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Quest'’intervista è contenuta in un cd rom,
realizzato dall’Edit.Coop. per conto di “Progetto sviluppo”, che
sarà allegato al numero 18 di Rassegna Sindacale e sarà
presentato il 5 maggio in una conferenza internazionale, presso il
centro congresso Frentani a Roma, intitolata “Quali diritti nella
nuova Europa”. Il cd rom, realizzato grazie a un finanziamento
della Commissione europea, è intitolato “Più Europa più
diritti” ed è dedicato al tema dell’allargamento, con particolare
riferimento alla libera circolazione, alla protezione sociale, alla
cittadinanza e al dialogo. Oltre a una serie di documenti e di
interventi sui temi in oggetto, tra cui l’intervista al segretario
generale della Ces, il cd rom contiene un'intervista al presidente
della Commissione europea Romano Prodi e un’intervista al segretario
generale della Cgil Guglielmo Epifani.
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L’ingresso dei dieci nuovi paesi inciderà
profondamente sugli equilibri e sugli assetti dell’Unione. A
questo tema quest’anno Cgil Cisl e Uil hanno dedicato la
manifestazione nazionale del 1° maggio, che non a caso si svolge a
Gorizia. L’allargamento è destinato ad avere impatto anche
sui mercati del lavoro. Ne parliamo con John Monks, segretario
generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), al quale
chiediamo quali strategie sia possibile attuare per evitare squilibri
sia nella fase di transizione prevista (7 anni) sia nel lungo periodo.
“Le nostre maggiori preoccupazioni in Europa
occidentale – sostiene Monks – sono rivolte a due aspetti: “i
lavori che escono e le persone che entrano” e l’allargamento non
farà che accelerare il processo. Queste paure, però, sono oggetto di
facili esagerazioni perché i principali flussi migratori non vengono
dai paesi dell’Est, quanto dal Sud, come nel caso dell’Italia che
riceve molti immigrati dall’altra sponda del mare Adriatico. Il
fatto è che l’Europa si è trasformata da continente di emigranti,
soprattutto verso l’America latina, gli Stati Uniti e l’Australia,
in un continente che richiama immigrati da tutto il mondo. Tuttavia
non vedo la possibilità di un aumento massiccio e di forti squilibri
in questo senso. L’ingresso di lavoratori dell’Est c’è già
stato negli anni scorsi ed è tuttora in corso, soprattutto nel
settore delle costruzioni, e in particolare nelle grandi capitali:
Roma, Parigi, Londra. Credo che dovremmo mantenere un approccio sereno
e non farci coinvolgere nelle fobie dei nazionalisti che vedono una
minaccia nella libertà di movimento dei lavoratori. Preoccupiamoci
invece di accogliere queste persone nel migliore dei modi, e intanto
lavoriamo per assistere lo sviluppo economico dei loro paesi. Abbiamo
gli esempi dell’Irlanda e della Spagna, paesi a tradizionale
vocazione emigrante, che ora vedono un ritorno di molti lavoratori per
le nuove opportunità economiche che si presentano. Dobbiamo pertanto
incoraggiare lo sviluppo economico e costruire il dialogo sociale
anche attraverso la costituzione dei sindacati, proprio come abbiamo
fatto con successo in Irlanda e in Spagna”.
Rassegna In che misura
l’allargamento influenzerà la tendenza a delocalizzare le
produzioni nei paesi che offrono salari più bassi e scarsi contributi
previdenziali?
Monks Mi sembra che questa tendenza
sia più spiccata nei confronti di paesi come la Cina, dove i costi
sono di gran lunga inferiori rispetto ai paesi dell’allargamento,
nei quali invece il sistema produttivo è molto migliorato negli
ultimi anni. Difatti le compagnie che più esportano lavoro verso la
Cina, dopo quelle statunitensi, sono europee. I lavoratori dell’Asia
orientale vanno sostenuti con più informazione e assistenza, in modo
che abbiano una reale consapevolezza della situazione e siano dotati
di strumenti efficaci per rivendicare i propri diritti. Inoltre è
ancora più importante che la Cina applichi davvero gli standard
stabiliti dall’Organizzazione internazionale del lavoro se vuole far
parte a pieno titolo dell’Organizzazione mondiale del commercio.
L’accesso ai mercati va legato al rispetto dei diritti e
all’applicazione degli standard del lavoro, un’azione che le
amministrazioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea dovrebbero
sostenere con più vigore.
Rassegna A proposito degli standard
sociali, ritiene che i livelli di tutela più alti che esistono nei
paesi già membri saranno messi in discussione con i nuovi ingressi
oppure i nuovi paesi dovranno adeguare i propri sistemi agli standard
europei?
