|
Sono molteplici gli aspetti della manovra
finanziaria da 20 miliardi di euro, messa in cantiere dal consiglio
dei ministri lo scorso settembre e attualmente allo studio del senato,
sottoposti a critiche in questi giorni. I maggiori esperti di
questioni economiche non ritengono che la finanziaria sia in grado di
raggiungere l’obiettivo prefissato di riduzione del debito pubblico e,
allo stesso tempo, di rilanciare l’asfittica economia nazionale. Come
sottolinea Massimo Riva su l’Espresso, sono i provvedimenti più
nascosti e che passano inosservati a denunciare come questa manovra
sia frutto di un’ignoranza dei più elementari principi istituzionali
che, ormai appare chiaro a tutti, è la vera cifra che contraddistingue
l’azione del governo Berlusconi.
Tra queste misure ve n’è una che, se non
bastassero ancora i conflitti d’interesse tollerati dal nostro
ordinamento, ne istituisce degli altri, prevedendo che alcune delle
autorità di controllo e garanzia del corretto funzionamento dei
mercati debbano essere finanziate dagli operatori degli stessi. Per
fare un esempio, l’autorità per l’energia dipenderà per il suo
funzionamento dagli introiti derivanti dalle attività di aziende come
l’Enel, che impegneranno una quota dei loro guadagni per facilitare il
funzionamento dell’organo che dovrebbe controllarli. Altra norma poco
eclatante, che fa capolino fra i 68 articoli della finanziaria, è
quella che all’articolo 46 prevede la creazione di un fondo per il
risarcimento dei cittadini vittime di frodi finanziarie (Cirio,
Parmalat, TangoBond), alimentato dai conti correnti definiti
“dormienti”, ossia intestati a persone decedute ma mai estinti (i
conti). Sono, però, soprattutto gli amministratori locali a sentirsi
vittima della “finanza creativa”, di nuovo in auge in seguito alla
rentrée di Giulio Tremonti sul palco dell’economia nazionale. La
finanziaria prevede infatti che le amministrazioni locali partecipino
alla riduzione del debito pubblico in ragione di circa 3 miliardi di
euro di risparmi, ponendo una forte ipoteca sulle possibilità di
spesa, e quindi sull’offerta di servizi, degli organi di governo
periferici. Il patto di stabilità interno, sul modello di quello
europeo, vincola le amministrazioni locali alla realizzazione degli
obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2005-2008, attraverso il
contenimento della propria spesa ai livelli del 2004 diminuiti del 3,8
per cento per le regioni a statuto ordinario, e del 6,7 per cento per
ciascuna provincia, comune con popolazione superiore a 3 mila abitanti
e comunità montana con più di 50 mila abitanti. Si trovano invece nel
capo quarto del documento di programmazione finanziaria le norme per
la riduzione degli oneri di personale, fatti salvi gli stanziamenti
previsti per la corresponsione degli aumenti per i lavoratori del
pubblico impiego previsti dall’accordo sottoscritto da governo e
sindacati il 27 maggio 2005. L’articolo 28 dello stesso capo prevede
che, a livello di governo centrale, le spese per la stipula di
contratti di collaborazione e a tempo determinato debbano fermarsi al
60 per cento di quelle sostenute nell’anno precedente per la stessa
finalità. Lo stesso provvedimento a livello locale si tramuta in un
obbligo di riduzione dell’1 per cento della spesa sostenuta dalle
amministrazioni locali nel 2004 per contratti a tempo, collaborazioni
e consulenze. A fronte di queste norme i componenti del direttivo
dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci, presieduta dal
sindaco di Firenze Mario Domenici) si sono riuniti il 29 settembre per
stilare un documento comune e inviare una richiesta di confronto al
governo. Nel documento i rappresentanti dei comuni dichiarano di non
volersi sottrarre all’impegno di contribuire alla finanza pubblica, ma
avanzano proposte alternative per perseguire lo stesso obiettivo senza
rinunciare a progetti di sviluppo locale. In primo luogo l’Anci fa
notare come la reale riduzione effettiva per la spesa dei comuni non
sia del 6,7 per cento ma si aggiri intorno al 7/8 per cento, cifra
che, attualizzata al 2006, si tramuta in una riduzione effettiva del
12 per cento. Lo stesso documento sottolinea come “gli effetti
negativi maggiori saranno prodotti su settori fondamentali per le
comunità quali: scuole materne e istruzione primaria e secondaria,
inquinamento e trasporto pubblico locale, pulizia delle città,
illuminazione pubblica e giustizia”, per nominarne solo alcuni. A
questo proposito le stime più eclatanti e colorite arrivano
dal primo cittadino della capitale, Walter
Veltroni. In una dichiarazione al Messaggero ha affermato che, se la
finanziaria dovesse passare così, a Roma sarà necessario spegnere 20
mila dei 150 mila lampioni capitolini, a iniziare da quelli delle
periferie. Queste ultime, inoltre, saranno ulteriormente danneggiate
dalla soppressione di ben 47 linee di trasporto urbano. Per non
parlare delle perdite di posti di lavoro nel settore terziario, legate
anche alla realizzazione di eventi culturali che dovranno essere
inevitabilmente accantonati.
Nel loro documento i sindaci riuniti nell’Anci
chiedono anche di essere coinvolti nel recupero dell’evasione fiscale,
sperando di poter attingere a ben più del 30 per cento delle maggiori
entrate così ottenute previsto dalla finanziaria, in modo da poter
sopperire alla scarsa autonomia impositiva che li costringe a
dipendere dalle sempre più esigue rimesse del governo centrale.
Alla protesta dei comuni si associano anche i
rappresentanti delle province, che di comune accordo hanno stabilito
di rendere pubblico il loro dissenso il 13 ottobre con una
manifestazione. Inoltre la finanziaria, se si esula dai numeri
assoluti che fanno balzare i ricchi comuni del nord in testa alla
classifica per milioni di euro risparmiati, penalizza maggiormente
quelli del sempre più economicamente depresso sud. Lo dimostra uno
studio Eurispes secondo il quale, per mantenere un livello di servizi
pubblici almeno uguale a quello attuale, nelle regioni del centro sud
sarebbe necessario un “inasprimento tributario” dell’8,6 per cento in
media, con punte di oltre il 10 per cento in Molise e Calabria e del
9,2 per cento in Basilicata. Secondo il presidente dell’Osservatorio
Eurispes sul federalismo, Gian Maria Fara, senza una maggiore
autonomia tributaria al sud il rischio che si corre è quello di
“creare un pericoloso welfare a due velocità”.
Lo dimostrano le previsioni di tagli per due
“capitali del sud” come Napoli e Palermo. La Russo Jervolino si
troverà infatti costretta a tagliare i servizi sociali in ragione dei
50 milioni di euro che le verranno a mancare a causa della manovra,
mentre a Palermo il sindaco forzista Cammarata conta di rifarsi dei
circa 100 milioni di tagli dando la caccia agli evasori della tassa
sui rifiuti. Un’ipotesi che i diessini all’opposizione ritengono poco
realistica e basata su una previsione sbagliata.
|