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Una ricerca 
di Cgil, Cisl 
e Uil di Ravenna

In fabbrica 
fino a 60 anni? 
Gli operai 
dicono di no

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Una ricerca di Cgil, Cisl e Uil di Ravenna

In fabbrica fino a 60 anni? 
Gli operai dicono di no

di Mayda Guerzoni

“Pensi che potrai fare lo stesso lavoro quando avrai sessant’anni anni?”. Una buona domanda in tempi di revisione della previdenza pubblica e di prevedibile prolungamento degli anni di lavoro. Una domanda che ha a che fare strettamente con i temi della salute e della sicurezza in ambito lavorativo e che, non a caso, troviamo all’interno del questionario che costituisce il pezzo forte dell’indagine voluta dai sindacati ravennati (e sostenuta dalle istituzioni locali) nell’ambito delle iniziative per ricordare la strage della Mecnavi: 13 lavoratori uccisi da uno spaventoso “incidente” nella pancia di quella nave gasiera, nel porto di Ravenna, il 13 marzo dell’87. Una data rimasta impressa nella mente di chi c’era, o di chi ha letto, per l’orrore delle morti e la crudezza delle condizioni di lavoro. Per chi non c’era, o non ricorda, ci pensano i sindacati, ogni anno, a rinfrescare la memoria con iniziative che non sono soltanto la deposizione di corone alla lapide commemorativa. L’anno scorso, l’idea lanciata da Cgil, Cisl e Uil è stata quella dell’indagine sulla salute e la sicurezza in alcuni settori, sposata da Comune e Provincia di Ravenna. Quest’anno ne hanno anticipato i risultati (che saranno completi entro l’estate) in un convegno che ha scandito ancora una volta la data del 13 marzo, discutendo delle condizioni di lavoro, di cos’è cambiato, di rischi vecchi e nuovi da considerare. E in quest’ambito, correttamente, si colloca anche il punto delicato dell’età lavorativa.

Dunque, l’80-85 per cento degli operai metalmeccanici, chimici e della gomma-plastica, edili e dell’agroalimentare, coinvolti nella ricerca, dicono di no: non credono proprio che ce la faranno, a sessant’anni e oltre, a fare lo stesso lavoro di oggi. Il dato non lascia margini a interpretazioni controverse. Il discorso cambia nei ruoli di impiegati, preposti e dirigenti, molto più propensi alla risposta positiva, cosicché nella media totale il no scende al 55 per cento. Gino Rubini, della Cgil regionale, che ha lavorato insieme all’Istituto per il lavoro all’indagine, sceglie di partire da questo punto nell’esame dei risultati, per sottolineare “quanto sia complesso immaginare un prolungamento dell’attività dei lavoratori manuali oltre i sessant’anni d’età, in assenza di strategie di miglioramento della progettazione ergonomica dei posti di lavoro e delle modalità d’organizzazione del lavoro”. Tanto più che il quadro sulle condizioni lavorative emerso dal primo assaggio della ricerca, tra luci e ombre, non pare nel complesso particolarmente negativo. Il 50 per cento degli intervistati si dichiara “piuttosto soddisfatto” delle condizioni di lavoro, con le dovute differenze tra ruoli e settori e quasi sempre a vantaggio del lavoro non manuale. Ma più del 70 per cento degli operai edili e il 57 per cento degli agroalimentaristi si dicono “molto o piuttosto soddisfatti”, mentre più del 60 per cento degli operai metalmeccanici e della gomma-plastica soddisfatti lo sono poco o per niente. Il 63 per cento ammette che negli ultimi anni l’azienda ha svolto interventi sugli impianti per migliorare la sicurezza e l’83 per cento pensa di avere una formazione adeguata in materia.

