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Sul tema del declino industriale del nostro paese
circolano varie affermazioni che si possono compendiare come segue: 1)
Il declino non esiste; 2) quel che sembra un declino è, in realtà, una
trasformazione del sistema economico; 3) il fatto che l’industria
italiana sia per metà in mani straniere non è un segno di declino:
l’importante è che la produzione continui a svolgersi nel nostro paese;
4) anche se l’industria dovesse scomparire non importa: il futuro
appartiene ai servizi. Per ciascuna di tali affermazioni riassumerò le
ragioni per cui mi pare che esse non poggino su basi solide.
1) Tra i segni di declino che non si possono ignorare vanno collocati la
crescita esigua del Pil; la stagnazione della produzione industriale in
quasi tutti i principali settori; la diminuzione in un decennio di oltre
un punto e mezzo della quota italiana delle esportazioni nel mondo, dal
4,6 al 3 per cento.
Per documentarsi sul declino sono inoltre disponibili molti rapporti
sullo stato della nostra economia che escono da centri di ricerca
europei, sia pubblici che privati. Nell’insieme essi dicono che la
mancanza di competitività dell’economia italiana è dovuta a serie
debolezze strutturali. La prima delle quali è che il 95 per cento delle
imprese italiane hanno meno di 10 dipendenti, per cui non sono in grado
di fare né ricerca & sviluppo ad alto livello, né formazione del
personale.
2) Le nove imprese industriali italiane citate nell’elenco delle
Global 1000, le prime mille società del mondo classificate in base
al loro valore di mercato, producono i beni e i servizi descritti dalla
loro ragione sociale, più o meno come hanno fatto sin dalla nascita.
Detto altrimenti, esse non si sono trasformate affatto, nel senso di
avere costituito entro di sé sotto-settori che, a fronte di una crisi di
lungo periodo delle produzioni tradizionali, assicurerebbero comunque la
sopravvivenza e la crescita del gruppo.
Resterebbe, dalla parte dell’ipotesi “non declino ma mi trasformo”,
l’obiezione che le imprese industriali italiane sono ormai quasi tutte
piccole-medie imprese, nessuna delle quali ha una stazza sufficiente per
entrare nell’elenco delle Global 1.000. Il che equivale a dire che
l’industria italiana c’è, ed è solida, ma le sue unità hanno –
volutamente e felicemente – dimensioni troppo limitate per poter essere
captate dalle grezze lenti delle classifiche internazionali. Da cui
segue una stravagante implicazione: l’Italia sarebbe l’unico paese al
mondo che insiste a definirsi industriale non avendo più imprese
industriali capaci di far ricerca e sviluppo su larga scala; di reggere
alla concorrenza internazionale grazie alla novità e alla qualità dei
suoi prodotti, piuttosto che alla compressione del costo del lavoro; e
di mantenere in mano propria, piuttosto che consegnare a gruppi
economici di altri paesi, i centri di governo delle loro attività.
3) Negli ultimi mesi si sono susseguite notizie relative alla chiusura o
al ridimensionamento di aziende o stabilimenti controllati da
multinazionali straniere, con perdita immediata o prevedibile di
migliaia di posti di lavoro. Sono segnali di una situazione del tutto
anomala che caratterizza la nostra industria. L’Italia è infatti il solo
paese Ue in cui quasi metà dell’industria chimica, farmaceutica,
alimentare, elettrotecnica di gamma alta, degli elettrodomestici, della
telefonia mobile ecc. è controllata da imprese estere. Anche la
siderurgia ha imboccato tale strada, con la cessione delle acciaierie
Lucchini ai russi della Severstal, dopo la cessione tempo addietro della
Acciai Speciali Terni alla ThyssenKrupp.
L’evidenza suggerisce che l’Italia riceve dall’estero pochi
investimenti, e ne effettua ancor meno in altri paesi. Nel 2003 essa ha
ricevuto appena 16,4 miliardi di dollari di investimenti diretti
all’estero (Ide), e ne ha effettuati la miseria di 9,1. La Francia ne ha
ricevuti quasi tre volte tanti, 46,9 miliardi di dollari, e ne ha
effettuati quattro volte di più, cioè 57,2 miliardi. Inoltre, come
avviene da tempo, gli investimenti ricevuti dall’Italia non sono stati
in quasi nessun caso del tipo green field, consistenti cioè
nell’apertura dal nulla di nuove unità produttive, con relativa
creazione di posti di lavoro addizionali. Sono consistiti semplicemente
nell’acquisto di aziende già in attività, con effetti minimi, e talora
negativi, sull’occupazione.
Sembrerebbe quindi che aver passato nelle mani di imprese estere quasi
metà dei nostri principali settori industriali ci abbia portato in casa
il peggio della globalizzazione, cioè la dipendenza da soggetti
economici lontani e irresponsabili; un avvìo, in altre parole, allo
stato di un paese che rischia di essere, al tempo stesso, sia
colonizzato che povero.
