Verso l'allargamento

L'Europa dei popoli, non quella delle imprese

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 Verso l'allargamento / Intervista a John Monks, leader della Ces

L'Europa dei popoli, non quella delle imprese

di Vittorio Longhi

Quest'’intervista è contenuta in un cd rom, realizzato dall’Edit.Coop. per conto di “Progetto sviluppo”, che sarà allegato al numero 18 di Rassegna Sindacale e sarà presentato il 5 maggio in una conferenza internazionale, presso il centro congresso Frentani a Roma, intitolata “Quali diritti nella nuova Europa”.  Il cd rom, realizzato grazie a un finanziamento della Commissione europea, è intitolato “Più Europa più diritti” ed è dedicato al tema dell’allargamento, con particolare riferimento alla libera circolazione, alla protezione sociale, alla cittadinanza e al dialogo. Oltre a una serie di documenti e di interventi sui temi in oggetto, tra cui l’intervista al segretario generale della Ces, il cd rom contiene un'intervista al presidente della Commissione europea Romano Prodi e un’intervista al segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. 

L’ingresso dei dieci nuovi paesi inciderà profondamente sugli equilibri e sugli assetti dell’Unione.  A questo tema quest’anno Cgil Cisl e Uil hanno dedicato la manifestazione nazionale del 1° maggio, che non a caso si svolge a Gorizia.  L’allargamento è destinato ad avere impatto anche sui mercati del lavoro. Ne parliamo con  John Monks, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), al quale chiediamo quali strategie sia possibile attuare per evitare squilibri sia nella fase di transizione prevista (7 anni) sia nel lungo periodo.

“Le nostre maggiori preoccupazioni in Europa occidentale – sostiene Monks – sono rivolte a due aspetti: “i lavori che escono e le persone che entrano” e l’allargamento non farà che accelerare il processo. Queste paure, però, sono oggetto di facili esagerazioni perché i principali flussi migratori non vengono dai paesi dell’Est, quanto dal Sud, come nel caso dell’Italia che riceve molti immigrati dall’altra sponda del mare Adriatico. Il fatto è che l’Europa si è trasformata da continente di emigranti, soprattutto verso l’America latina, gli Stati Uniti e l’Australia, in un continente che richiama immigrati da tutto il mondo. Tuttavia non vedo la possibilità di un aumento massiccio e di forti squilibri in questo senso. L’ingresso di lavoratori dell’Est c’è già stato negli anni scorsi ed è tuttora in corso, soprattutto nel settore delle costruzioni, e in particolare nelle grandi capitali: Roma, Parigi, Londra. Credo che dovremmo mantenere un approccio sereno e non farci coinvolgere nelle fobie dei nazionalisti che vedono una minaccia nella libertà di movimento dei lavoratori. Preoccupiamoci invece di accogliere queste persone nel migliore dei modi, e intanto lavoriamo per assistere lo sviluppo economico dei loro paesi. Abbiamo gli esempi dell’Irlanda e della Spagna, paesi a tradizionale vocazione emigrante, che ora vedono un ritorno di molti lavoratori per le nuove opportunità economiche che si presentano. Dobbiamo pertanto incoraggiare lo sviluppo economico e costruire il dialogo sociale anche attraverso la costituzione dei sindacati, proprio come abbiamo fatto con successo in Irlanda e in Spagna”.

Rassegna  In che misura l’allargamento influenzerà la tendenza a delocalizzare  le produzioni nei paesi che offrono salari più bassi e scarsi contributi previdenziali?

Monks  Mi sembra che questa tendenza sia più spiccata nei confronti di paesi come la Cina, dove i costi sono di gran lunga inferiori rispetto ai paesi dell’allargamento, nei quali invece il sistema produttivo è molto migliorato negli ultimi anni. Difatti le compagnie che più esportano lavoro verso la Cina, dopo quelle statunitensi, sono europee. I lavoratori dell’Asia orientale vanno sostenuti con più informazione e assistenza, in modo che abbiano una reale consapevolezza della situazione e siano dotati di strumenti efficaci per rivendicare i propri diritti. Inoltre è ancora più importante che la Cina applichi davvero gli standard stabiliti dall’Organizzazione internazionale del lavoro se vuole far parte a pieno titolo dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’accesso ai mercati va legato al rispetto dei diritti e all’applicazione degli standard del lavoro, un’azione che le amministrazioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea dovrebbero sostenere con più vigore.

Rassegna  A proposito degli standard sociali, ritiene che i livelli di tutela più alti che esistono nei paesi già membri saranno messi in discussione con i nuovi ingressi oppure i nuovi paesi dovranno adeguare i propri sistemi agli standard europei?

