Fiat di Avellino / Gli stessi problemi della fabbrica lucana

L'altra Melfi

 

di Stefano Iucci

 

C’è un'altra Melfi. Sta più a Nord, fa meno notizia, ma esiste. La Fma di Pratola Serra, in provincia di Avellino, ha molto da condividere con la Fiat Sata lucana: una nascita – nel 1993 – pomposamente battezzata con i sogni della fabbrica integrata e seguita da una storia decennale che ha puntualmente contraddetto questa enfasi iniziale: salari più bassi, turni massacranti e applicazione del Tmc-2 al montaggio. Unica differenza, in positivo rispetto a Melfi, è che dall’aprile del 2003 ad Avellino non si applica più la famosa “doppia battuta” (la ripetizione dei turni notturni per due settimane consecutive). 

“Ma questo – spiega Giuseppe Morsa, delegato Fiom, in fabbrica dal 1995 – è accaduto non a seguito di una trattativa con i sindacati. L’azienda aveva solo bisogno di ridurre i volumi produttivi. Da noi, del resto, a dispetto del presunto modello partecipativo, le relazioni sindacali non esistono. L’azienda, semplicemente, ci comunica le sue decisioni”. 

La Fma di Pratola Serra impiega 1650 operai (più altri 300 della logistica della Crm Logint e 150 interinali) e produce motori di grossa cilindrata 1900 jtv con il marchio Power Train (la joint-venture Fiat-Gm); da gennaio di quest’anno ha iniziato a costruire motori per la Opel e, dal prossimo settembre, partiranno quelli per la Saab. Il volume produttivo giornaliero teorico è di 2.400 motori. 


Cosa resta della fabbrica partecipata? 25 euro in busta paga 
all'operaio se dà una buona idea al capo reparto

Della fabbrica partecipata, quella che doveva portare, come si espresse all’epoca Giovanni Agnelli, “all’appiattimento delle strutture gerarchiche e all’ampliamento delle deleghe operative”, non sono rimasti che gli orpelli formali: “Le commissioni congiunte – dice il delegato – vengono convocate solo quando servono a comunicare ai lavoratori le decisioni delle aziende e non hanno nessun poter formale. Ultimamente hanno inventato le Pmq, le proposte di miglioramento della qualità. Chi vuole proporre delle modifiche nei processi presenta le sue idee al capo reparto. Se vengono accettate, riceve 25 euro in busta paga. Ma questo piccolo premio è gestito dall’azienda in maniera assolutamente clientelare”. 

Quanto ai livelli gerarchici, non sono affatto diminuiti, anzi. Il management ha introdotto la figura del team speaker, a cavallo tra operai e capo Ute (le Unità tecnologiche minime): una sorta di capetto, denunciano i sindacati, un ulteriore controllo sul lavoro. Va ricordato, invece, che le Ute erano nate come strutture organizzative di base della fabbrica integrata, in cui i lavoratori dovrebbero operare in una logica di team, ruotando nelle postazioni e partecipando direttamente e consapevolmente alle logiche d’impresa. 

Come detto, a Pratola Serra non si applica la “doppia battuta”. Tuttavia, la turnazione adottata è provvisorio e destinata a cambiare quando la produzione salirà di nuovo. E, naturalmente, muterà in peggio. Il nuovo modello è, come prassi, stato deciso unilateralmente dall’azienda: ancora niente doppia battuta, ma un’organizzazione del lavoro molto dura. Oggi a Pratola Serra si lavora su cinque giorni, con riposi collettivi, oltre alla domenica, di sabato e, successivamente, lunedì. Il nuovo modello, invece, prevede turni su sei giorni per la prima settimana e su quattro per la seconda. Il peggioramento riguarda, essenzialmente, il riposo che diventa individuale e a scorrimento: potrà essere magari in mezzo alla settimana e preceduto e seguito da faticosi turni notturni. 


Gli stessi problemi di Melfi

Turni a parte, i problemi di Pratola Serra sono praticamente gli stessi di Melfi. Lo stabilimento campano e quello lucano, infatti, al momento della nascita furono inseriti in due nuove società (Fma e Sata) che non applicavano gli accordi di Gruppo Fiat. Fu la “famosa” scelta aziendale del green field, il prato verde: una sorta di tabula rasa industriale da cui partire per sperimentare il “nuovo”. Alla nascita dei due stabilimenti, l’11 giugno del 1993, azienda e sindacati sottoscrissero un accordo (leggermente modificato nel 1996) suddiviso in quattro normative specifiche: orario di lavoro, regole sulla prestazione, premio di competitività e relazioni sindacali. Anche i contratti integrativi sono specifici: l’ultimo è scaduto da quattro anni, la piattaforma per il rinnovo è stata votata dai lavoratori e presentata all’azienda nel 2000: ma la trattativa non è mai iniziata. Alla base della piattaforma, non a caso, c’era proprio l’unificazione normativa e salariale con gli altri stabilimenti automobilistici del gruppo Fiat.

Quella salariale è l’altra grande questione in gioco. I calcoli li fa, minuziosamente, Morsa: “Il danno maggiore – dice il delegato – arriva dalla minore maggiorazione sui turni. A Pomigliano, per esempio, in caso di turno notturno la maggiorazione oraria è del 65 per cento, a Melfi e Pratola Serra del 40,5 per cento. Per il pomeriggio a noi va il 25 per cento in più, negli altri stabilimenti Fiat il 27,5 per cento”. 

Per i lavoratori degli altri stabilimenti Fiat, ma non alla Sata e alla Fma, c’è poi la quattordicesima e un premio di produzione di altri 900 euro l’anno. Il premio di produzione di Melfi e Pratola Serra varia di reparto in reparto ma ammonta a circa 40 euro al mese (480 l’euro l’anno). I conti sono presto fatti: tra quattordicesima e premio di produzione a un lavoratore di Pomigliano, per esempio, vanno 1800 euro in più l’anno, a quelli di Melfi e Pratola Serra solo 480 euro. Ma non è finita. “C’è da aggiungere – attacca Morsa – il mancato riconoscimento della professionalità. Secondo il contratto nazionale di lavoro gli addetti alle macchine a controllo numerico dovrebbero essere inquadrati almeno al quarto livello. Da noi più del 60 per cento è al terzo livello nonostante dieci anni di anzianità. In questo modo non aumenta la paga base”.

Se Melfi in questi giorni è “andata a fuoco”, non si può dire la stessa cosa di Pratola Serra. In questa fabbrica la mobilitazione sindacale è tradizionalmente più difficile. “Tuttavia – conclude Morsa – la vicenda di Melfi ha aperto gli occhi a molti lavoratori. Se l’esito sarà positivo, sicuramente potremo tentare anche noi una nostra iniziativa”. Qualche segnale di mobilitazione già si scorge: più del 50 per cento dei lavoratori dell’Irpinia ha partecipato allo sciopero nazionale di quattro ore indetto ieri dalla Fiom.

 

(29 aprile 2004)

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