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Tfr o fondi pensione?

La scelta giusta

Previdenza complementare

A che punto è la riforma

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Chi è contrario 
ai fondi pensione

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Tfr o fondi pensione?

La scelta giusta

 

di Roberto Canzio

Il tempo per decidere non mancherà: i sei mesi a disposizione di ogni lavoratore dipendente privato per scegliere se lasciare la sua liquidazione in azienda (come è sempre stato) o se trasferirla a un fondo pensione dovrebbero scattare dal prossimo settembre, a meno di sorprese. Sono i sei mesi del cosiddetto “silenzio-assenso”: chi vuole aderire a un fondo previdenziale integrativo – o chi già è iscritto, ma desidera che oltre alla contribuzione già versata da lui o dal suo datore di lavoro il suo conto sia alimentato anche dal danaro originariamente accantonato ogni anno per il tfr – potrà limitarsi al “silenzio”, non fare nulla e aspettare la fine di febbraio. Se invece preferisce lasciare le cose come stanno – ovvero ricevere dalla sua azienda la liquidazione integrale al momento delle dimissioni o del pensionamento, e non solo le somme già accumulate finora – dovrà scrivere una lettera, e “dichiararlo”. 

Non sarà una scelta facilissima, anche se il meccanismo del silenzio assenso naturalmente agevolerà le adesioni ai fondi pensione: normalmente – per mancanza di informazioni o per semplice pigrizia – bisogna presumere che la maggioranza degli interessati resterà “silente”. Eppure, con il passare dei giorni cresce l'interesse (e la preoccupazione, forse): e se tanti sceglieranno sulla base di motivazioni istintive o automatiche – come il timore di affidare al mercato finanziario il proprio tfr, o al contrario la convinzione che investito in Borsa il tfr aumenterà di valore – con questo dossier cercheremo di fornire qualche elemento di informazione e di riflessione. 

La retribuzione differita 
E’ il trattamento di fine rapporto, la liquidazione. E' nato nel 1924 con il nome di indennità di licenziamento (poi indennità di anzianità), con uno scopo essenzialmente assicurativo. Dopo diverse riforme ha assunto nel 1982 il nome di tfr, ed è diventato una vera e propria retribuzione differita: le aziende accantonano ogni anno il 6,91% della retribuzione lorda di ogni dipendente e alla fine del rapporto di lavoro gli liquidano la somma accumulata e rivalutata annualmente di un tasso di rendimento garantito e calcolato in base a criteri di legge. Ovvero, ogni anno il tfr maturato in corso d’anno viene aumentato dell’1,5% più il 75% dell’inflazione registrato nel corso dell’anno. 

Cosa fa un fondo pensione 
Un lavoratore iscritto a un fondo pensione dispone di un “conto personale” su cui accumula, anno dopo anno, la contribuzione che viene versata: quella pagata dal datore di lavoro (stabilita dai contratti), quella versata direttamente dal lavoratore (una quota decisa autonomamente e sottratta dalla busta paga, anche se esente da tasse), ed eventualmente quel 6,91% della retribuzione lorda che l'azienda destinerebbe al tfr. Ovviamente, se si lascia il tfr in azienda, la contribuzione al fondo è ridotta; altrettanto ovviamente, se il tfr va nel fondo quando si lascia l'impiego si avrà soltanto la liquidazione maturata fino al giorno in cui si è deciso di devolvere il tfr futuro al fondo. In generale, i contributi versati al fondo vengono investiti nel modo migliore (con limiti e vincoli) da gestori finanziari in azioni e titoli. A seconda dell'andamento dei mercati e della “bravura” dei gestori, il capitale versato renderà tanto o poco. 