Monks Credo che prevarrà la seconda
ipotesi, anche se ci sono molte pressioni perché si verifichi la
prima, orientata a peggiorare i nostri sistemi. Assistiamo ad esempio
all’azione del governo Berlusconi sulle pensioni. Ma anche il
governo tedesco sta intervenendo sulla previdenza, sugli orari di
lavoro e sulla sicurezza. Perciò dobbiamo costruire e rafforzare il
movimento sindacale nei singoli paesi dell’allargamento affinché
siano potenziati i sistemi di welfare, i diritti del lavoro e la
partecipazione delle famiglie alla crescita e lo sviluppo economico.
Questa è la nostra strategia: non costruire nuovi muri in Europa ma
istituzioni più forti nei nuovi paesi aderenti.
Rassegna La Ces è a favore di una
politica comune sull’immigrazione e sul diritto di asilo per i nuovi
cittadini non-europei?
Monks Su questi temi non c’è una
posizione comune all’interno della Confederazione. Molto dipende dai
governi di riferimento delle varie organizzazioni: alcuni sono più
aperti e altri ancora molto rigidi nei confronti dell’immigrazione.
Perciò sta ai singoli sindacati nazionali confrontarsi con le proprie
istituzioni. In linea generale, la Ces è favorevole alla libera
circolazione, ma non dice di aprire le porte senza limitazioni. Questo
potrebbe provocare conseguenze politiche nei paesi in cui anche i
sindacati sostengono la necessità di applicare alcune restrizioni per
evitare effetti di dumping sociale. Noto con dispiacere, però, che
quasi tutti gli Stati membri hanno già previsto ostacoli d’ingresso
a partire dal primo maggio 2004. È un fenomeno che riguarda
soprattutto i politici di destra, che lanciano allarmi
sull’invasione di immigrati dai paesi dell’allargamento. Le stesse
motivazioni stanno dietro i vari Le Pen, Haider e i rappresentanti
delle destre in tutta l’Europa. Credo che l’immigrazione legale o
illegale dai paesi più poveri del Sud e dell’Est sia un fenomeno
inevitabile, più forte dei freni o delle legge che si tentano di
imporre. Ma noi abbiamo bisogno di immigrati, specie in ragione dei
bassi tassi di natalità. L’Italia ne è un buon esempio. Le nostre
popolazioni devono imparare a convivere con questo fenomeno, partendo
dalla storia dei nostri padri che sono stati loro stessi emigranti”.
Rassegna L’Unione europea sostiene
di essere impegnata nella difesa del proprio modello sociale e nella
sua promozione nel resto del mondo, anche in contrapposizione al
modello ultra-liberista degli Stati Uniti. È davvero possibile
raggiungere questo obiettivo? Con quali mezzi?
Monks Credo nella possibilità di
promuovere ed esportare questo modello. Ma in questo momento, a dieci
anni dal Libro bianco di Jaques Delors, il problema è che molte
persone non sembrano avere fiducia nel modello sociale europeo. Chi
critica lo fa puntando il dito sui bassi livelli di crescita e gli
alti tassi di disoccupazione, con un numero consistente di senza
lavoro nei settori tradizionalmente più forti dell’economia in
alcuni importanti paesi come l’Italia, la Francia e la Germania.
Preoccupa il fatto che troppi governi, quello britannico in testa,
sostengano che l’Europa debba diventare ancora più flessibile, con
un naturale indebolimento delle garanzie dei lavoratori e dei servizi
pubblici. La sfida della Ces è duplice: innanzitutto dobbiamo
dimostrare che il nostro modello sociale funziona, è economicamente
efficiente mentre noi, come sindacati, dobbiamo essere capaci di
negoziare sulle grandi trasformazioni. I sindacati dei paesi del nord
Europa, ad esempio, stanno ottenendo buoni risultati sui diritti dei
pensionati seguendo una linea di unità con i vari soggetti sociali
coinvolti. Inoltre dobbiamo mettere in luce i punti deboli del sistema
americano. Basti pensare ai 40 milioni di persone senza copertura
sanitaria oppure ai 2 milioni di persone in carcere. È una società,
quella americana, che registra successi in alcuni settori ma gravi
fallimenti in altri, soprattutto in quello sociale e assistenziale.
Perciò non dovrebbe costituire un modello da imitare per gli europei.
La difesa del nostro modello sociale è
assolutamente centrale nel futuro e nello sviluppo dell’Unione
europea. Se dovessimo finire per avere lo stesso mercato del lavoro
degli Stati uniti, i sindacati non potrebbero più sostenere
l’Unione e torneremmo indietro, verso i sistemi e le politiche
nazionali, allontanandoci completamente dall’idea dell’Europa
unita. Noi sosteniamo l’Europa dei popoli e non delle imprese.
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