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Il disagio abitativo
in città

La casa? Quaranta famiglie
su cento a rischio povertà

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Il disagio abitativo in città

La casa? Quaranta famiglie
su cento a rischio povertà

 

di Aurora Avenoso

Il tetto sulla testa agli italiani costa sempre di più. Secondo gli ultimi dati Nomisma, nel 2004 i prezzi degli immobili sono lievitati del 10,8% e nel 2005 sono destinati a un’ulteriore, anche se più attenuata, crescita del 5%. Dal 2000 al 2004 l’incremento nominale complessivo degli affitti è stato del 45%, quello a parità di potere d’acquisto del 31,6%. La società indipendente di ricerche Ares (Altra ricerca e solidarietà) ha calcolato i canoni mensili medi di affitto  per un appartamento di 80-90 metri quadri in una zona intermedia tra centro e periferia in dodici grandi città italiane: si va dai 710 euro di Cagliari ai 1600 di Venezia, 1580 di Milano, 1540 di Roma. Superano la soglia dei mille euro anche Firenze, Bologna e Napoli. A Venezia, Milano e Roma l’affitto va oltre i 18mila euro netti l’anno. Il che si traduce, per le famiglie che dispongono di un reddito annuo complessivo inferiore ai 18mila euro (che rappresentano il 60% delle famiglie in affitto), ma anche per quelle con reddito annuo tra i 20mila e i 30mila euro, in una vera e propria barriera all’ingresso. Conseguenza immediata: l’esclusione dal mercato dell’affitto nelle grandi città o la necessità per molti di andare a vivere in estrema periferia.

In questo quadro s’inserisce la ricerca dell’architetto Alessandra Graziani, dal titolo “Disagio abitativo e nuove povertà”, sponsorizzata – per così dire –  dalla Fillea Cgil, e realizzata presso il Dipartimento Innovazione tecnologica della facoltà di Architettura della Sapienza di Roma (Itaca), con cui la Fillea ha  una convenzione. A fronte di tre fenomeni che hanno trasformato il nostro tessuto economico e sociale, cioè precarizzazione del lavoro, crisi della famiglia tradizionale e riduzione della rete di protezione sociale, si è allargata all’interno della società la fetta di popolazione colpita da forme di disagio abitativo. Il 28,5% delle famiglie (pari a oltre 6 milioni di famiglie), concentrato nelle aree urbane più popolate, sperimenta una situazione di disagio abitativo, derivante dall’esposizione a costi  che incidono fortemente sul reddito familiare (affitto o mutuo superiore al 20-30% del reddito), o dal vivere in condizioni di sovraffollamento, e talvolta alla compresenza di entrambi i fenomeni. Da ciò deriva una situazione di stress finanziario che riguarda più di 40 famiglie su 100, di entità grave per il 20,3% e di entità media per il 22,1%. L’incidenza dell’affitto sul reddito varia dal 29% per i nuclei familiari con reddito fino a 10mila euro annui al 9,9% per quelle con reddito superiore ai 40mila euro. Di contro, un’indagine svolta dal Cresme e dall’Ance nel 2002 rivela che le assegnazioni di alloggi sociali nel nostro paese soddisfano appena l’8% delle domande. “L’edilizia residenziale pubblica riesce, quindi, a recepire meno di un decimo della domanda delle fasce sociali deboli” commenta l’architetto Graziani.

Lo stress finanziario legato alla casa attanaglia anche i proprietari, rivela la ricerca. Un 27% delle famiglie che ricorrono al mutuo soffre un’eccessiva incidenza dello stesso sul reddito, con forme di disagio grave per l’11,6% e di disagio medio per il 15,40. Le tipologie familiari più colpite sono quelle monoreddito e monoparentali con figli minori (31,4 e 8%) e i single, sia in età lavorativa che anziani (13,7 e 11,8). La questione abitativa riguarda soprattutto quanti comprano casa nelle aree urbane, innanzitutto in quelle del Nord, dove il disagio è più sentito dalla piccola borghesia e dalla classe operaia. Dati Nomisma registrano un aumento dei prezzi delle abitazioni nuove del 7% nel 2004 e di un ulteriore 4,4% nel 2005.

“La ricerca della Graziani mostra chiaramente che il disagio abitativo non riguarda solo gli affittuari – osserva Franco Martini, segretario generale della Fillea Cgil –. Questi ultimi sono svantaggiati dal punto di vista economico, per gli elevati costi che devono sostenere soprattutto nelle aree urbane. Ma il disagio abitativo, inteso soprattutto come qualità dell’abitare, riguarda tutti, anche i proprietari”.

Guardando in avanti, il fenomeno desta forti preoccupazioni. Oltre il 70% degli esperti del settore abitativo e del mondo delle costruzioni, intervistati dall’autore, mostra forte preoccupazione per l’aggravarsi di forme di disagio legate all’incapacità del mercato di rispondere alle esigenze abitative primarie delle fasce più deboli della popolazione. E il 60% ritiene che esista anche un’emergenza legata alla qualità abitativa. “In questo senso la ricerca è anche una denuncia dell’assenza del governo sul versante della politica urbanistica – continua Martini –. Il tema della casa è centrale sotto tutti i punti di vista: in gioco non ci sono solo le nuove costruzioni, ma anche il recupero del vecchio patrimonio abitativo. Più della metà è obsoleto e servirebbe un nuovo investimento per il suo recupero, ma il taglio del 2% (deciso con l’ultima Finanziaria, ndr) alla spesa delle amministrazioni locali lascia a queste ultime poche possibilità di agire in tal senso”. “Rivedere i criteri di assegnazione dei fondi e degli alloggi a canone sociale, mantenere l’impegno finanziario di Stato, Regioni ed enti locali per tutelare le famiglie, diversificando gli interventi in funzione delle diverse esigenze dei nuclei familiari, ricostituire il patrimonio residenziale a finalità sociale: queste le tre direzioni, sotto il profilo normativo, socio-economico e tecnico,  in cui – conclude Graziani – tutte le parti sociali coinvolte nella ricerca ritengono sia necessario agire per provare a ridurre le forme di disagio legato alla casa”.

(www.rassegna.it, 27 maggio 2005)

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