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Se il decreto sulla previdenza complementare
resterà così come il Consiglio dei ministri l'ha licenziato venerdì
scorso, la Cgil dirà un no secco e non muoverà un dito perché la
riforma decolli. Questo il giudizio espresso dalla segretaria
nazionale della confederazione, Morena Piccinini, sulla base di una
lettura ponderata del testo finalmente inviato dal governo alle parti
sociali (in attesa dell'apertura del confronto, dal 12 luglio).
Secondo la dirigente sindacale la bozza del governo è talmente piena
di "trappole" da rendere inagibile il decollo della previdenza
complementare per i lavoratori dipendenti.
"Più volte abbiamo posto in rilievo i problemi di metodo e il mancato
reale confronto in tutta la fase di elaborazione del testo - scrive
Piccinini in un editoriale pubblicato sull'ultimo numero di
Rassegna
Sindacale -, anche se le nostre posizioni erano e sono ben
chiare al governo in quanto esplicitate anche nel documento comune
sottoscritto, oltre che da Cgil Cisl Uil e Ugl, anche da 13
organizzazioni imprenditoriali. Se così è stato fino ad ora, è
evidente che non possiamo confidare in un grande cambiamento di
comportamento verso le parti sociali e le istanze che poniamo. Le
prossime settimane saranno decisive per verificare se il governo vuol
davvero far decollare il sistema, sapendo che per ottenere questo
risultato è indispensabile il contributo e il consenso delle parti
sociali, o se lo vuole invece affossare".
Per la dirigente una cosa è chiara: "Se il decreto
non cambierà profondamente, per quanto ci riguarda il contenuto è tale
da rendere inagibile per i lavoratori la previdenza complementare.
Significa che siamo ben oltre la discussione su come può essere
esercitato in trasparenza il semestre per il silenzio-assenso: qui è
in gioco la natura del sistema di previdenza complementare perché
quello che viene ridisegnato secondo noi non garantisce i diritti dei
lavoratori alla tutela del loro reddito differito e del risparmio a
fini previdenziali. Infatti, con il pretesto di redigere un testo
unico sulla previdenza complementare, il governo va ben oltre i temi
che gli erano stati indicati dalla delega previdenziale del 2004 e
stravolge il senso e la portata di tutto il decreto legislativo
124/93, che finora è stato alla base di tutta la vita dei fondi
pensionistici e delle tutele e garanzie per i lavoratori".
"Il testo - prosegue Piccinini - contiene, in
sostanza, un insieme di trappole per i lavoratori dipendenti cadendo
nelle quali si entra in una specie di percorso a ostacoli finalizzato
a un unico obiettivo: agevolare esclusivamente banche e assicurazioni
nell’accaparramento del Tfr in modo che poi siano libere di gestirlo
come loro più aggrada. È questo l’effetto da noi denunciato della
completa parificazione tra i fondi negoziali e le polizze assicurative
e della mancanza di trasparenza di queste ultime, tanto che di solito
rappresentano ai lavoratori opportunità di rendimento molto più
elevate di quelle delle altre forme di investimento nascondendo, al
contempo, i costi elevatissimi previsti per la gestione della
posizione sia durante tutta la sua durata sia, soprattutto, nei primi
anni di gestione rendendo di fatto impossibile il reale trasferimento
della posizione ad altra gestione".
L'esponente sindacale si sofferma poi su su alcuni aspetti ritenuti
fondamentali dalla Cgil. In primo luogo - scrive Piccinini - viene la
questione dell'adesione libera e volontaria: "Non è accettabile che
la libertà del lavoratore si possa esprimere al momento dell’adesione
al sistema e, semmai, sul passaggio da un fondo all’altro,
precludendogli, poi, ogni possibilità d’uscita fino a impedirgli, come
ora invece avviene, di riscattare la propria posizione e il capitale
accumulato al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
Addirittura, per riavere il proprio capitale, prima di aver maturato
il diritto a pensione di vecchiaia (non più di anzianità), il
lavoratore dovrebbe trovarsi inoccupato per 4 anni, naturalmente
verificabili solo a posteriori! È evidente che tutto ciò smentisce
l’impegno a mantenere e rispettare la libertà di scelta individuale, a
cui si aggiungono disposizioni più restrittive rispetto a ora per
quanto attiene tutta la materia delle anticipazioni in caso di
acquisto della prima casa (dopo 8 anni possibilità di anticipare solo
il 50% e non il 70% come ora)".
