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Il flop del bonus. Domande in calo

 

di Stefano Iucci

Che fine ha fatto il bonus? A distanza di quale mese – e dopo il fragoroso battage pubblicitario governativo – l’unico ad essere approvato fra i 17 decreti previsti dalla legge 243/04 di riforma del sistema previdenziali si sta sostanzialmente rivelando un flop. Anzi, piuttosto che produrre risparmio per le casse pubbliche si è trasformato in aggravio a causa del mancato gettito contributivo che ne è derivato. A questi risultati si arriva grazie al monitoraggio effettuato dal dipartimento Welfare e nuovi diritti della Cgil nazionale.

Come è noto il sindacato di corso d’Italia ha espresso un giudizio fortemente negativo sullo strumento in sé. Secondo i dati Inps riferiti al 1° aprile 2005, risultano pervenute complessivamente all’Inps 36.602 richieste d’incentivo per il posticipo del pensionamento. Tuttavia, a un picco di adesioni che è coinciso con il mese di emanazione del decreto (che risale a ottobre 2004) – e che ha prodotto 19.383 richieste di adesione all’Istituto nazionale di previdenza sociale – è seguito, nei mesi successivi, un chiaro trend negativo: alle 4.530 domande del mese di novembre e alle 5.595 di dicembre, si precipita, infatti, alle 2.336 richieste a gennaio 2005, 1.935 a febbraio e 2.179 a marzo. Insomma: dopo l’ottobre del 2004 la media è di 2.000 adesioni al mese. Ben al di sotto, dunque, dei successi sbandierati dall’esecutivo.

Dati interessanti riguardano anche l’anzianità contributiva dei beneficiari del bonus. L’Inps evidenzia che una percentuale rilevante, il 24,5 per cento del totale, aveva già maturato al momento della domanda un’anzianità uguale o superiore a 40 anni e che aveva scelto di rimanere al lavoro, pur senza la previsione di un incremento del rendimento pensionistico. Il 30 per cento circa dei soggetti, poi, avendo 38 o 39 anni di anzianità contributiva, aveva acquisito da almeno un anno il diritto alla pensione di anzianità. “Insomma, oltre il 50% dei richiedenti aveva già scelto di continuare a lavorare per ragioni diverse dall'incentivo – sottolinea Morena Piccinini, segretaria confederale della Cgil –. Pertanto quest'ultimo si trasforma da risparmio sulle prestazioni in mancato gettito contributivo“.

I lavoratori in questione – dice Rita Cavaterra, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil – non verseranno più la contribuzione, con il vero rischio di minori entrate a carico dell’istituto e, soprattutto, con il rischio ancora più grande di far passare un’idea individualistica e privatistica della previdenza”.

Destano poi perplessità alcune valutazioni contenute nella prima nota di variazione del bilancio di previsione 2005 dell’Inps (peraltro non ancora esaminata e approvata dal Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’istituto) che fornisce previsioni sugli effetti economici dell’incentivo. L’istituto prevede che, entro il 2005, dovrebbero essere presentate complessivamente 56.800 domande di bonus; si ipotizza, poi, che 36.000 di questi lavoratori avrebbero chiesto la pensione di anzianità, mentre 20.800 avrebbero continuato a lavorare. Questo, dice l’Inps, significa una minor spesa per prestazioni pari a 792 milioni di euro cui si contrappongono minori entrate per gettito contributivo pari a 243 milioni di euro. Il saldo, a favore del bilancio dell’istituto e dunque della spesa pensionistica, sarebbe positivo per 549 milioni di euro. “Ma le previsioni fatte dall’Inps – osserva Cavaterra – non sembrano avere alcuna oggettività, a cominciare dal numero delle domande di incentivo, che non si capisce come possano arrivare a quota 34.000 nel corso del 2005, visto che nei primi tre mesi del 2005 dell’anno sono arrivate poco più di 6.000 richieste”. E neanche sembrano avere alcuna logica spiegazione, aggiunge la sindacalista, “i criteri adottati dall’istituto per stabilire quanti lavoratori sarebbero o meno andati in pensione in assenza della normativa sull’incentivo”.

Infine, c’è un dato particolarmente odioso del bonus, la totale parzialità delle sue variabili socio-anagrafiche. Innanzitutto, c’è una clamorosa preponderanza nelle adesioni della componente maschile della forza lavoro: 32.969 domande sono state presentate dagli uomini e solo 3.633 da donne. Non meno forti le sperequazioni geografiche: chi ha aderito all’incentivo viene in larga parte dal Nord (soprattutto Lombardia) e in misura molto minore dalle regioni del Centro e quelle del Sud.

(www.rassegna.it, 21 aprile 2005)

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