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E ora? Cosa succederà dopo uno sciopero, quello
del credito, cui ha partecipato il 10 settembre l’85 per cento dei
lavoratori? Per Mimmo Moccia, segretario generale della Fisac Cgil,
non ci sono dubbi. “Si è trattato di un grande successo. Chiediamo
alla controparte di riconvocarci e riprendere la trattativa dal punto
in cui si è interrotta. In caso contrario, l’Abi dovrà aspettarsi
una lotta lunga, dura e dolorosa a tutto campo. È chiaro che noi
rispetteremo le regole, ma è altrettanto evidente che i processi di
riorganizzazione in atto nel settore, se le cose non cambieranno,
vedranno il sindacato su posizioni fortemente critiche”.
Falcri, Fiba Cisl, Fisac Cgil e Uilca escono
rafforzate da un’agitazione che ha toccato punte di adesione, nelle
città e nelle grandi aziende, superiori al 90 per cento, con almeno
l’80 per cento degli sportelli chiusi su tutto il territorio
nazionale; insieme alle banche sono rimaste chiuse anche molte
esattorie. E non è finita qui, perché i sindacati hanno già
proclamato, per il 1° e 4 ottobre prossimo, un’ulteriore giornata
di sciopero articolata questa volta a livello regionale.
Come è noto la rottura della trattativa è
arrivata sul salario nella notte del 13 luglio sorprendendo molti. Sia
perché il 16 giugno era stato raggiunto con Abi un importante accordo
sulla responsabilità sociale d’impresa; sia perché nel settore le
relazioni industriali sono tradizionalmente buone e conciliative. La
piattaforma presentata da Falcri più confederali (approvata a tra
giugno e novembre del 2003 da oltre il 90 per cento dei circa 300.000
lavoratori del credito) chiede aumenti in busta paga pari al 7,3 per
cento. A questa cifra si arriva sommando un 6,1 per cento dato dal
recupero inflattivo sul biennio 2002-03 (2 per cento) e
un’inflazione attesa per il 2004 e 2005 del 2,2 e 1,9 per cento. In
più, i sindacati hanno inserito un 1 per cento di aumento
riparametrato destinato alle fasce professionali più “trascurate”
dal vecchio contratto e un’integrazione dell’1 per cento dei
trattamenti previdenziali aziendali per i lavoratori assunti dopo il
19 dicembre del 1994 (quelli penalizzati dalle riforma pensionistiche)
e che, spalmata su tutti i dipendenti da un costo contrattuale dello
0,2 per cento. L’Abi ha risposto con una proposta del 5,3 per cento:
prende in considerazione per il 2004-05 i tassi d’inflazione
programmata fissati dal governo e rigetta le due voci aggiuntive
inserite in piattaforma.
Si tratta di un’offerta che i sindacati hanno
giudicato mortificante per le aspettative dei lavoratori. Il perché
ce lo spiega Moccia, mostrandoci due tabelle costruite su dati
elaborati da Prometeia. Secondo le previsioni dell’istituto di
ricerca, negli istituti di credito il rapporto tra costo del lavoro e
margine d’intermediazione (in poche parole, il ricavo complessivo
delle banche) è sceso dal 43 per cento del ‘97, al 32,4 del 2003. E
scenderà ancora, prevede Prometeia, al 30,2 per cento nel 2005 e al
28,9 nel 2006. Non solo: il Roe (il Return on equity, vale a dire il
rendimento del capitale “libero” delle banche) cresce dal 6,7 per
del 2003 al 7,4 del 2004 e arriverà al 9,5 per cento del 2006, quando
l’utile netto degli istituti di credito salirà al +20 per cento. In
queste previsioni, va sottolineato, Prometeia ingloba già il
possibile effetto della crisi industriale in atto, che
tradizionalmente tocca il credito con un po’ di ritardo.
“Tutti questi numeri – commenta Moccia – ci
dimostrano una cosa: che le banche stanno bene, macinano utili e il
costo del lavoro cala nettamente”. I lavoratori lo sanno, perché
hanno contributo in prima persona al risanamento del settore. Secondo
un calcolo di Cgil, Cisl e Uil in quattro anni di “concentrazione
gli addetti sono scesi di 33.000 unità mentre, contemporaneamente,
gli sportelli sono passati da 14 a 28.000: per questo, continua il
sindacalista, “sono particolarmente arrabbiati e, come prevedevamo,
hanno partecipato massicciamente allo sciopero”.
Ma non si tratta solo di soldi. Nelle banche sta
prevalendo un modello autoritativo nella gestione del personale nel
settore vendite dei prodotti. Recentemente la Fisac ha realizzato uno
studio in Campania dove i dati statistici dimostrano come tra i
bancari stia maturando sempre più un vero e proprio “stress” da
raggiungimento del budget. Per questo motivo nella piattaforma
contrattuale, oltre al recupero sul salario, occupa un posto
importante l’obiettivo di allentare la pressione sui processi
lavorativi. “Le banche – aggiunge il leader della Fisac – devono
capire che per essere davvero competitive devono investire sul
capitale umano, non stressarlo. È la qualità della relazione con i
clienti che fa la differenza, come hanno capito bene in Europa e negli
Usa”.
Rispetto alla rottura di luglio l’estate ha
portato qualche novità sui tavoli contrattuali. Dircredito (il
sindacato più rappresentativo dei quadri e dirigenti, con 20.000
iscritti) ha rotto con il secondo tavolo, quello composto da Fabi e
Sinfub, chiedendo di trattare insieme a confederali e Falcri. “Ci
saranno presto incontri per verificare le compatibilità politiche –
osserva Moccia –, ed è prevedibile che le risposte saranno
positive”. Diverso il discorso con Fabi: “Non ci sono condizioni
per una riunione – conclude il sindacalista –. Noi puntiamo molto
sulla responsabilità sociale mentre la loro è una piattaforma tutta
salariale (Fabi chiede il 10 per cento di aumenti, ndr) e per di più
tutta spostata sulle qualifiche alte”. Il primo tavolo, in ogni
modo, è di gran lunga il più consistente, rappresentando il 75 per
cento di una categoria che vanta un tasso di sindacalizzazione molto
alto, con 250.000 addetti iscritti alle organizzazione dei lavoratori.
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