SPECIALE - Difendere i redditi

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Il dibattito nel sindacato

Redditi da difendere, da recuperare, da rafforzare. Salari (e pensioni) da salvare dinanzi a un caro vita che galoppa da più di un anno ed è stato mal tarato, se non ignorato, dal governo. E' una delle priorità dell'agenda sindacale in questi mesi. Il che è confermato dagli interventi che pubblichiamo, con i quali si apre nel sindacato un dibattito destinato a proseguire. Le questioni poste riguardano temi chiave quali la politica dei redditi e il modello contrattuale, la valutazione e tracciatura dell’inflazione, la politica fiscale e di welfare. Questa sorta di costellazione strategica ruota, però, attorno al vuoto lasciato dalla concertazione, che il governo Berlusconi ha affossato negli ultimi anni. In mancanza di quella, tutta l’architettura di relazioni socio-economiche nel Paese rischia di crollare. Crisi della concertazione vuol dire crisi dell’accordo di luglio ’93: è questo il tema al centro di tutti i contributi, e l’impressione che si ricava è che pochi nel sindacato ritengono che i tempi siano maturi per mandare in pensione quel patto di dieci anni fa. C’è poi tutta la questione del doppio livello contrattuale, del peso da riservare al livello nazionale rispetto al piano decentrato. Un tema arricchito dalla recente ipotesi di accordo nel comparto dell’artigianato. Il dibattito, ad ogni modo, è appena aperto. Rassegna lo seguirà aggiornando questo Speciale.

Federalismo contrattuale

Quel modo ipocrita d'evocare 
le gabbie salariali

di Antonio Castronovi
Segreteria Camera del lavoro territoriale di Roma Centro

La questione sociale e salariale aperta nel paese reclama una diversa redistribuzione del reddito e del potere fra le classi a favore dei lavoratori. Una nuova politica dei redditi, per trovare il consenso dei lavoratori, dovrebbe partire da questo riconoscimento. Una politica che punti a un aumento del potere d’acquisto dei salari, concertando con governo e datori di lavoro politiche redistributive su fisco, servizi, Welfare, tariffe e prezzi, presuppone per definizione uno scambio e un patto sociale garantito da politiche e impegni precisi da parte dell’esecutivo. Il patto del ’93 è fallito in primo luogo perché il governo di centro-destra subentrato non intendeva proseguire questa politica. Una politica di concertazione fra Stato e parti sociali richiede quindi l’individuazione di un interesse generale o “bene comune” a cui uniformarsi. Per noi è il patto sociale costituzionale la fonte a cui attingere per la definizione del bene comune, che non può che risultare dal riconoscimento e dalla mediazione politica fra i diversi interessi e dal perseguimento della coesione sociale. Il governo in carica non ha la propensione, né la voglia, di cimentarsi in un simile progetto.

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A 11 anni dall'accordo di luglio

Occorre un nuovo modello contrattuale

di Franco Giuffrida
Segreteria Cgil Lombardia

L’attività centrale di un’organizzazione sindacale è quella legata ai risultati della contrattazione. Per ottenere una conclusione del negoziato con un giudizio positivo da parte dei lavoratori, è indispensabile un buon rapporto unitario tra le organizzazioni sindacali confederali. Una pratica contrattuale con una rappresentanza sindacale divisa e frammentata non ha mai prodotto risultati positivi per i lavoratori. La fase attuale, pur in presenza di qualche timida novità sul fronte dei rapporti tra le confederazioni, mette in evidenza tutti i limiti dell’iniziativa sindacale. Sull’argomento, bisogna prendere insegnamento dal sempre attuale Vittorio Foa, che in una recente intervista ha sostenuto che l’unità sindacale nasce dalla differenza, affermando testualmente: “Se io cerco di costruire qualcosa assieme agli altri, non posso solo ottenere dagli altri, devo anche concedere. Questo non significa che io non sia convinto di ciò che penso; al contrario, sono convinto che la ricerca dell’unità è un modo di confermare la propria identità: io sono sicuro di me soltanto se mi sento di affrontare il confronto”.

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Le priorità della Cgil in questa fase

Primo, una nuova politica dei redditi

di Paolo Nerozzi
Segretario confederale Cgil

Si parla molto in questi giorni di nuove povertà, di perdita di potere d’acquisto e viene posta con forza la questione del salario come problema centrale nell’agenda politica e sociale, a partire anche dalle inchieste dei grandi giornali e dalle vicende dei tranvieri. Per evitare una lettura sbagliata o un uso di queste tematiche per proporre rimedi che  lascino le cose come sono, facendo finta di cambiare tutto, bisogna partire innanzitutto dalla vita quotidiana delle persone, cercando di capire che cosa è successo, quando è successo, perché è successo. Cercando anche di fare un po’ di chiarezza sulle strategie e sugli strumenti, senza confondere le une con gli altri. Se no, il rischio è quello di sollevare un gran polverone senza risolvere nulla.

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Bilancio di dieci anni / Salari, inflazione, produttività

23 luglio: un accordo da difendere, 
rilanciare, aggiornare

di Agostino Megale
Presidente Ires

L’assemblea unitaria del 10 marzo e lo sciopero del 26 marzo segnano un fatto nuovo e politicamente rilevante destinato a influire positivamente nell’azione sindacale dei prossimi anni.  Il fatto nuovo è rappresentato dal ritrovarsi unitariamente ma soprattutto dall’aver  messo a punto una proposta sindacale capace di parlare ai lavoratori, ai pensionati e al paese. È sulla base di questa proposta che il governo è chiamato a cambiare radicalmente le sue posizioni a partire da una politica capace di difendere salari e pensioni rimettendo in discussione l’applicazione del secondo modulo della delega fiscale che andrebbe a unico vantaggio dei redditi alti mentre c’è bisogno di compensare i redditi bassi. Questa impostazione sindacale unitaria supera nei fatti qualsiasi “dietrologia” per la quale ci sono governi con cui non si tratta o non si fanno intese a priori. Il sindacato per sua natura, tratta e realizza intese o conflitto solo  in funzione degli interessi generali e particolari che rappresenta, valutando sempre il rapporto tra obiettivi-risultati e consenso tra i lavoratori. La fase dunque è cambiata: ci sono le potenzialità derivanti anche dalla crisi del blocco sociale del centrodestra e dall’avvio di una auspicabile nuova fase anche nei rapporti con Confindustria, dopo la nomina del nuovo presidente Montezemolo.

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Artigianato / L'ipotesi di accordo interconfederale

Ricominciamo dai due livelli

di Marco Di Luccio
Responsabile artigianato Cgil nazionale

Dopo circa tre anni di  discussioni, confronti, trattative e accordi-ponte si è raggiunta l’ipotesi d’intesa tra Cgil Cisl Uil nazionali e le associazioni artigiane per un accordo interconfederale del comparto artigiano. L’intesa rappresenta la conclusione dell’iter di verifica e di aggiornamento avviato con l’accordo del maggio 2002, dopo che nell’anno precedente Confartigianato, unilateralmente, aveva dato la disdetta del modello contrattuale e le altre organizzazioni artigiane in maniera, più o meno silente, si erano accodate. Nelle prossime settimane questa ipotesi verrà posta in discussione, per l’approvazione definitiva, in tutte le strutture e in tutti i territori.

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(a cura di Davide Orecchio)

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