Monks  Credo che prevarrà la seconda ipotesi, anche se ci sono molte pressioni perché si verifichi la prima, orientata a peggiorare i nostri sistemi. Assistiamo ad esempio all’azione del governo Berlusconi sulle pensioni. Ma anche il governo tedesco sta intervenendo sulla previdenza, sugli orari di lavoro e sulla sicurezza. Perciò dobbiamo costruire e rafforzare il movimento sindacale nei singoli paesi dell’allargamento affinché siano potenziati i sistemi di welfare, i diritti del lavoro e la partecipazione delle famiglie alla crescita e lo sviluppo economico. Questa è la nostra strategia: non costruire nuovi muri in Europa ma istituzioni più forti nei nuovi paesi aderenti.

Rassegna  La Ces è a favore di una politica comune sull’immigrazione e sul diritto di asilo per i nuovi cittadini non-europei?

Monks  Su questi temi non c’è una posizione comune all’interno della Confederazione. Molto dipende dai governi di riferimento delle varie organizzazioni: alcuni sono più aperti e altri ancora molto rigidi nei confronti dell’immigrazione. Perciò sta ai singoli sindacati nazionali confrontarsi con le proprie istituzioni. In linea generale, la Ces è favorevole alla libera circolazione, ma non dice di aprire le porte senza limitazioni. Questo potrebbe provocare conseguenze politiche nei paesi in cui anche i sindacati sostengono la necessità di applicare alcune restrizioni per evitare effetti di dumping sociale. Noto con dispiacere, però, che quasi tutti gli Stati membri hanno già previsto ostacoli d’ingresso a partire dal primo maggio 2004. È un fenomeno che riguarda soprattutto i politici di destra, che lanciano allarmi sull’invasione di immigrati dai paesi dell’allargamento. Le stesse motivazioni stanno dietro i vari Le Pen, Haider e i rappresentanti delle destre in tutta l’Europa. Credo che l’immigrazione legale o illegale dai paesi più poveri del Sud e dell’Est sia un fenomeno inevitabile, più forte dei freni o delle legge che si tentano di imporre. Ma noi abbiamo bisogno di immigrati, specie in ragione dei bassi tassi di natalità. L’Italia ne è un buon esempio. Le nostre popolazioni devono imparare a convivere con questo fenomeno, partendo dalla storia dei nostri padri che sono stati loro stessi emigranti”.

Rassegna  L’Unione europea sostiene di essere impegnata nella difesa del proprio modello sociale e nella sua promozione nel resto del mondo, anche in contrapposizione al modello ultra-liberista degli Stati Uniti. È davvero possibile raggiungere questo obiettivo? Con quali mezzi?

Monks  Credo nella possibilità di promuovere ed esportare questo modello. Ma in questo momento, a dieci anni dal Libro bianco di Jaques Delors, il problema è che molte persone non sembrano avere fiducia nel modello sociale europeo. Chi critica lo fa puntando il dito sui bassi livelli di crescita e gli alti tassi di disoccupazione, con un numero consistente di senza lavoro nei settori tradizionalmente più forti dell’economia in alcuni importanti paesi come l’Italia, la Francia e la Germania. Preoccupa il fatto che troppi governi, quello britannico in testa, sostengano che l’Europa debba diventare ancora più flessibile, con un naturale indebolimento delle garanzie dei lavoratori e dei servizi pubblici. La sfida della Ces è duplice: innanzitutto dobbiamo dimostrare che il nostro modello sociale funziona, è economicamente efficiente mentre noi, come sindacati, dobbiamo essere capaci di negoziare sulle grandi trasformazioni. I sindacati dei paesi del nord Europa, ad esempio, stanno ottenendo buoni risultati sui diritti dei pensionati seguendo una linea di unità con i vari soggetti sociali coinvolti. Inoltre dobbiamo mettere in luce i punti deboli del sistema americano. Basti pensare ai 40 milioni di persone senza copertura sanitaria oppure ai 2 milioni di persone in carcere. È una società, quella americana, che registra successi in alcuni settori ma gravi fallimenti in altri, soprattutto in quello sociale e assistenziale. Perciò non dovrebbe costituire un modello da imitare per gli europei.

La difesa del nostro modello sociale è assolutamente centrale nel futuro e nello sviluppo dell’Unione europea. Se dovessimo finire per avere lo stesso mercato del lavoro degli Stati uniti, i sindacati non potrebbero più sostenere l’Unione e torneremmo indietro, verso i sistemi e le politiche nazionali, allontanandoci completamente dall’idea dell’Europa unita. Noi sosteniamo l’Europa dei popoli e non delle imprese.

 

(Rassegna sindacale, n.16, 22-28 aprile 2004)

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