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Torniamo a parlare della Zanon e dei suoi operai.
Che continuano a lottare perché la fabbrica che occuparono quattro
anni fa (quando il padrone l’aveva abbandonata) resti viva, nelle loro
mani, e produca. La vicenda dello stabilimento di ceramiche argentino,
infatti, non s’è conclusa coi titoli di coda del bel documentario di
Avi Lewis e Naomi Klein (The Take) che l’anno scorso fu proiettato in
tutto il mondo. Al momento 470 operai della fabbrica di Neuquén
(provincia della Patagonia) mandano avanti la produzione in attesa di
un pronunciamento legale definitivo. E sembra che abbiano tutto il
mondo contro: i giudici, l’ex padrone Luigi Zanon (di origini
italiane) che rivuole la fabbrica dopo averla abbandonata durante la
crisi del 2001, il governo provinciale, quello
federale che tace, le forze dell’ordine e anche quelle del disordine,
visto che poco tempo fa le mogli di due operai sono state sequestrate
e malmenate a scopo intimidatorio. Una battaglia contro poteri forti,
insomma, che ha indotto i lavoratori della Zanon – ora ribattezzata
Fasinpat (Fábrica sin Patrones) e inserita nel movimento delle
imprese recuperate argentine – a chiedere appoggio e solidarietà
internazionale ai sindacati e alle associazioni più sensibili al tema.
Così è nato il viaggio a Roma di Cristian Moya, rappresentante
dell'ufficio stampa della fabbrica, promosso dal Progetto Sur Onlus.
Nella capitale Moya ha incontrato personalità del sindacato ed è stato
anche ricevuto dall’ambasciatore argentino Victorio Taccetti,
ottenendo quaggiù un dialogo con le istituzioni che in patria sembra
più complicato.
Nel corso di una conferenza stampa presso la Casa della Cultura, Moya
ha raccontato questi anni di autogestione e gli incredibili risultati
raggiunti. Nell’ottobre del 2001, quando gli operai occuparono la
fabbrica in risposta alla serrata per insolvenza di Zanon (poi
condannata dalla magistratura), si ritrovarono in uno stabilimento
semiabbandonato, con macchinari impolverati e alle spalle un passato
industriale di primo piano (produceva un milione di metri quadri
mensili) del quale non si vedeva più traccia. In quattro anni quei 250
non solo hanno conservato il posto, ma sono diventati 470. Hanno
rimesso in funzione le macchine, portando la produzione a 320 mila
metri quadri mensili. «Ora siamo al 30% della capacità produttiva»,
spiega Moya, aggiungendo con fierezza che il tasso d’infortuni sul
lavoro è diminuito del 95%: «Prima si verificavano 300 incidenti e 14
morti all’anno; adesso soffriamo principalmente delle malattie
respiratorie che abbiamo ereditato dalla gestione passata». Il salario
medio (e d’ingresso) s’aggira attorno agli 800 pesos: circa cento in
più rispetto alla media dell’industria argentina. Anche il modo di
lavorare è cambiato. «Forse – ammette Moya – è più difficile che in
passato. Io lavoro alla Zanon da 9 anni e mi sono reso conto che la
produzione collettiva si arena ogni volta che emergono gli
individualismi. Però andiamo avanti, non indietro». La fabbrica è
gestita da coordinatori: ce n’è uno per ogni segmento (produzione,
amministrazione, cucina ecc.). Sono loro a stabilire i carichi di
lavoro giorno per giorno. Le decisioni più importanti, come bilancio e
assegnazione dei salari, vengono discusse in assemblea plenaria.
Insomma una cooperativa orizzontale a tutti gli effetti, anche se i
giudici le hanno negato lo status legale.
La comunità locale poi – racconta ancora Moya – l’appoggia fino in
fondo: nonostante il diktat di Zanon, i fornitori hanno ripreso ad
approvvigionare dell’indispensabile materia prima la fabbrica, che redistribuisce parte degli utili tra la cittadinanza. Ricevendo in
cambio una difesa anche materiale, com’è accaduto durante tutti i
tentativi di sgombero deliberati dalla magistratura e falliti per
l’opposizione di migliaia di persone. Gli operai, inoltre, avevano
stretto un accordo con la comunità Mapuche per lo sfruttamento
dell’argilla sul territorio dei nativi. Poi il governo provinciale ha
trasformato la zona in riserva naturale e l’intesa è andata in fumo.
Ma i Mapuche sono ancora dentro alla fabbrica: nelle fantasie
ricalcate sulle ceramiche, infatti, i soldati romani prediletti da
Zanon sono stati rimpiazzati dai disegni dell’arte indigena.
Si diceva dei giudici.
Moya ha spiegato che lo scorso 15 maggio la magistratura ha
aperto una sorta di procedura fallimentare (tecnicamente “cramdown”),
grazie alla quale una società avrebbe potuto acquisire la Zanon
assumendone i debiti. Non si è presentato nessun candidato. Due giorni
dopo la scadenza dei termini legali, però, si sono fatti vivi la
moglie e il figlio di Luigi Zanon presentando un’offerta d’acquisto.
Gli operai – spiega Moya – sostengono che la proposta dei Zanon è
irricevibile e insistono che la strada maestra sia quella del
riconoscimento della cooperativa in via transitoria da parte dei
giudici, e poi dell’approvazione di una legge sull’esproprio e la
statalizzazione delle imprese recuperate “sotto il controllo operaio”.
Al riguardo due progetti di legge sono in discussione al Senato
federale di Buenos Aires e nella legislatura provinciale. Il tutto –
evidenzia ancora Moya - «nell’assoluto silenzio del presidente
Kirchner, che in tre anni non s’è mai pronunciato sulla vicenda». «La
fabbrica funziona ed è apprezzata in tutto il paese. Quindi il nostro
problema non è economico, ma politico e ideologico», chiosa Moya.
Gli operai della Zanon fanno parte di un movimento
che raccoglie, ad oggi, 190 imprese recuperate in tutta l’Argentina.
Da grandi fabbriche come quella di Neuquén ad alberghi con 50
dipendenti fino a microimprese con pochi impiegati. |