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E’ in via di conclusione la prima parte di una
ricerca della Flai sul lavoro migrante in Basilicata nel segmento
agricolo del pomodoro. Un microcosmo utile a disvelare un mondo a noi
così lontano, ma tanto vicino da doverlo assumere come riferimento per
future analisi e iniziative. Un microcosmo difficile da raccontare,
che trova scarsa udienza e nessuna rappresentanza. Gli stessi istituti
di ricerca stentano a dargli valore: tra chi non ne intercetta
l’esistenza e chi ne stravolge i connotati. Cominciamo subito col dire
che, per avere un quadro esaustivo del fenomeno, ai lavoratori ormai
stabilizzati (anche se formalmente assunti a tempo determinato) e
residenti (molti dei quali professionalizzati, come potatori e
innestatori, che oltre alla lingua hanno acquisito antiche tecniche e
metodi in uso nei diversi contesti territoriali), bisogna aggiungere
gli addetti alla raccolta dei prodotti: spesso irregolari e
clandestini. Lavoratori transeunti: dalla raccolta del pomodoro in
Basilicata, della Puglia e della Campania a quella di ortofrutta nel
Salernitano e in Emilia-Romagna, alle mele nel Trentino.
A differenza dei primi, quelli impegnati nelle
raccolte si caratterizzano per una serie di fattori che vale la pena
esaminare. Tanto per cominciare, va detto che il lavoro migrante
equivale al 25-30 per cento del lavoro agricolo. Un “modello”
produttivo in cui la componente del lavoro nero e irregolare è
divenuta da tempo strutturale: collocandosi al 60 per cento, secondo
stime Istat, e raggiungendo anche punte del 90 per cento. Questo dato
accomuna lavoro migrante e autoctono: anche se per i lavoratori
immigrati provenienti da paesi comunitari (e non) si aggiungono
problemi ulteriori: conoscenza della lingua, sicurezza, condizioni
abitative e, soprattutto, problemi derivanti dallo stato giuridico.
Irregolari, nelle migliori delle ipotesi. Spesso clandestini. Perciò
invisibili. Alloggiati in situazioni di degrado assoluto, sono lì,
pronti a ogni chiamata. Irraggiungibili dal sindacato, ma non dalle
decine di migliaia di imprenditori agricoli piccoli, medi e grandi,
che li “assumono” al lavoro con retribuzioni di 25-28 euro (senza
altri oneri, tutto compreso) per ogni giornata di lavoro di 10 ore
almeno, a volte anche di 12 ore, sotto la pioggia o il sole cocente:
sempre. Per tutta la fase stagionale.
Irraggiungibili dal resto del mondo, ma non dai
caporali che li collocano al lavoro. Caporali? Forse bisognerà coniare
un altro termine, per darne senso e significato. I caporali indigeni
del passato non sono nulla rispetto a questi nuovi soggetti presenti
in Italia e in Europa. Dicono di fornire un servizio. Possiamo
chiamarlo così? Chi li usa, lo chiama in questo modo: servizio (chiavi
in mano). Personaggi in giacca e cravatta (non più con la coppola di
traverso in testa e il gilè di velluto marrone), che conoscono le
lingue, il sistema produttivo e le leggi da usare e distorcere a loro
uso. A una situazione del genere il governo ha risposto con la
Bossi-Fini e i decreti per far finta di governare i flussi. Norme
inadeguate e ipocrite, che invece di risolvere il problema lo
alimentano, in un gioco a nascondino in cui immigrati residenti in
Italia entrano ed escono dalla regolarità-clandestinità (lo dimostra
il fatto che, dopo la sanatoria del 2002, il numero dei lavoratori
immigrati regolari si è ridotto da 91.756 a 63.493, con buona pace del
governo e delle imprese agricole): regolari per il periodo
d’assunzione, irregolari e clandestini dopo il licenziamento, ma
disponibili sul mercato nero del lavoro e alla mercé di loschi
personaggi e di imprenditori che hanno deciso di concorrere sui
mercati, riducendo a quasi zero il costo del lavoro.
Una situazione, quella appena descritta, da cui si
può evincere quanto sia difficile realizzare processi di
“sindacalizzazione” tra i “raccoglitori” migranti. Per questo la Flai
ha avviato in queste settimane un progetto nazionale d’insediamento,
destinandovi risorse umane ed economiche, per portare politiche e
diritti tra tante persone che hanno la dimensione della politica e dei
diritti, ma pochi strumenti per esercitarli. La conferenza nazionale
della Cgil sull’immigrazione, che si è tenuta il 17 e 18 maggio, ha
evidenziato il maturare di una nuova consapevolezza tesa a contrastare
la scuola di pensiero che va sostenendo l’ovvio: cioè che i lavoratori
immigrati vanno considerati al pari degli altri. Una scuola di
pensiero che oltretutto è riduttiva, incapace di notare che per molti
lavoratori immigrati non si tratta di rivendicare diritti in modo
generico, ma di conquistare il diritto ad avere diritti, a poterli
riconoscere ed esercitare. E ciò ha bisogno di più attenzione, di
formazione, di rinnovata capacità contrattuale e di adeguati strumenti
organizzativi, purché non autoreferenziali ed esclusivi. |