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Finanziaria 2006

Perché la manovra non va

di Beniamino Lapadula

La legge finanziaria 2006 aggrava la situazione dei conti pubblici, non contiene misure in grado di realizzare lo sviluppo e scarica i costi delle misure correttive sui ceti più deboli.

Conti pubblici
Come facilmente prevedibile l’esaurimento delle numerose misure una-tantum adottate nei primi anni della legislatura hanno messo a nudo il grave dissesto della finanza pubblica che ha costretto il governo italiano ad assumere in sede europea l’impegno di conseguire un rapporto indebitamento Pil pari al 3,8 per cento nel 2006 e al 2,8 per cento nel 2007. Poiché il disavanzo tendenziale del prossimo anno è ben più consistente di quello stimato, l’importo della correzione pari a 11,5 miliardi decisa in finanziaria non è sufficiente. A fronte di un disavanzo 2006 cifrato dal governo al 4,6 per cento, infatti, il Fondo monetario internazionale indica il 5,1 per cento, stima che non tiene conto di circa 6 miliardi di dismissioni immobiliari occultate nei dati tendenziali, cioè di entrate, che sarà impossibile realizzare. Già quest’anno, infatti, mancano all’appello circa 7 miliardi di proventi da immobili, a riprova che questa fonte di introito si è ormai praticamente esaurita. A conferma di questa tendenza negativa la scorsa settimana l’Istat ha comunicato che il rapporto deficit/Pil del primo semestre 2005 è pari al 5,1 per cento.

Per centrare l’obiettivo del 3,8 per cento sarebbe pertanto servita una correzione di circa 22 miliardi di euro. Se poi si passa dall’analisi quantitativa della manovra di finanza pubblica a quella qualitativa le cose vanno molto peggio. Dei tagli alle spese che ammontano a 12,7 miliardi soltanto quelli relativi alla sanità (2,5 miliardi) e agli enti locali (3,1 miliardi) sono effettivi, mentre quelli relativi ai ministeri, pari a 6,2 miliardi sono in larga misura aleatori. In particolare non risultano credibili i tagli alle spese per acquisti di beni e servizi. Come ha documentato la Corte dei Conti in materia di contenimento di questa tipologia di spesa le politiche del governo sono miseramente fallite, anzi i rinvii di spesa indotti dalle misure adottate a partire dal 2003 hanno addirittura fatto esplodere le erogazioni di cassa. Nella sostanza i tagli si traducono in rinvii di spesa che si scaricano sugli esercizi successivi. Del resto non poteva che essere così: le spese di finanziamento della pubblica amministrazione possono essere certamente razionalizzate ma non è immaginabile realizzare risparmi della dimensione sbandierata dal governo, tranne che non si decida di ridurre drasticamente funzioni e strutture del settore pubblico. Anche i 4-5 miliardi di maggiori entrate previste dalla legge finanziaria sono di incerta realizzazione. Si tratta di una miriade di misure in molti casi assolutamente vaghe e che quasi sempre rinviano a successivi interventi di regolazione che, come insegna l’esperienza di quest’anno (in materia di studi di settore e di lotta all’evasione), su pressione delle lobby interessate, finiscono per non essere adottati.

Per quanto attiene la lotta all’evasione c’è, infine, da sottolineare che, sulla base di regolamenti Eurostat i relativi proventi stimati non possono essere contabilizzati all’interno della manovra di finanza pubblica. Detto in altre parole, prima si verifica se le risorse previste per la lotta all’evasione sono state effettivamente incassate e solo dopo se ne può disporre. Le maggiori entrate meno aleatorie, realisticamente, si riducono quindi a quelle derivanti da un’ulteriore riforma dei giochi e scommesse, dalla svalutazione dei crediti delle banche, dagli introiti della cosiddetta imposta sui tubi che, se non verrà cancellata per motivi di illegittimità, si tradurrà inevitabilmente in maggiori oneri a carico dei consumatori. A fronte di questo quadro di coperture così aleatorio e della decisione di nuove spese e minori entrate (queste sì certe) per un ammontare di 11 miliardi si può stimare un peggioramento del disavanzo tendenziale (che, come si è detto, nella realtà vicino al 6 per cento) di circa mezzo punto di Pil. L’eredità che questa legislatura consegna alla prossima è pesantissima: per rispettare gli impegni presi a Bruxelles sarà necessaria una correzione di circa 3,5 punti di Pil – cioè di oltre 50 miliardi di euro (100.000 miliardi delle vecchie lire).

