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“Chi sono i minori che lavorano in Italia?”.
“Quali sono le loro storie di vita, i loro percorsi di inserimento
precoce nel circuito del lavoro?”. “In che modo le esperienze di
lavoro precoce concorrono a determinare condizioni di irreversibilità
nei percorsi di vita e quindi a contrassegnare destini sociali?”
Sono queste alcune domande al centro dell’indagine Ires sul lavoro
minorile in tre aree metropolitane – Milano, Roma e Napoli – che,
sulla scia dell’inchiesta Cgil del 2000, prosegue il percorso di
studio su questo fenomeno.
Roma
Nell’area metropolitana della capitale l’indagine ha evidenziato
un fenomeno consistente, che riguarda le attività di strada svolte da
minori provenienti dall’Europa dell’Est e spesso appartenenti a
comunità Rom. Il fenomeno è diffuso un po’ su tutto il territorio
romano, con delle punte nelle zone centrali: i minori sono coinvolti
in attività che vanno dall’accattonnaggio ad attività più a
carattere “para-lavorativo”, quali ad esempio la pulizia dei vetri
delle automobili ai semafori. L’esperienza del “lavoro di
strada” è di solito molto precoce e prende avvio come forma di
accompagnamento all’attività di accattonaggio svolta anche dagli
altri componenti familiari. Il lavoro precoce si inserisce in progetti
migratori familiari di solito non di tipo stanziale, ma a carattere
transitorio. La scelta di immigrare in Italia è spesso associata a
gravi difficoltà socio-economiche; la marginalità sociale ed
economica comunque caratterizza la maggior parte delle famiglie anche
in Italia. I percorsi di scolarizzazione dei minori appaiono legati
alle esperienze e ai vissuti nel paese di origine. In Italia, invece,
le esperienze con la scuola si diradano: i percorsi d’inserimento
scolastico emersi sia nella scuola media che elementare sono a
carattere discontinuo. E’ emersa inoltre la diffusione di forme di
lavoro minorile all’interno della comunità cinese romana. I minori
cinesi coinvolti in attività di lavoro precoce sono sia maschi che
femmine, di età compresa tra i 10 e i 14 anni. Le loro esperienze
assumono nella quasi totalità dei casi la forma di contributi di
varia natura alla realizzazione del progetto migratorio familiare e
comunitario di tipo imprenditoriale. Si è riscontrato un loro
coinvolgimento nelle attività commerciali e di ristorazione gestite
dai genitori, o nelle quali i genitori lavorano come dipendenti, sia
in attività di domestiche e di cura familiare. Infine si è
riscontrata la rilevante persistenza di forme di lavoro minorile,
talvolta anche ai limiti dello sfruttamento, tra i pre-adolescenti
italiani, nelle zone periferiche della città, caratterizzate da bassi
tassi di sviluppo e alti livelli di disoccupazione ed emarginazione
sociale.
Napoli
Nell’area metropolitana partenopea, i minori coinvolti in esperienze
di lavoro precoce si concentrano nella fascia di età fra i 12 e i 16
anni. Sono coinvolti in attività di cura svolte soprattutto dalle
bambine e dalle ragazzine e in “lavori veri e propri”,
caratterizzati da regole di strutturazione formale, quali orari rigidi
e prefissati, paga di tipo salariale, appartenenza a settori
produttivi rappresentativi tipici del mercato del lavoro
metropolitano, mansioni analoghe a quelle svolte dagli adulti. I
settori di maggiore impiego sono il terziario, principalmente attività
commerciali di beni alimentari, e piccole e piccolissime aziende, il
più delle volte non regolarizzate, per la produzione di borse e
materiale in pelle. Nel settore del commercio, si tratta spesso di
attività di tipo saltuario e discontinuo, svolte non strettamente per
necessità economiche familiari. Nel caso dei minori impiegati presso
le piccole aziende tessili, si tratta invece di veri e propri lavori,
svolti in modo continuativo. Il percorso lavorativo, in genere, inizia
con l’abbandono scolastico precoce, soprattutto fra la prima e la
seconda media inferiore. Quasi sempre i canali per la ricerca del
lavoro passano attraverso la rete informale di conoscenze del
quartiere, che fa capo anche alla famiglia: i genitori considerano il
lavoro precoce la sola via alternativa alla “strada”, non
percependo né la scuola né altre risorse istituzionali come
credibili modelli alternativi. Il nucleo medio è prevalentemente
composta dai genitori e una media di tre o quattro figli minorenni,
che spesso vive in condizioni di disagio economico e sociale.
Milano
L’indagine qui ha riguardato soprattutto la fascia dei minori
tra i 13 anni ed 18 anni. Sono stati individuati i seguenti
profili: “il saltuario”: qualche lavoretto ogni tanto in famiglia
o presso terzi, per superare la noia dei banchi di scuola; “il
familiare”: a sostegno della microimpresa della famiglia; “il
lavoratore-lavoratore”;“il rinunciatario” tra aspirazioni
personali e mancanza di un contesto incentivante; “il
nullafacente”: il più a rischio. Si assiste al fenomeno per cui il
minore, che lascia il percorso formativo e inizia a lavorare in nero
per la sua età, viene poi assorbito dal mercato del lavoro regolare
pur non possedendo alcuna qualifica. In altri casi, l’adolescente
intervalla il lavoro a periodi di non occupazione, passando da un
lavoro all’altro, e qualora gli si presenti l’opportunità di
inserirsi nel mercato del lavoro regolare, tende a rifiutarla, poiché
non fa parte di un progetto più ampio di vita, bensì è finalizzato
alla soddisfazione di bisogni di consumo immediato, e si accompagna
alla difficoltà di immaginare un investimento sul futuro. Fra i
minori che hanno deciso di non andare più a scuola, è anche presente
chi non lavora e trascorre il tempo senza fare nulla; questo profilo
sembra essere quello più a rischio. Non sono emerse situazioni
familiari economicamente deprivate, bensì caratterizzate dalla
presenza di uno o più redditi, anche medio alti.
L’atteggiamento delle famiglie rispetto al lavoro precoce è di tipo
positivo, o comunque non conflittuale, in quanto il lavoro è stato
introiettato come esperienza vantaggiosa. Anche per i ragazzi, quindi,
lo studio e la formazione rappresentano attività inutili o comunque
non indispensabili per lo sviluppo personale.
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