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Il governo si era ripromesso di applicare solo le
parti apparentemente più facili e di effetto della delega
previdenziale, in particolare il bonus per chi posticipa la pensione
di anzianità, già in vigore, e la previdenza complementare, per poter
dire in Europa che ha fatto la "grande riforma". E invece tutto gli è
scoppiato in mano e la grande riforma è ritornata ad essere quello che
era fin dall'inizio: un grande pasticcio nel quale è rimasto sepolto
il governo medesimo.
Il 1° luglio erano tutti tranquilli, i ministri all'unanimità, le
assicurazioni, le banche: lo schema di disegno di legge andava bene a
tutti, interessati com’erano (e come sono)a mettere le mani sul Tfr
dei lavoratori e a renderlo un grande patrimonio a disposizione dei
mercati. Le 23 associazioni, tra le quali sono state determinanti le
organizzazioni sindacali confederali, hanno fatto saltare il banco
dimostrando che quell'impianto era inaccettabile per lavoratori e
imprese e, nel momento in cui il ministro Maroni ha dovuto accettare
buona parte delle modifiche proposte, è successo il pandemonio
rendendo evidente come tutti costoro, dalle assicurazioni a chi fa
politica con il perenne conflitto d'interessi, non fossero disponibili
ad accettare alcuna modifica sensata che avesse a riferimento anche
l'interesse dei lavoratori anziché l'esclusivo interesse dei mercati
finanziari e speculativi.
Per questo il governo, la settimana scorsa, ha preso la decisione più
assurda tra le tante che poteva prendere. Non potendo più cambiare
radicalmente il testo di Maroni, e non volendo prendere le distanze
dalle pretese delle assicurazioni, ha di fatto posticipato di due anni
l'entrata in vigore del decreto, con somma gioia di Tremonti che così
risparmia anche i 600 milioni di euro promessi per le compensazioni
alle imprese ed evita una sanzione europea per il fondo per l'accesso
al credito delle imprese che facilmente si configura come aiuto di
Stato. Soprattutto si è scaricato sul futuro governo l'onere di far
quadrare tutti questi tasselli impazziti e di trovare risorse nuove.
In questo enorme pasticcio noi possiamo dire di avere la soddisfazione
di aver rimandato a casa del governo una polpetta avvelenata, il
decreto del 1° luglio, della cui pericolosità pochi si erano accorti e
di aver svelato quante e quali speculazioni finanziarie si preparavano
sulla pelle dei lavoratori.
Abbiamo ottenuto cambiamenti sostanziali al testo originale,
ripristinando il valore della contrattazione collettiva e rendendo più
trasparente, e garantita per i lavoratori, la procedura del
silenzio-assenso, mentre confermiamo che rimangono parti da noi non
condivise, come la disciplina fiscale e quella sui riscatti. Abbiamo,
inoltre, reso evidente la grande paura che hanno le assicurazioni a
confrontarsi realmente con il sistema dei fondi negoziali: se entrare
nel sistema vuol dire sottostare alle medesime regole, per il momento
per loro è meglio starne fuori perché in tempi brevi non sono in grado
di modificare i loro prodotti per rientrare nelle regole comuni,
meglio confidare in cambiamenti ulteriori della normativa e avere
comunque più tempo a disposizione, se proprio saranno costretti ad
adeguarsi.
Il sindacato non deve avere paura delle assicurazioni: a testa alta
dobbiamo rappresentare ai lavoratori cosa abbiamo fatto in questi mesi
e soprattutto utilizzare il tempo a disposizione per accrescere la
conoscenza, la fiducia e l'adesione ai fondi negoziali.
Se abbiamo sempre detto che per noi il semestre del silenzio-assenso
doveva significare fare in modo che tutti i lavoratori fossero
informati ed effettuassero una scelta esplicita di adesione alla
previdenza complementare di natura contrattuale, questo impegno va
rinnovato a prescindere dall’entrata in vigore del decreto medesimo.
Perché la cosa più sbagliata sarebbe se anche noi avvalorassimo nei
fatti ciò che alcuni giornali hanno sostenuto all'indomani della
decisione del governo, ossia che i lavoratori sarebbero penalizzati e
perderebbero due anni di futura pensione integrativa. Ma ciò
avverrebbe solo se si volesse destinare il Tfr a fondi bancari o ad
assicurazioni, cioè a forme previdenziali che noi di certo non
riteniamo più vantaggiose.
Bisogna riaffermare che la previdenza complementare c'è, è una realtà
positiva per oltre un milione dei lavoratori dipendenti, gli attuali
strumenti offerti dalla contrattazione non hanno nulla da invidiare a
ogni altro strumento sul mercato finanziario, anzi bisogna far presto
per fornire questo strumento anche ai lavoratori che ancora ne sono
privi, a partire dai pubblici dipendenti.
Il decreto avrebbe dato alcune possibilità importanti,
dall’informazione capillare sul sistema previdenziale alla possibilità
di destinate tutto il Tfr, anche per coloro che oggi possono impiegare
solo la quota fissata contrattualmente, alla compensazione per le
imprese e conseguente minor resistenza delle medesime a mettere a
disposizione il Tfr dei dipendenti, ma il posticipo di queste novità
non è di impedimento alla adesione volontaria ai fondi negoziali, in
modo che ognuno cominci a costruirsi un importante risparmio
previdenziale.
Quindi occorre impegnarsi da subito ad avviare una grande campagna di
adesione e d’informazione, la stessa che avremmo fatto se il decreto
fosse entrato in vigore ora. |