4) Ad onta degli apologeti del post-industriale e della società dei
servizi, l’industria manifatturiera rappresenta tuttora, e continuerà a
essere nei prossimi decenni, un settore centrale dell’economia. Chi
insista sul fatto che l’occupazione nell’industria è scesa, con
variazioni da un paese all’altro, dal 30-35 al 15 per cento in pochi
decenni, e su questa base formula una diagnosi di scomparsa
dell’industria nei paesi sviluppati, è vittima per tre quarti di un
abbaglio statistico. Un recente documento della Commissione Europea,
dedicato alla “La politica industriale in un’Europa allargata”, coglieva
bene il problema. In una sezione dedicata a “L’industria come fonte
della ricchezza in Europa” si leggeva infatti: “In anni recenti la
struttura produttiva europea ha subito notevoli trasformazioni. La quota
del settore dei servizi nella produzione dell’Ue è passata dal 52 per
cento nel 1970 al 71 nel 2001, mentre nello stesso periodo la quota
dell’industria manifatturiera è diminuita dal 30 al 18 per cento” … Per
effetto di questa ‘terziarizzazione’ i politici hanno riservato poca
attenzione all’industria manifatturiera, in base alla diffusa ma erronea
convinzione che nell’economia basata sulla conoscenza e nella società
dell’informazione e dei servizi l’industria manifatturiera non svolga
più un ruolo essenziale …”. Di fatto, tanto la quota complessiva sul Pil
del valore aggiunto dell’industria manifatturiera e dei servizi alle
imprese, che in gran parte sono diretti proprio ad essa, quanto la quota
complessiva dell’occupazione nei due settori, sono aumentati tra il ‘91
e il ‘99 nei paesi Ue: dal 66,4 al 68 per cento per quanto riguarda il
valore aggiunto di manifattura e servizi all’imprese, e dal 57,9 al 58,4
per quanto attiene all’occupazione dei due settori sul totale degli
occupati. Ne segue che al centro di qualsiasi politica industriale
dovrebbero essere tuttora collocati i problemi della grande industria
manifatturiera. Quella appunto che in Italia rischia di scomparire. Con
possibile grave danno anche per il settore dei servizi, visto che due
terzi di essi sono richiesti dall’industria.
Posto che il declino industriale dell’Italia sembra davvero esistere, si
tratta di vedere come si potrebbe uscirne. Un primo passo dovrebbe
consistere nel farsi venire delle idee in tema di politica economica e
industriale. Un secondo passo, altrettanto indispensabile, starebbe nel
predisporre i mezzi per attuarle. E qui la strada si presenta davvero
impervia. Le idee al riguardo non nascono dal nulla. Nascono – così
accade in Francia, Germania, Gran Bretagna – da un dialogo sistematico e
permanente tra ministeri, enti territoriali, atenei, istituti di ricerca
scientifica e tecnologica pubblici e privati, sindacati, associazioni
imprenditoriali, unioni professionali. Un dialogo diretto a far emergere
quali sono i punti di forza e di debolezza di un’economia, e quali sono
gli spazi in cui concentrare le risorse disponibili per avviare poli di
competenza e reti di sviluppo con elevati livelli di integrazione
interna ed esterna. Duole dirlo, ma i duecento distretti industriali
italiani – sulle cui virtù salvifiche sono stati molti a illudersi – al
confronto con meraviglie industriali come il polo aeronautico di Tolosa,
la Optics Valley a sud-est di Parigi, o il distretto biotecnologico
dell’area di Monaco di Baviera, appaiono, forse con una decina scarsa di
eccezioni, in ritardo di trent’anni. E non già perché da noi manchino
tecnici, scienziati, imprenditori e lavoratori di prim’ordine. Piuttosto
perché manca sia l’iniziativa che un’idonea strumentazione organizzativa
da parte del governo e dello Stato. Se mai venissero elaborate, quelle
tali idee di politica economica avrebbero bisogno di organi operativi
per essere tradotte in realtà. Ma quali ministeri potrebbero operare in
Italia a tale scopo, con i propri mezzi o inventando nuove forme di
organizzazione? Il ministero dell’Economia gestisce il patrimonio di cui
lo Stato è ancora proprietario con lo spirito imprenditoriale di un
amministratore di condominio. Basti pensare alla vicenda Alitalia, alla
cui crisi decennale il ministero ha semplicemente assistito, anche
quando controllava ancora il 100 per cento del capitale. Il ministero
delle Attività Produttive si articola in ben 11 direzioni generali, di
cui una sola, la Direzione generale per lo sviluppo produttivo e
competitività, include tra le sue competenze l’“elaborazione e
attuazione e interventi di politiche industriali nazionali e
internazionali”, insieme con decine di altre. In Francia si osserva
invece come, a sottolineare l’importanza che ad essa viene attribuita
nell’organigramma ministeriale, la politica industriale sia affidata a
un ministro delegato, dei tre che in tutto costituiscono, insieme con il
ministro segretario di Stato, il consiglio direttivo del Ministère de
l’Economie, des Finances et – vedi caso – de l’Industrie.
Quanto al nostro ministero per l’Innovazione Scientifica e Tecnologica,
esso si occupa quasi esclusivamente di informatica, una tecnologia certo
di importanza primaria, se non fosse che ne esistono oggi decine di
altre parimenti importanti. Infine il ministero per l’Università e la
Ricerca Scientifica e Tecnologica appare impegnato in prevalenza a
produrre norme e decreti, compresi quelli che istituiscono distretti
tecnologici che avranno forse un brillante avvenire, ma per ora sono
formati da valenti quanto ristrette pattuglie di ricercatori e di
tecnici.
Una politica volta a rilanciare su nuove basi la capacità industriale
italiana dovrebbe dunque cominciare con una profonda riforma della
struttura e delle competenze dei ministeri. E forse anche con
l’istituzione di apposite agenzie per lo sviluppo di poli o reti di
competenza, tipo la Délégation à l’aménagément du territoire et à
l’action régionale costituita sin dal 1963 in Francia. Su questo
punto, naturalmente, gli ostacoli sono politici, ben più che economici.
E gli interventi governativi per rilanciare la competitività di cui si è
finora parlato sembrano un placebo, più che l’energica cura di cui il
paese avrebbe bisogno. |