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Finanziaria ed enti locali

I sindaci di tutta Italia uniti contro i tagli

di Claudia Ortu

Sono molteplici gli aspetti della manovra finanziaria da 20 miliardi di euro, messa in cantiere dal consiglio dei ministri lo scorso settembre e attualmente allo studio del senato, sottoposti a critiche in questi giorni. I maggiori esperti di questioni economiche non ritengono che la finanziaria sia in grado di raggiungere l’obiettivo prefissato di riduzione del debito pubblico e, allo stesso tempo, di rilanciare l’asfittica economia nazionale. Come sottolinea Massimo Riva su l’Espresso, sono i provvedimenti più nascosti e che passano inosservati a denunciare come questa manovra sia frutto di un’ignoranza dei più elementari principi istituzionali che, ormai appare chiaro a tutti, è la vera cifra che contraddistingue l’azione del governo Berlusconi.

Tra queste misure ve n’è una che, se non bastassero ancora i conflitti d’interesse tollerati dal nostro ordinamento, ne istituisce degli altri, prevedendo che alcune delle autorità di controllo e garanzia del corretto funzionamento dei mercati debbano essere finanziate dagli operatori degli stessi. Per fare un esempio, l’autorità per l’energia dipenderà per il suo funzionamento dagli introiti derivanti dalle attività di aziende come l’Enel, che impegneranno una quota dei loro guadagni per facilitare il funzionamento dell’organo che dovrebbe controllarli. Altra norma poco eclatante, che fa capolino fra i 68 articoli della finanziaria, è quella che all’articolo 46 prevede la creazione di un fondo per il risarcimento dei cittadini vittime di frodi finanziarie (Cirio, Parmalat, TangoBond), alimentato dai conti correnti definiti “dormienti”, ossia intestati a persone decedute ma mai estinti (i conti). Sono, però, soprattutto gli amministratori locali a sentirsi vittima della “finanza creativa”, di nuovo in auge in seguito alla rentrée di Giulio Tremonti sul palco dell’economia nazionale. La finanziaria prevede infatti che le amministrazioni locali partecipino alla riduzione del debito pubblico in ragione di circa 3 miliardi di euro di risparmi, ponendo una forte ipoteca sulle possibilità di spesa, e quindi sull’offerta di servizi, degli organi di governo periferici. Il patto di stabilità interno, sul modello di quello europeo, vincola le amministrazioni locali alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2005-2008, attraverso il contenimento della propria spesa ai livelli del 2004 diminuiti del 3,8 per cento per le regioni a statuto ordinario, e del 6,7 per cento per ciascuna provincia, comune con popolazione superiore a 3 mila abitanti e comunità montana con più di 50 mila abitanti. Si trovano invece nel capo quarto del documento di programmazione finanziaria le norme per la riduzione degli oneri di personale, fatti salvi gli stanziamenti previsti per la corresponsione degli aumenti per i lavoratori del pubblico impiego previsti dall’accordo sottoscritto da governo e sindacati il 27 maggio 2005. L’articolo 28 dello stesso capo prevede che, a livello di governo centrale, le spese per la stipula di contratti di collaborazione e a tempo determinato debbano fermarsi al 60 per cento di quelle sostenute nell’anno precedente per la stessa finalità. Lo stesso provvedimento a livello locale si tramuta in un obbligo di riduzione dell’1 per cento della spesa sostenuta dalle amministrazioni locali nel 2004 per contratti a tempo, collaborazioni e consulenze. A fronte di queste norme i componenti del direttivo dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci, presieduta dal sindaco di Firenze Mario Domenici) si sono riuniti il 29 settembre per stilare un documento comune e inviare una richiesta di confronto al governo. Nel documento i rappresentanti dei comuni dichiarano di non volersi sottrarre all’impegno di contribuire alla finanza pubblica, ma avanzano proposte alternative per perseguire lo stesso obiettivo senza rinunciare a progetti di sviluppo locale. In primo luogo l’Anci fa notare come la reale riduzione effettiva per la spesa dei comuni non sia del 6,7 per cento ma si aggiri intorno al 7/8 per cento, cifra che, attualizzata al 2006, si tramuta in una riduzione effettiva del 12 per cento. Lo stesso documento sottolinea come “gli effetti negativi maggiori saranno prodotti su settori fondamentali per le comunità quali: scuole materne e istruzione primaria e secondaria, inquinamento e trasporto pubblico locale, pulizia delle città, illuminazione pubblica e giustizia”, per nominarne solo alcuni. A questo proposito le stime più eclatanti e colorite arrivano

dal primo cittadino della capitale, Walter Veltroni. In una dichiarazione al Messaggero ha affermato che, se la finanziaria dovesse passare così, a Roma sarà necessario spegnere 20 mila dei 150 mila lampioni capitolini, a iniziare da quelli delle periferie. Queste ultime, inoltre, saranno ulteriormente danneggiate dalla soppressione di ben 47 linee di trasporto urbano. Per non parlare delle perdite di posti di lavoro nel settore terziario, legate anche alla realizzazione di eventi culturali che dovranno essere inevitabilmente accantonati.

Nel loro documento i sindaci riuniti nell’Anci chiedono anche di essere coinvolti nel recupero dell’evasione fiscale, sperando di poter attingere a ben più del 30 per cento delle maggiori entrate così ottenute previsto dalla finanziaria, in modo da poter sopperire alla scarsa autonomia impositiva che li costringe a dipendere dalle sempre più esigue rimesse del governo centrale.

Alla protesta dei comuni si associano anche i rappresentanti delle province, che di comune accordo hanno stabilito di rendere pubblico il loro dissenso il 13 ottobre con una manifestazione. Inoltre la finanziaria, se si esula dai numeri assoluti che fanno balzare i ricchi comuni del nord in testa alla classifica per milioni di euro risparmiati, penalizza maggiormente quelli del sempre più economicamente depresso sud. Lo dimostra uno studio Eurispes secondo il quale, per mantenere un livello di servizi pubblici almeno uguale a quello attuale, nelle regioni del centro sud sarebbe necessario un “inasprimento tributario” dell’8,6 per cento in media, con punte di oltre il 10 per cento in Molise e Calabria e del 9,2 per cento in Basilicata. Secondo il presidente dell’Osservatorio Eurispes sul federalismo, Gian Maria Fara, senza una maggiore autonomia tributaria al sud il rischio che si corre è quello di “creare un pericoloso welfare a due velocità”.

Lo dimostrano le previsioni di tagli per due “capitali del sud” come Napoli e Palermo. La Russo Jervolino si troverà infatti costretta a tagliare i servizi sociali in ragione dei 50 milioni di euro che le verranno a mancare a causa della manovra, mentre a Palermo il sindaco forzista Cammarata conta di rifarsi dei circa 100 milioni di tagli dando la caccia agli evasori della tassa sui rifiuti. Un’ipotesi che i diessini all’opposizione ritengono poco realistica e basata su una previsione sbagliata.

(www.rassegna.it, 12 ottobre 2005)

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