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La legge finanziaria 2006 aggrava la situazione
dei conti pubblici, non contiene misure in grado di realizzare lo
sviluppo e scarica i costi delle misure correttive sui ceti più
deboli.
Conti pubblici
Come facilmente prevedibile l’esaurimento delle numerose misure
una-tantum adottate nei primi anni della legislatura hanno messo a
nudo il grave dissesto della finanza pubblica che ha costretto il
governo italiano ad assumere in sede europea l’impegno di conseguire
un rapporto indebitamento Pil pari al 3,8 per cento nel 2006 e al 2,8
per cento nel 2007. Poiché il disavanzo tendenziale del prossimo anno
è ben più consistente di quello stimato, l’importo della correzione
pari a 11,5 miliardi decisa in finanziaria non è sufficiente. A fronte
di un disavanzo 2006 cifrato dal governo al 4,6 per cento, infatti, il
Fondo monetario internazionale indica il 5,1 per cento, stima che non
tiene conto di circa 6 miliardi di dismissioni immobiliari occultate
nei dati tendenziali, cioè di entrate, che sarà impossibile
realizzare. Già quest’anno, infatti, mancano all’appello circa 7
miliardi di proventi da immobili, a riprova che questa fonte di
introito si è ormai praticamente esaurita. A conferma di questa
tendenza negativa la scorsa settimana l’Istat ha comunicato che il
rapporto deficit/Pil del primo semestre 2005 è pari al 5,1 per cento.
Per centrare l’obiettivo del 3,8 per cento sarebbe
pertanto servita una correzione di circa 22 miliardi di euro. Se poi
si passa dall’analisi quantitativa della manovra di finanza pubblica a
quella qualitativa le cose vanno molto peggio. Dei tagli alle spese
che ammontano a 12,7 miliardi soltanto quelli relativi alla sanità
(2,5 miliardi) e agli enti locali (3,1 miliardi) sono effettivi,
mentre quelli relativi ai ministeri, pari a 6,2 miliardi sono in larga
misura aleatori. In particolare non risultano credibili i tagli alle
spese per acquisti di beni e servizi. Come ha documentato la Corte dei
Conti in materia di contenimento di questa tipologia di spesa le
politiche del governo sono miseramente fallite, anzi i rinvii di spesa
indotti dalle misure adottate a partire dal 2003 hanno addirittura
fatto esplodere le erogazioni di cassa. Nella sostanza i tagli si
traducono in rinvii di spesa che si scaricano sugli esercizi
successivi. Del resto non poteva che essere così: le spese di
finanziamento della pubblica amministrazione possono essere certamente
razionalizzate ma non è immaginabile realizzare risparmi della
dimensione sbandierata dal governo, tranne che non si decida di
ridurre drasticamente funzioni e strutture del settore pubblico. Anche
i 4-5 miliardi di maggiori entrate previste dalla legge finanziaria
sono di incerta realizzazione. Si tratta di una miriade di misure in
molti casi assolutamente vaghe e che quasi sempre rinviano a
successivi interventi di regolazione che, come insegna l’esperienza di
quest’anno (in materia di studi di settore e di lotta all’evasione),
su pressione delle lobby interessate, finiscono per non essere
adottati.
Per quanto attiene la lotta all’evasione c’è,
infine, da sottolineare che, sulla base di regolamenti Eurostat i
relativi proventi stimati non possono essere contabilizzati
all’interno della manovra di finanza pubblica. Detto in altre parole,
prima si verifica se le risorse previste per la lotta all’evasione
sono state effettivamente incassate e solo dopo se ne può disporre. Le
maggiori entrate meno aleatorie, realisticamente, si riducono quindi a
quelle derivanti da un’ulteriore riforma dei giochi e scommesse, dalla
svalutazione dei crediti delle banche, dagli introiti della cosiddetta
imposta sui tubi che, se non verrà cancellata per motivi di
illegittimità, si tradurrà inevitabilmente in maggiori oneri a carico
dei consumatori. A fronte di questo quadro di coperture così aleatorio
e della decisione di nuove spese e minori entrate (queste sì certe)
per un ammontare di 11 miliardi si può stimare un peggioramento del
disavanzo tendenziale (che, come si è detto, nella realtà vicino al 6
per cento) di circa mezzo punto di Pil. L’eredità che questa
legislatura consegna alla prossima è pesantissima: per rispettare gli
impegni presi a Bruxelles sarà necessaria una correzione di circa 3,5
punti di Pil – cioè di oltre 50 miliardi di euro (100.000 miliardi
delle vecchie lire).
