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Digitale terrestre, pluralismo di idee,
concorrenza televisiva, quote di mercato pubblicitario. Negli ultimi
tempi il sistema radiotelevisivo italiano e quello spagnolo si sono
trovati a confrontarsi sugli stessi argomenti. E forse mai come questa
volta, proprio grazie all’impietoso parallelismo, la vistosa anomalia
che impesta l‘etere italiano è apparsa in tutta la sua gravità.
All’inizio della scorsa settimana il Governo Zapatero ha approvato un
progetto di riforma del sistema dei media spagnoli. La parola d’ordine
era e rimane “maggior pluralismo”, la stessa che da anni sentiamo
ripetere da Maurizio Gasparri. I provvedimenti presi da Madrid, però,
non potrebbero essere più lontani da quelli contenuti nella riforma
che porta il nome del nostro ministro delle Comunicazioni. La nuova
dottrina Zapatero, infatti, sembra nascere da un riflesso di
autodifesa. Il Governo tende a rivalutare la propria identità
nazionale e vuole reagire ad un processo di pericolosa modernizzazione
coatta dal punto di vista comunicativo. In parole povere Zapatero ha
deciso di difendersi dalla “Telebasura”, il peggio del trash
televisivo. Un prodotto che abbonda in Spagna come in Italia, ma che
anche nel Paese iberico molto spesso porta l’etichetta del “made in
Italy”. Il mercato televisivo spagnolo è infatti bloccato da anni. La
televisione pubblica TVE è sull’orlo del fallimento, con un debito
accumulato di 7,5 miliardi di euro, mentre il settore privato è
dominato dai due gruppi (Telecinco e Antena 3), entrambi guidati da
cordate estere, e nella fattispecie italiane. Rispettivamente si
tratta di Mediaset per Telecinco e del gruppo De Agostini, nella
persona di Maurizio Carlotti (ex Amministratore delegato di Fininvest)
per Antena 3. I due gruppi, in pochi anni, hanno surclassato i canali
pubblici grazie ad ascolti in crescita, che hanno inevitabilmente
portato a sempre maggiori introiti pubblicitari. Una situazione a dir
poco pericolosa, soprattutto perché le due cordate italiane non
offrono certo alla Spagna il meglio della nostra cultura.
La reazione di Madrid è stata dunque quella di
rovesciare il “teorema Gasparri”: più abbondanza di contenuti e più
dinamismo degli apparati sono la conseguenza e non la causa del
governo del sistema da parte dell’interesse pubblico. In parole
povere, la riforma proposta da Zapatero punta ad una combinazione di
maggioranze qualificate in grado di sottrarre la Tv alle cupidigie di
qualsiasi esecutivo, ad una maggiore qualità dei linguaggi ma anche ad
una maggiore competitività del prodotto nazionale in vista della
transizione al digitale. E’ un’impostazione da “sistema paese” che
accosta il riassetto di TVE (due canali in chiaro e accelerazione del
processo di digitalizzazione) con la riorganizzazione di EFE,
l’agenzia nazionale d’informazione spagnola. Insomma, siamo di fronte
a qualcosa che ha veramente l’aspetto di una legge sulla Tv degna di
uno Stato moderno. In cui obiettivi e mezzi sono trasparenti e
funzionali e, soprattutto, in cui l’equilibrio fra pluralismo e
modernità non è semplicemente uno slogan elettorale.
Ma veniamo all’Italia. Giovedì 3 marzo si è assistito al canto del
cigno dell’Authority per le comunicazioni targata Enzo Cheli. A pochi
giorni dalla fine del suo mandato, dopo sette anni in cui è riuscita a
risolvere poco o niente, l’Autorità ha concluso il
“processo-istruttoria” contro Rai, Mediaset e Publitalia
(concessionaria pubblicitaria del gruppo Berlusconi). Le tre aziende
sono state dichiarate colpevoli di fagocitare la quasi totalità delle
risorse pubblicitarie dell’editoria italiana e quindi di essere un
insormontabile ostacolo al pluralismo delle idee. Rai e Mediaset -
così è stato deciso - dovranno dunque spingere sul digitale terrestre
per moltiplicare i canali e assegnare il 40% delle nuove reti
disponibili ad editori indipendenti. La Rai, inoltre, sarà costretta a
creare una rete in digitale terrestre di largo ascolto e libera da
spot, mentre Mediaset dovrà ridurre la pubblicità sui nuovi canali e
raccogliere spot per i canali via etere e per quelli digitali con
forze e società separate. Fin qui tutto bene. Il problema è che l’Authority
morente lascia il compito dell’attuazione e del monitoraggio di questo
nuovo corso al Governo. L’Esecutivo Berlusconi, però, ha già
legiferato in materia nel 2004: fa fede il famigerato ed
insoddisfacente testo della Legge Gasparri. Cheli, in realtà, aveva
per legge tutti i mezzi per correggere la rotta. Ma non lo ha fatto.
Ha preferito chiudere la sua timida esperienza di garante come l’ha
vissuta per l’intera durata del suo mandato, scaricando la patata
bollente nelle mani del Governo. Tutto lascia dunque prevedere che
molto probabilmente le cose resteranno come sono. Ma c’è di più: il 10
marzo scade il mandato dell’Authority, ed ancora non si è trovato un
accordo sulla successione. Si rischia perciò di affrontare il periodo
di par condicio per le prossime elezioni regionali in stato di vacatio,
senza alcun tipo di controllo.
Insomma, la differenza tra Italia e Spagna è tutta qui: il sistema
italiano è gravemente malato ma in pochi si apprestano a soccorrerlo,
quello spagnolo invece, nel bene o nel male, sembra aver trovato un
salvatore. Il premier socialista Zapatero aveva annunciato di voler
ridisegnare le regole ed il panorama dei media. Lo sta facendo. In
Italia la faccenda appare un po’ più complicata… |