Rende più il tfr o il fondo? 
Soltanto dal 2002 al 2004 i fondi pensione sono riusciti a “battere” il rendimento offerto dal tfr, e dal 1999 a oggi il tfr ha reso il 15,8% contro il 9,2% medio del fondo collettivo. La ragione di questo dato è semplice: gli anni in cui la Borsa è andata male penalizzano il rendimento dei fondi, che a loro volta invece surclassano il tfr negli anni (come dal 2002 a oggi) in cui gli investimenti azionari sono andati decisamente bene. Bisogna anche considerare che per i primi anni di attività i fondi pensione – era la fase iniziale, di avvio – non potevano investire i loro patrimoni liberamente, e dunque i loro risultati erano appesantiti dall'obbligo di acquistare obbligazioni piuttosto che più redditizie azioni. 
Quando si parla di investimenti finanziari – e soprattutto quando si prendono in esame periodi di tempo molto lunghi – la regola di base è che quanto accaduto nel passato non necessariamente si potrà ripetere in futuro. E così, va di nuovo detto che le performances deludenti dei fondi del periodo 1998-2002 non possono permettere di giungere a conclusioni. E lo stesso discorso vale per il caso opposto: gli ottimi risultati degli ultimi due anni sulla carta possono essere un passeggero fuoco di paglia. Ancora, bisogna prendere in esame, possibilmente, gli andamenti dei singoli fondi pensione per avere un quadro di riferimento più preciso: alcuni fondi rendono di più, altri di meno, e in alcuni casi bisogna esaminare i risultati dei diversi comparti di investimento. Ovviamente, i comparti obbligazionari andranno sempre piano, quelli azionari possono guadagnare di più o perdere di più. 

Si possono prendere anticipi e cambiare idea 
Da questo punto di vista non dovrebbe esserci grande differenza: i lavoratori potranno ottenere un’anticipazione fino al 75% del capitale accumulato presso il fondo per “gravi motivi di salute”. Dopo otto anni di partecipazione al fondo pensione, si potrà riceve un anticipo pari al 50% del capitale accumulato per l’acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli. Le anticipazioni potranno essere reintegrate anche versando contributi annuali entro un massimale di 5.164 euro (il tetto assoluto della contribuzione ai fondi pensione esente da Irpef). Inoltre chi decide di lasciare la liquidazione in azienda, potrà in ogni momento cambiare idea, e iscriversi al fondo pensione. Il contrario, però, non è possibile. Un lavoratore iscritto a un fondo pensione (chiuso o aperto) dopo due anni di iscrizione potrà passare liberamente a un’altra forma pensionistica complementare. Per adesso, sulla base della bozza di decreto attuativo, non è invece possibile fare marcia indietro, e “ricostituire” la liquidazione. 

Una mappa per decidere 
Come si vede, sono molti i fattori da tenere presente per una decisione consapevole. Chi sceglie di tenersi la liquidazione, in pratica preferisce avere un rendimento sicuro anche se abbastanza modesto; chi punta sul fondo pensione, si accolla un certo rischio in cambio della possibilità di avere alla fine un rendimento maggiore. E va detto che in caso di future impennate inflazionistiche (come negli anni '70 o '80), anche il rendimento “garantito” del tfr può ridursi, in termini reali, a zero. Ancora, bisogna ricordare che investire nel fondo la liquidazione è una sorta di “risparmio forzoso”: al momento del pensionamento, quei soldi ci saranno ancora, mentre se si cambia lavoro è più che possibile che la liquidazione ricevuta venga spesa o consumata. 

Per i giovani scelta obbligata 
Dunque, ognuno deve valutare la sua individualissima “propensione al rischio”. Un fattore che dipende anche dall'età del lavoratore: per chi è più vicino alla pensione, ad esempio, è meglio tenersi il tfr piuttosto che scegliere un fondo pensione con una linea di investimento monetaria. L'importante è ricordare che le performances del passato (o i tassi d'inflazione passati) sono solo un'indicazione, e non necessariamente si ripeteranno in futuro. Nella normale “pubblicità” (che però va letta con cautela e sano scetticismo) si afferma come fosse un dato “naturale” (cosa che non è) che gli investimenti in azioni garantiranno rendimenti annui del 6-7%; al contrario, i critici possono a buon diritto ricordare guerre mondiali, crack finanziari planetari. E in ogni caso, soprattutto i lavoratori più giovani devono essere consapevoli che la sola pensione pubblica – tra trent'anni – garantirà una rendita relativamente modesta, intorno al 60% dell'ultimo stipendio. Per arrivare a livelli di reddito più tranquillizzanti, il contributo della pensione integrativa sarà dunque decisivo: e per avere una seconda pensione degna di questo nome certo non basterà l'1% circa di contribuzione pagata dall'azienda e il 5-6% che si può sottrarre alla busta paga. Aggiungerci il 6,91% con cui l'azienda finanzia il tfr potrebbe fare la differenza. 

(www.rassegna.it, 11 aprile 2005)

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