Nuove spese e minori entrate
Il grosso delle risorse per riduzioni fiscali e contributive e nuove spese (4,5 miliardi) vanno alla proroga di vecchie agevolazioni (Irap per l’agricoltura, accise, ristrutturazioni edilizie, ecc.), e alle imprese che ottengono la riduzione di un punto di contribuzione per oneri improprie e le compensazioni per lo sblocco del Tfr. Le famiglie ricevono solo 1,14 miliardi di euro di cui ancora non è stata decisa la distribuzione. Si tratta di una cifra inferiore al 40 per cento del drenaggio fiscale che l’erario continua ad incassare indebitamente da lavoratori e pensionati.

I tagli agli enti locali
Il colpo di scure che si abbatte sugli enti locali è micidiale: i bilanci del 2006 dovranno prevedere una spesa corrente complessiva non superiore a quella definitivamente assestata dell’esercizio 2004, ridotta del 6,7 per cento. Anche le spese per investimenti devono essere radicalmente contenute e gli eventuali sforamenti devono essere detratti dalla spesa corrente. L’intervento del governo è chiaro: scaricare tutti gli oneri dell’aggiustamento sui governi locali, in larghissima misura di centro-sinistra.


Disattese le richieste del sindacato
Tutte le richieste del sindacato vengono completamente ignorate. Il drenaggio fiscale non viene restituito, i pensionati non ottengono l’ampliamento della no-tax area, non viene affrontato il tema della non autosufficienza. Inoltre le famiglie subiranno gli effetti drammatici dei tagli ai trasferimenti agli enti locali e alla sanità. Si rinuncia a colpire le rendite finanziarie, comprese quelle derivanti da spericolate operazioni speculative e non si fa nulla per alleviare gli effetti negativi dell’aumento del prezzo del petrolio sui bilanci delle famiglie. Anche le misure per lo sviluppo non tengono conto delle priorità indicate dalle confederazioni. Si agisce solo sul costo del lavoro e per di più in modo non selettivo, col risultato che alle aziende in crisi non arriverà neanche una modesta boccata di ossigeno. Non si fa nulla per innovare il nostro apparato produttivo e si affronta il tema cruciale della ricerca con l’obolo del 5 per mille. A fronte del diffondersi di gravi crisi aziendali non si stanziano adeguate risorse per gli ammortizzatori sociali. Infine rimodulazioni e rinvii di spesa peseranno negativamente su incentivi alle imprese e investimenti pubblici. Particolarmente gravi sono le rimodulazioni relative al fondo da cui si attingono le risorse per i cofinanziamenti degli interventi dei fondi comunitari. Il fondo viene tagliato per 6 miliardi il prossimo anno, 4 per il 2007 e 5 il 2008. Si riduce così in modo drastico la possibilità di utilizzare i fondi europei con particolare danno per il Mezzogiorno.

Affidare, infine, a ulteriori 3 miliardi di dismissioni immobiliari il finanziamento del piano italiano per realizzare gli obiettivi di Lisbona è un vero e proprio insulto all’intelligenza. Si tratta di entrate del tutto virtuali perché si aggiungono a ben altri 6 miliardi di proventi da vendita di immobili che sono inseriti nei tendenziali del prossimo anno. Ci troviamo ancora una volta in presenza di una finanziaria che affronta il tema dello sviluppo solo propagandisticamente e che peggiora i già precari equilibri di finanza pubblica aumentando l’incertezza sul futuro di imprese e famiglie e esponendo il paese a ulteriori consistenti oneri per l’aumento degli interessi sul debito pubblico che con tutta probabilità, sarà richiesto dai mercati.

(Rassegna sindacale, n. 37, www.rassegna.it, 14 ottobre 2005)

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