|
Nel Lazio il disavanzo maggiore: 510 milioni di
euro. Diminuiscono gli ospedali e i posti letto. Critiche all'aziendalizzazione:
i medici vogliono il potere dei manager.
Dal Servizio sanitario nazionale a 20 sistemi regionali, uno diverso
dall'altro. Sembra essere questa la tendenza della sanità italiana,
cui si accompagnano i processi di aziendalizzazione delle singole
strutture, pur incontrando sempre maggiori resistenze da parte dei
professionisti. A raccontare questo mondo in trasformazione è il
Rapporto Oasi 2004 su "L'aziendalizzazione della sanità in Italia". La
ricerca, realizzata dall'Osservatorio aziende sanitarie italiane
(Oasi) del Cergas Bocconi, è stata presentata oggi a EuroP.A., il
tradizionale Salone delle autonomie locali in corso a Rimini, presso
la Fiera, fino a sabato 25 giugno.
Tema centrale del Rapporto Oasi 2004 è la progressiva
regionalizzazione della sanità, legata al federalismo fiscale e alla
modifica del Titolo V della Costituzione. "I processi di decentramento
- spiega la ricercatrice Elena Cantù, coordinatrice di Oasi - stanno
portando ad avere tanti servizi sanitari regionali, ognuno con
caratteristiche proprie". Cambia anche il modo in cui le Regioni
interpretano il proprio ruolo: "All'inizio volevano, almeno alcune,
essere semplici enti regolatori del sistema, facendo operare le
aziende in un regime di quasi-mercato. Oggi stanno sempre più
assumendo il ruolo di 'capogruppo' del sistema sanitario regionale,
accentrando numerose funzioni, a partire dalle decisioni strategiche
per arrivare ad attività amministrative come l'acquisto di beni.
Stanno quindi erodendo l'autonomia delle singole aziende, riassumendo
nelle proprie mani la programmazione e il controllo dei
finanziamenti". A dimostrarlo è il tendenziale incremento della quota
di fondo
sanitario regionale distribuita non in base a meccanismi automatici,
come la quota capitaria e le tariffe, ma a criteri discrezionali delle
Regioni: nel 2003 è arrivata intorno al 10 per cento del fondo, ed è
in continua crescita.
Questa nuova pressione del livello regionale sulle singole aziende
sanitarie ha comunque prodotto un abbattimento del disavanzo. Nel 2001
ammontava (per le 20 Regioni italiane) a 4.004 milioni di euro, nel
2003 è sceso a 1.826 milioni (per una quota pro capite di 31 euro). Il
debito maggiore è del Lazio (510 milioni), seguito da Campania (457),
Piemonte (234), Sicilia (178) e Veneto (168). Con disavanzo pari a
zero, o addirittura con il segno più, sono la Lombardia, la Puglia e
la Basilicata.
L'attenzione delle Regioni all'equilibrio economico-finanziario è
testimoniata - come mostra il Rapporto - anche dagli interventi
diretti su strutture sanitarie e ospedali. Vi è una generale riduzione
di strutture di ricovero (da 1068 nel 1995, a 705 nel 2002) e dei
posti letto per degenza ordinaria (da 357 mila nel 1995, a 258 mila
nel 2002), mentre aumentano i posti letto in day hospital (da 15 mila
nel 1995, a 26 mila nel 2002). Nel 2002 la dotazione complessiva di
posti letto era di 4,44 per mille per i malati acuti, e di 0,53 per
mille per quelli non acuti. Riguardo i ricoveri, nel periodo 1998-2002
il Rapporto segnala il costante incremento dei ricoveri in day
hospital, e la progressiva riduzione della degenza media per acuti in
regime ordinario (6,7 giorni nel 2002).
Un altro tema affrontato nel Rapporto è il conflitto in atto tra le
aziende e i professionisti della sanità riguardo il processo di
aziendalizzazione che ha segnato le riforme degli anni novanta. "È in
corso - riprende Cantù - un rigetto di questi processi. Il personale
sanitario sta mettendo seriamente in discussione la gestione
manageriale, accusata di occuparsi soltanto di tagli e riduzioni di
spese, di ledere l'autonomia dei professionisti, di aver aggravato il
carico burocratico". La nuova tendenza è quella del 'governo clinico':
togliere potere ai manager per restituirlo ai medici. Per Oasi,
conclude Cantù, "può essere una soluzione praticabile, a patto di
evitare un rischio: che il 'governo clinico' rafforzi ulteriormente la
nota tendenza dei professionisti a identificarsi con soggetti e gruppi
professionali esterni all'azienda di appartenenza, riconoscerne
l'autorità, adottarne gli standard di comportamento, senza considerare
l'impatto sul funzionamento interno".
|