|
Il governo s'appresta a fare danni anche
nell'ambito della sicurezza e salute sul lavoro. Ne è convinto il
sindacato, che dice no allo schema
di decreto elaborato dal ministero del Welfare per la semplificazione
della normativa in materia e rilancia il tema della sicurezza come
priorità dell'agenda del lavoro. Lo scenario è l’assemblea
nazionale Cgil dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e
dei delegati, che si è svolta questa mattina a Roma. In questa sede
il segretario generale della confederazione, Guglielmo Epifani, ha
criticato apertamente il progetto del governo perché "alleggerisce semplicemente gli obblighi e le
responsabilità delle imprese trasferendoli alle parti sociali e agli enti
bilaterali".
Il governo intenda modificare ("semplificare") la legge 626
in base al nuovo Testo unico per la sicurezza e la salute cui
stanno lavorando al ministero dopo l'approvazione in Parlamento, nel
luglio 2003, della delega al governo per il riordino della materia
Il tema della salute e sicurezza torna dunque sotto i riflettori. Ma,
per il sindacato, non se n'è mai allontanato, dal momento che nel
nostro Paese si tratta di un'emergenza quotidiana. «Negli ultimi 5
anni - ricorda Paola Agnello Modica dalle pagine di Rassegna
Sindacale - ci sono stati in media oltre 1.440 morti sul
lavoro ufficiali l’anno (più circa 300 per malattie professionali)
e circa 1 milione di infortuni ufficiali; il tasso di occupazione
femminile è cresciuto del 13,4 per cento, gli infortuni del 21,9 per
cento, con un’evidente connessione con la precarietà; la
percentuale di infortuni subiti dagli extra-comunitari è quasi il
triplo del loro peso sulla forza lavoro».
La segretaria confederale della Cgil sottolinea
che «solo la mancata prevenzione nei luoghi di lavoro ha un costo
valutato dall’Inail in oltre 28 miliardi di euro l’anno. In questo
quadro il governo attuerà entro l’estate la delega su salute e
sicurezza sul lavoro, che tra i suoi princìpi prevede testualmente la
“determinazione di misure tecniche e amministrative di prevenzione
compatibili con le caratteristiche gestionali e organizzative delle
imprese”, con buona pace del principio di precauzione, e prevede
anche, su “vigilanza e controllo”, di qualificare
“prioritariamente i compiti di prevenzione e di informazione
rispetto a quelli repressivi e sanzionatori”, con l’intenzione
esplicita di affidare compiti di certificazione e controllo agli Enti
bilaterali».
«Ciò - spiega Agnello Modica -, sommato alla
precarizzazione (cui è connessa la scarsa conoscenza/formazione sui
rischi specifici) e alla frantumazione dei cicli produttivi, farà
lievitare gli infortuni veri, di cui molti mascherati da malattia, a
causa della ricattabilità dei lavoratori e renderà quasi impossibile
ricostruire/provare una malattia professionale, mentre si risolverebbe
definitivamente (e drammaticamente) il problema degli inidonei alla
mansione. L’impianto del nuovo testo unico prevederebbe poi la
definizione dei princìpi nella legge nazionale, demandandone molta
parte alle Regioni, in virtù della legislazione concorrente su
“tutela e sicurezza del lavoro” (e anche per questa via
depenalizzando) e derubricando da legislazione a “buone prassi”
(non esigibili) parti consistenti e fondamentali della normazione
attuale, oltre a un ruolo significativo e subalterno della bilateralità».
La Cgil punta a
«ribaltare questo approccio affermando un’idea di sviluppo
intrinsecamente sicura per i lavoratori e per i cittadini, assumendo
il principio di precauzione come fondamento dell’agire
dell’impresa a partire dai luoghi di lavoro.
Per realizzare questo obiettivo - secondo la dirigente sindacale -
occorre innanzitutto sconfiggere il tentativo del governo che, mentre
a parole declama l’impegno per una maggiore “responsabilità
sociale dell’impresa”, nei fatti con le due deleghe
richieste al Parlamento su ambiente e su salute e sicurezza nei luoghi
di lavoro, congiuntamente agli effetti sul mercato del lavoro
derivanti dalla legge 30/03, svincola l’impresa da ogni
responsabilità derivante dalle conseguenze del suo agire.
Questi provvedimenti sono la negazione stessa
dell’idea di sviluppo sostenibile e danno via libera alla
parte più retriva del mondo imprenditoriale che continua a ritenere
l’impegno per l’ambiente e la sicurezza solo oneri che riducono il
profitto e danneggiano la competitività. La Cgil, insieme a Cisl e
Uil, ha elaborato già molti mesi fa un corposo
documento
di controproposte alla delega su salute e sicurezza che è stato alla
base di iniziative e anche dello sciopero generale del 26 marzo e che
ora devono vivere e arricchirsi nelle categorie e nei territori, con
l’impegno e la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori».
|