Ma la percezione che la salute sia stata compromessa dal lavoro (problemi di vista, udito, mal di schiena, dolori muscolari vari, difficoltà respiratorie, stress e fatica nervosa) accomuna il 41 per cento degli intervistati: tra gli operai solo il 24 per cento degli edili e poco meno del 50 degli altri settori, mentre colpisce il dato del 50 per cento abbondante delle altre professioni nella ceramica e nella gomma-plastica. Senza contare che il rischio di farsi male nel lavoro è avvertito come alto o molto alto dalla metà circa degli operai meccanici, dal 40 per cento della gomma-plastica, dal 31 della ceramica, dal 24 dell’agroalimentare. Gli addetti alla manutenzione nei diversi settori sono quelli che si sentono più a rischio di tutti. E un elemento aggiuntivo che aggrava la fatica nervosa e fisica viene denunciato nella paura di far male ai colleghi di lavoro, diffusa nel 20 per cento dei casi. Nell’indagine c’è anche la “pagella della salute”, il voto con il quale ogni lavoratore ha autorappresentato il proprio stato di salute in generale, che tutto sommato è buona: la media supera infatti il 7, con i meccanici vicini al 7 e mezzo e gli addetti della gomma-plastica sul 6,8. “Saranno utili gli incroci e gli approfondimenti che avremo a disposizione a ricerca terminata – aggiunge Rubini – per capire meglio la situazione e i punti maggiori di criticità, ma già possiamo dire che i dati di soddisfazione per la condizione di lavoro e la “pagella della salute” appaiono più positivi a Ravenna che a Torino, dove l’Ipl ha svolto un’analoga indagine. Sempre con l’avvertenza che i dati ci offrono uno spaccato importante della realtà e delle tendenze in atto nei settori considerati, ma non possiamo generalizzarli come rappresentativi di tutta la provincia, essendo il questionario volontario e non a campione”.

Il segretario generale della Cgil ravennate Luigi Folegatti sottolinea che con l’indagine i sindacati hanno voluto dare il senso della concretezza alle celebrazioni doverose della tragedia Mecnavi, che non deve restare imbalsamata nella memoria, ma continuare a produrre attenzione e cultura della sicurezza, sulla scia di quel “mai più” pronunciato nelle angosciose giornate di 17 anni fa. “Possiamo dire che un miglioramento nelle condizioni di lavoro c’è stato, ma questo non ci tranquillizza – avverte Folegatti –. I lavoratori continuano a pagare prezzi troppo alti alla mancanza di sicurezza”. Il segretario della Cgil ravennate ricorda che nel gennaio scorso un infortunio mortale all’Eridania Sadam di Russi è costato la vita a una lavoratrice e che nel 2003, sempre nel settore dell’agroindustria, si sono contati altri tre morti sul lavoro in territorio provinciale. “Inaccettabile – sbotta Folegatti -, tanto più che è successo in aziende strutturate, dove gli adempimenti formali al decreto 626 vengono rispettati, le mappe di rischio si fanno, il sindacato è presente. Non possiamo veder alimentata l’idea della fatalità, che non esiste quando si parla di morti sul lavoro. Non dobbiamo stancarci di denunciare la sottovalutazione del problema da parte delle imprese e di proporre nel contempo l’adozione delle strategie necessarie. Non basta osservare le norme in modo burocratico, bisogna mettere in campo un sistema integrato di procedure operative per la prevenzione di rischi e incidenti, per lavorare in sicurezza. L’indagine ci servirà per precisare meglio le richieste sindacali nella contrattazione, per stringere il confronto con le imprese e superare i limiti della nostra azione”.

Va in questo senso anche la collaborazione stretta allacciata da tempo tra Cgil, Cisl e Uil e Azienda sanitaria locale di Ravenna, che ha portato ad attivare esperienze innovative interessanti. Lo conferma il fatto che il dottor Gianfranco Bertazzini, direttore del dipartimento sanità pubblica dell’Asl, fa parte del comitato scientifico dell’indagine, che è stata inserita nei “piani. per la salute” dell’azienda. “Migliorare la condizione di salute dei lavoratori è un nostro obiettivo preciso – spiega Bertazzini –: per questo abbiamo scelto d’indicare tra le priorità il tema della sicurezza nel lavoro, che stiamo perseguendo con alcune iniziative mirate. Per esempio, stiamo coinvolgendo i lavoratori stranieri, occupati in gran numero nei tre macelli ravennati, in un percorso di formazione specifica sulla sicurezza in quel tipo d’attività. Siamo partiti formando un gruppo ristretto di mediatori linguistico-culturali di varie etnie, i quali a loro volta hanno collaborato a corsi di formazione più ampi. E ancora, abbiamo avviato un intervento sperimentale su un gruppo di Rls, per andare al di là delle norme generali del decreto 626 e lavorare sui comportamenti quotidiani e sulla prevenzione. Gli Rls rischiano di svolgere un ruolo debole, sminuito dall’impresa. Hanno bisogno di sostegno anche dall’esterno, ed è questo che stiamo cercando di realizzare”.

 

(Rassegna sindacale, n.12, marzo 2004)

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