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Che fine ha fatto il bonus? A distanza di quale
mese – e dopo il fragoroso battage pubblicitario governativo –
l’unico ad essere approvato fra i 17 decreti previsti dalla legge
243/04 di riforma del sistema previdenziali si sta sostanzialmente
rivelando un flop. Anzi, piuttosto che produrre risparmio per le casse
pubbliche si è trasformato in aggravio a causa del mancato gettito
contributivo che ne è derivato. A questi risultati si arriva grazie al
monitoraggio effettuato dal dipartimento Welfare e nuovi diritti della
Cgil nazionale.
Come è noto il sindacato di corso d’Italia ha espresso un giudizio
fortemente negativo sullo strumento in sé. Secondo i dati Inps
riferiti al 1° aprile 2005, risultano pervenute complessivamente all’Inps
36.602 richieste d’incentivo per il posticipo del pensionamento.
Tuttavia, a un picco di adesioni che è coinciso con il mese di
emanazione del decreto (che risale a ottobre 2004) – e che ha prodotto
19.383 richieste di adesione all’Istituto nazionale di previdenza
sociale – è seguito, nei mesi successivi, un chiaro trend negativo:
alle 4.530 domande del mese di novembre e alle 5.595 di dicembre, si
precipita, infatti, alle 2.336 richieste a gennaio 2005, 1.935 a
febbraio e 2.179 a marzo. Insomma: dopo l’ottobre del 2004 la media è
di 2.000 adesioni al mese. Ben al di sotto, dunque, dei successi
sbandierati dall’esecutivo.
Dati interessanti riguardano anche l’anzianità
contributiva dei beneficiari del bonus. L’Inps evidenzia che una
percentuale rilevante, il 24,5 per cento del totale, aveva già
maturato al momento della domanda un’anzianità uguale o superiore a 40
anni e che aveva scelto di rimanere al lavoro, pur senza la previsione
di un incremento del rendimento pensionistico. Il 30 per cento circa
dei soggetti, poi, avendo 38 o 39 anni di anzianità contributiva,
aveva acquisito da almeno un anno il diritto alla pensione di
anzianità. “Insomma, oltre il 50% dei richiedenti aveva già scelto di
continuare a lavorare per ragioni diverse dall'incentivo – sottolinea
Morena Piccinini, segretaria confederale della Cgil –. Pertanto quest'ultimo
si trasforma da risparmio sulle prestazioni in mancato gettito
contributivo“.
I lavoratori in questione – dice Rita Cavaterra,
responsabile delle politiche previdenziali della Cgil – non verseranno
più la contribuzione, con il vero rischio di minori entrate a carico
dell’istituto e, soprattutto, con il rischio ancora più grande di far
passare un’idea individualistica e privatistica della previdenza”.
Destano poi perplessità alcune valutazioni
contenute nella prima nota di variazione del bilancio di previsione
2005 dell’Inps (peraltro non ancora esaminata e approvata dal
Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’istituto) che fornisce
previsioni sugli effetti economici dell’incentivo. L’istituto prevede
che, entro il 2005, dovrebbero essere presentate complessivamente
56.800 domande di bonus; si ipotizza, poi, che 36.000 di questi
lavoratori avrebbero chiesto la pensione di anzianità, mentre 20.800
avrebbero continuato a lavorare. Questo, dice l’Inps, significa una
minor spesa per prestazioni pari a 792 milioni di euro cui si
contrappongono minori entrate per gettito contributivo pari a 243
milioni di euro. Il saldo, a favore del bilancio dell’istituto e
dunque della spesa pensionistica, sarebbe positivo per 549 milioni di
euro. “Ma le previsioni fatte dall’Inps – osserva Cavaterra – non
sembrano avere alcuna oggettività, a cominciare dal numero delle
domande di incentivo, che non si capisce come possano arrivare a quota
34.000 nel corso del 2005, visto che nei primi tre mesi del 2005
dell’anno sono arrivate poco più di 6.000 richieste”. E neanche sembrano
avere alcuna logica spiegazione, aggiunge la sindacalista, “i criteri
adottati dall’istituto per stabilire quanti lavoratori sarebbero o
meno andati in pensione in assenza della normativa sull’incentivo”.
Infine, c’è un dato particolarmente odioso del
bonus, la totale parzialità delle sue variabili socio-anagrafiche.
Innanzitutto, c’è una clamorosa preponderanza nelle adesioni della
componente maschile della forza lavoro: 32.969 domande sono state
presentate dagli uomini e solo 3.633 da donne. Non meno forti le
sperequazioni geografiche: chi ha aderito all’incentivo viene in larga
parte dal Nord (soprattutto Lombardia) e in misura molto minore dalle
regioni del Centro e quelle del Sud. |