività a maggior rischio: a svolgerle sono, in prevalenza, “tutti coloro che capitano in quel momento a fare quel lavoro”, seguiti dagli “addetti alle mansioni pericolose” e dai “lavoratori delle imprese esterne”. Il modello organizzativo che emerge – considerando che al primo posto c’è una situazione di lavoro flessibile (e probabilmente dequalificato) in cui i lavoratori sono intercambiabili e al terzo la tendenza a scaricare i rischi su lavoratori di “serie B” – evidenzia la distanza dalle norme di prevenzione che prescrivono l’obbligo dell’impresa a valutare le capacità del lavoratore chiamato a svolgere mansioni con rischi specifici.

La questione di un’organizzazione del lavoro “sbagliata” viene confermata anche dalle indicazioni sui problemi di salute più diffusi: al primo posto ci sono quelli causati da condizioni di lavoro gravose, come dolori alla schiena o alle articolazioni, seguiti da quelli derivanti dalla ripetitività e dalla cattiva qualità, come mal di testa o ansia, mentre quelli provocati da agenti esterni, come pruriti o macchie alla pelle, sono soltanto al terzo posto. “Questi dati – spiega ancora Perini – ci svelano che gli effetti nocivi più frequenti sono legati agli “errori” organizzativi, che in realtà non sono quasi mai errori, ma più semplicemente aspetti della moderna organizzazione del lavoro non più fondata sull’abilità dei lavoratori, ma, sempre più diffusamente, sulla loro adattabilità a diversi contesti professionali”. Un’altra sezione del volume (composta da 28 domande) analizza le condizioni di lavoro. La maggioranza degli intervistati (52 per cento) è soggetta con frequenza variabile a cambiamenti di mansione (altrettanto frequenti sono i cambiamenti di postazione). Il 43 per cento dichiara di fare i turni: si tratta, in larga maggioranza, di giovani con meno di 25 anni. Il 60 per cento svolge lavoro straordinario, il 40 di questi per più di due ore alla settimana: il momento prevalente d’effettuazione è a fine turno (31 per cento), seguito a brevissima distanza dal week-end.

Da queste prime indicazioni, si delinea pertanto un quadro “mosso” della realtà delle prestazioni nell’impresa, movimento in parte attribuibile alle innovazioni organizzative postfordiste. Spiega Perini: “La nuova organizzazione del lavoro, privilegiando decisamente l’adattabilità a scapito della expertise professionale, spinge il lavoratore a essere sempre più nomade, senza tuttavia fornirgli la necessaria formazione per migliorare la propria condizione. Questo ha notevoli effetti sulla salute, poiché riduce progressivamente la sua capacità d’autonomia, la possibilità d’intervenire direttamente sul proprio lavoro”. Dalla medesima sezione del libro emerge con nettezza un problema relativo alla differenza di genere. Tutta a svantaggio delle lavoratrici: il 71 per cento delle donne definisce “ripetitivo” il proprio lavoro (contro il 51 degli uomini), il 34 per cento (contro il 24) svolge mansioni vincolate, non potendo abbandonare la propria postazione senza essere sostituite. “I risultati – dice il dirigente della Cgil torinese – ci rivelano che le lavoratrici, di qualsiasi figura professionale, hanno esperienze lavorative peggiori rispetto agli uomini. Svolgono le occupazioni più noiose, quelle in cui ogni giorno si devono fare più volte le stesse cose, in cui si apprende poco o niente, che richiedono pochi sforzi mentali e minore specializzazione. Le donne hanno anche una più bassa possibilità di decidere in autonomia la gestione della propria attività: devono lavorare in fretta, non possono scegliere quando fare le pause, o stabilire cosa fare prima e cosa dopo”. La loro condizione di “alienazione”, quindi, è maggiore degli uomini: “Eppure, malgrado svolgano lavori meno interessanti e gratificanti, soffrono di stress meno degli uomini, questo sia perché l’elemento competitivo è molto più sfumato, sia perché riescono a vivere più serenamente la propria esperienza lavorativa”.

Il volume, a ben vedere, offre una notevole quantità di indicazioni da cui poter trarre possibili strategie per l’azione sindacale. “La contrattazione – conclude Perini – è lo strumento determinante per realizzare un’efficace attività di prevenzione. L’esposizione ad agenti esterni si risolve con soluzioni tecniche, in parte già previste da standard e norme di legge, mentre le questioni legate all’organizzazione del lavoro si possono affrontare soltanto mediante la negoziazione. Anche perché, se si pensa esclusivamente ai tecnicismi, si rischia di ritrovarsi dentro quella che gli esperti spagnoli hanno definito la “trappola ergonomica”: posti di lavoro perfetti, che ti permettono un’altissima produttività, ma con un grandissimo disagio tra i dipendenti. Bisogna allora rimettere al centro le relazioni umane tra i lavoratori, riaprire la discussione sulle professionalità e i saperi, intervenire decisamente sulle differenze di genere: temi che riguardano non solo le materie della gestione del lavoro, ma che investono l’intera pratica e cultura sindacale”.

 

(Rassegna sindacale, n.15, aprile 2004)

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