Nuove spese e minori entrate
Il grosso delle risorse per riduzioni fiscali e contributive e nuove
spese (4,5 miliardi) vanno alla proroga di vecchie agevolazioni (Irap
per l’agricoltura, accise, ristrutturazioni edilizie, ecc.), e alle
imprese che ottengono la riduzione di un punto di contribuzione per
oneri improprie e le compensazioni per lo sblocco del Tfr. Le famiglie
ricevono solo 1,14 miliardi di euro di cui ancora non è stata decisa
la distribuzione. Si tratta di una cifra inferiore al 40 per cento del
drenaggio fiscale che l’erario continua ad incassare indebitamente da
lavoratori e pensionati.
I tagli agli enti locali
Il colpo di scure che si abbatte sugli enti locali è micidiale: i
bilanci del 2006 dovranno prevedere una spesa corrente complessiva non
superiore a quella definitivamente assestata dell’esercizio 2004,
ridotta del 6,7 per cento. Anche le spese per investimenti devono
essere radicalmente contenute e gli eventuali sforamenti devono essere
detratti dalla spesa corrente. L’intervento del governo è chiaro:
scaricare tutti gli oneri dell’aggiustamento sui governi locali, in
larghissima misura di centro-sinistra.
Disattese le richieste del sindacato
Tutte le richieste del sindacato vengono completamente ignorate. Il
drenaggio fiscale non viene restituito, i pensionati non ottengono
l’ampliamento della no-tax area, non viene affrontato il tema della
non autosufficienza. Inoltre le famiglie subiranno gli effetti
drammatici dei tagli ai trasferimenti agli enti locali e alla sanità.
Si rinuncia a colpire le rendite finanziarie, comprese quelle
derivanti da spericolate operazioni speculative e non si fa nulla per
alleviare gli effetti negativi dell’aumento del prezzo del petrolio
sui bilanci delle famiglie. Anche le misure per lo sviluppo non
tengono conto delle priorità indicate dalle confederazioni. Si agisce
solo sul costo del lavoro e per di più in modo non selettivo, col
risultato che alle aziende in crisi non arriverà neanche una modesta
boccata di ossigeno. Non si fa nulla per innovare il nostro apparato
produttivo e si affronta il tema cruciale della ricerca con l’obolo
del 5 per mille. A fronte del diffondersi di gravi crisi aziendali non
si stanziano adeguate risorse per gli ammortizzatori sociali. Infine
rimodulazioni e rinvii di spesa peseranno negativamente su incentivi
alle imprese e investimenti pubblici. Particolarmente gravi sono le
rimodulazioni relative al fondo da cui si attingono le risorse per i
cofinanziamenti degli interventi dei fondi comunitari. Il fondo viene
tagliato per 6 miliardi il prossimo anno, 4 per il 2007 e 5 il 2008.
Si riduce così in modo drastico la possibilità di utilizzare i fondi
europei con particolare danno per il Mezzogiorno.
Affidare, infine, a ulteriori 3 miliardi di
dismissioni immobiliari il finanziamento del piano italiano per
realizzare gli obiettivi di Lisbona è un vero e proprio insulto
all’intelligenza. Si tratta di entrate del tutto virtuali perché si
aggiungono a ben altri 6 miliardi di proventi da vendita di immobili
che sono inseriti nei tendenziali del prossimo anno. Ci troviamo
ancora una volta in presenza di una finanziaria che affronta il tema
dello sviluppo solo propagandisticamente e che peggiora i già precari
equilibri di finanza pubblica aumentando l’incertezza sul futuro di
imprese e famiglie e esponendo il paese a ulteriori consistenti oneri
per l’aumento degli interessi sul debito pubblico che con tutta
probabilità, sarà richiesto dai mercati. |