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Legge urbanistica

Le mani sulla città

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Legge urbanistica / Un provvedimento dagli effetti devastanti

Le mani sulla città

 

di Gaetano Lamanna
Dipartimento Ambiente e territorio Cgil

“Principi in materia di governo del territorio”, così si chiama la legge approvata dalla Camera lo scorso 28 giugno, ma tutti ora la chiamano, per dissimulare una malcelata vergogna, legge Lupi, dal nome del suo relatore. Presentata al suo esordio come la riforma della legge urbanistica risalente all’epoca fascista (la n. 1150 del 1942), una riforma che avrebbe dovuto guardare al futuro, ridisegnando i poteri di Stato, Regioni e Comuni in materia di governo del territorio e attuando così l’articolo 117 della Costituzione, è diventata via via un provvedimento che affida l’assetto delle città al mercato e all’interesse privato, sancendo un pericoloso indebolimento del ruolo delle autonomie locali. Se la legge passasse così com’è anche al Senato, la tutela del territorio, del paesaggio, dell’ambiente diventerebbe un’impresa ancora più ardua e difficile di quanto lo sia già e verrebbe assestato un colpo definitivo al principio dell’interesse pubblico.

È una valutazione troppo pessimistica? Non dobbiamo dimenticare che veniamo dalla stagione dei condoni (degli abusi edilizi, del danno ambientale, dello scudo fiscale ecc.), che sono ancora in atto operazioni di cartolarizzazione e di privatizzazione di un enorme patrimonio pubblico (l’ultimo capitolo è la svendita delle sedi degli enti previdenziali e degli immobili del ministero della Difesa). Il governo di centro-destra, inoltre, con il decreto sulla competitività – vedi la norma riguardante la legge obiettivo sulle città o quella che, in attuazione dei desiderata di Tremonti, di fatto privatizza le spiagge – continua senza sosta in una politica tanto prodiga di favori e regali alla rendita quanto devastante per il territorio e l’ambiente.

In questo contesto, in una visione in cui gli interessi privati e particolari prevalgono sempre sull’interesse generale, la legge Lupi rappresenta il giusto, ancorché vergognoso, coronamento. È un provvedimento che, consentendo l’ingresso formale della rendita al tavolo della negoziazione sull’uso del suolo e sulle sue trasformazioni, attua un pericoloso trasferimento di poteri dal pubblico al privato.

L’attività di pianificazione si riduce ad “atti negoziali”, a una procedura “semplificata” con i soggetti interessati. Viene meno il primato del potere locale in materia di assetto del territorio e di funzioni urbane. Le scelte urbanistiche diventano il risultato di un rapporto poco trasparente tra istituzioni e cittadini e di logiche politico-affaristiche nella gestione pubblica. Si opera così un rovesciamento di ruoli, di pesi e responsabilità, tra pianificazione e mercato. Il bene pubblico viene sostituito dalla sommatoria di interessi particolari, i luoghi della vita comune vengono affidati alle convenienze del mercato immobiliare.

Un pericoloso arretramento riguarda anche la questione degli “standard urbanistici”, ossia l’obbligo di riservare determinate quantità di aree al verde e ai servizi collettivi (scuola, sanità, sport, cultura, tempo libero) che sono sostituiti dalla raccomandazione di garantire comunque un “livello minimo” di attrezzature e servizi “anche con il concorso di soggetti privati”.

Non si fissa, poi, alcun limite tra aree urbanizzate e urbanizzabili e territorio aperto (assicurando la salvaguardia e la non trasformabilità di quest’ultimo). In definitiva, se tutto il territorio diventa “urbanizzabile” e “negoziabile”si vanifica il compito fondamentale della pianificazione.

In una situazione già  compromessa – qual è quella italiana – occorre ribadire, invece, l’urgenza e la necessità di una norma che consideri il territorio non ancora urbanizzato un “bene pubblico”; sottoposto, quindi, a tutela e a programmi di valorizzazione ispirati all’interesse collettivo e al benessere comune.

E mentre il territorio viene lasciato in balìa degli interessi della rendita e della speculazione edilizia, il governo si ritaglia il suo spazio mettendo le mani su materie, quali la riqualificazione urbana e il risanamento del territorio, di stretta competenza locale e regionale. Strumento di questa operazione, i cosiddetti “interventi speciali”, che non sono altro che i vecchi trasferimenti vincolati. Altro che devolution, siamo al ritorno del peggiore centralismo.

Alle Regioni si lascia il compito di definire “sistemi perequativi e compensativi” nei confronti delle proprietà immobiliari nei casi in cui determinate aree private dovessero essere vincolate a destinazione pubblica. Si prevede sia l’indennizzo monetario del proprietario sia il trasferimento dei “diritti edificatori” su altra area di sua disponibilità sia la “permuta” con altra area di proprietà comunale ovvero “la realizzazione diretta degli interventi di interesse pubblico o generale previa stipula di convenzione con l’amministrazione per la gestione dei servizi”. Spetta alle Regioni, inoltre, individuare le categorie di opere per le quali non occorre il permesso di costruire ma basta presentare una denuncia di inizio attività.

E, ciliegina sulla torta, in materia di concessioni edilizie si passa dalla regola del silenzio-diniego, seguita finora, a quella del silenzio-assenso. Infatti, se l’amministrazione pubblica non adotta nei tempi stabiliti il provvedimento relativo alla domanda di permesso di costruire, “la domanda si intende favorevolmente accolta”. Si tratta, com’è evidente, di norme che, allargando a dismisura il campo dell’autocertificazione e basandosi su un eccesso di deregulation, comportano anche, come l’esperienza insegna, gravi rischi per la sicurezza dei cittadini.

Sono introdotte, infine, sostanziose agevolazioni fiscali (10 milioni nel 2006, 20 nel 2007) per gli interventi in materia urbanistica e finalizzati al recupero dei centri urbani. Si va dalle agevolazioni in forma di credito d’imposta alla riduzione dell’Iva e delle imposte di registro, ipotecarie e catastali nel caso di trasferimenti di immobili e dei diritti edificatori.

Una legge pessima, in sintesi, che smantella il principio stesso di governo pubblico del territorio e che, adottando la scorciatoia degli “atti negoziali” con i proprietari del suolo, rende dominanti gli interessi della rendita immobiliare rispetto a quelli dei cittadini.

(www.rassegna.it, 18 luglio 2005)

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