La seconda grave pecca del testo, per la Cgil, è che disconosce
sostanzialmente "il valore della dimensione collettiva della
previdenza complementare - prosegue Piccinini -, addirittura alterando
la gerarchia delle fonti che regolamentano i rapporti tra lavoratori e
imprese. Il porre, ad esempio, sullo stesso piano i contratti e il
regolamento aziendale significa, in primo luogo, ipotizzare che il
datore di lavoro possa istituire una forma pensionistica per i propri
dipendenti diversa da quella negoziata, contratto nazionale o accordo
aziendale, e destinarvi risorse diverse da quelle contrattate. Una
simile disposizione apre però immediatamente il rischio di problemi
simili nel rapporto tra contrattazione e regolamento anche per quanto
riguarda altri istituti contrattuali, e non ci pare un caso
l’inserimento di una siffatta normativa in un momento caldo per la
discussione sui modelli contrattuali".
Per la Cgil "il conferimento, tacito o esplicito, del Tfr alla
previdenza complementare non è sufficiente per attivare anche il
contributo aziendale previsto dalla contrattazione. Il testo è
particolarmente pasticciato e le interpretazioni possibili, e comunque
inaccettabili, vanno dall’attivazione del contributo aziendale solo se
il lavoratore decide di mettere il proprio contributo aggiuntivo o,
addirittura, un totale sganciamento del medesimo con assoluta
discrezionalità del datore di lavoro, attraverso regolamento appunto,
circa il se e il quanto erogare indipendentemente dalla contrattazione
nazionale. In ogni caso, rimane l’altra disposizione, che abbiamo già
considerato inaccettabile, della portabilità del contributo aziendale,
qualora dovuto, anche verso forme previdenziali non contrattate".
Infine è "inaccettabile" il sistema fiscale. Spiega la dirigente della
confederazione: "Da un lato non viene accettata la nostra richiesta di
esonerare fiscalmente i rendimenti annuali (ovviamente comporterebbe
mettere a disposizione risorse fin dai prossimi anni) e dall’altro
viene prevista per le rendite pensionistiche l’aliquota del 15%, che
può ridursi ulteriormente in relazione alla durata della iscrizione al
fondo. Quindi s’introduce una differenziazione rispetto al regime
fiscale previsto per il Tfr ma, soprattutto, s’introduce un meccanismo
d’imposizione fiscale decrescente, anziché progressivo in base al
reddito, che premia molto di più i redditi alti rispetto a quelli i
più bassi e che privilegia la pensione privata rispetto a quella
pubblica".
A questi elementi "si aggiungono i non risolti problemi in materia di
compensazione economica alle imprese e di vigilanza unica su tutto il
sistema di previdenza complementare".
"Siamo consapevoli - sottolinea Piccinini - del rischio che rimanga
travolta anche la cultura e l’esperienza positiva maturata in questi
anni con i fondi negoziali e che anche questa sia messa in cattiva
luce nonostante abbia salvaguardato diritti e interessi dei lavoratori
associati e per la quale è importante acquisire nuove adesioni,
soprattutto dai lavoratori più giovani. Tuttavia la salvaguardia e
l’espansione dei fondi, che noi stessi abbiamo contribuito a
costruire, viene in secondo piano rispetto ai diritti delle persone
che vi aderiscono. Nelle prossime settimane verificheremo se il
governo vuole o no far funzionare il sistema. In ogni caso, proprio
alla luce di tutti questi problemi ancora aperti, l’aspetto positivo è
che l’entrata in vigore del provvedimento è posticipata al 1° gennaio
2006 e che, quindi, il semestre per il silenzio-assenso si colloca non
prima dell’anno prossimo. Tutto ciò permette l’esercizio di una
precisa iniziativa e informazione sindacale verso i lavoratori
interessati, iscritti e non iscritti ai fondi, rassicurando anche su
tutti i passaggi, contrattuali e non, che ancora abbiamo davanti ed
evitando di dare credito all’azione di disinformazione strumentale che
arriva ai luoghi di lavoro attraverso canali e fonti lontani da
quelli del sindacato confederale e delle sue categorie". |