Industria metalmeccanica

Tutta la crisi numero per numero

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Industria metalmeccanica / I dati 2004 dell'osservatorio Fiom

Tutta la crisi numero per numero

 

di Gianni Ferrante
Responsabile Ufficio economico Fiom

 

Articolo pubblicato su Rassegna Sindacale 
(n. 12, aprile 2005)

Le cronache testimoniano ormai ogni giorno le difficoltà del settore manifatturiero. In giro per l’Italia le cifre della crisi diventano fatti concreti, nomi e storie di aziende, persone, drammi che riempiono una casistica crescente di dismissioni e fallimenti. L’allarme dura ormai da oltre tre anni. Ciò nonostante il settore metalmeccanico resta il principale comparto dell’industria, realizzandone un po’ più del 40 per cento di valore aggiunto. Un dato strutturale importante controbilanciato però – a livello congiunturale – dal fatto che nei primi tre trimestri del 2004 la crescita del valore aggiunto del settore metalmeccanico (2,3 per cento) è diminuita rispetto al 2003 ed è stata inferiore a quella dei servizi (4,2 per cento) e dell’intero settore industriale (2,8 per cento). Anche in questo caso ci si trova di fronte a un dato di tipo strutturale, ovvero a una situazione che risente del dualismo esistente tra settori esposti alla concorrenza internazionale e settori “protetti”. Quest’ultimi sono spesso fornitori di imprese che devono concorrere a livello internazionale e queste, a loro volta, ne pagano le conseguenze con svantaggi competitivi.

Sono i primi rilievi presenti nel fascicolo n.14 dell’Osservatorio sull’industria metalmeccanica, promosso dall’Ufficio economico della Fiom nazionale. L’insoddisfacente andamento del settore metalmeccanico nel 2004 (il terzo anno consecutivo negativo) è conseguenza dell’andamento diverso dei principali comparti che lo compongono. Da un lato, i “Metalli e prodotti in metallo” (siderurgia e lavorati) e le “Macchine e apparecchi meccanici” (beni strumentali), che crescono rispetto al 2003 (rispettivamente, +2,1 per cento e +0,6 per cento nei primi 11 mesi). Dall’altro, i comparti delle “Macchine elettriche e ottiche” (-3,8 per cento) e i “Mezzi di trasporto” (-0,2 per cento), che subiscono contrazioni produttive. A questi dati si aggiunge una relativa crescita dei prezzi alla produzione (+4,4 per cento in ragione d’anno), concentrata soprattutto nel comparto dei metalli (11,5 per cento) e nei mezzi di trasporto (1,9 per cento).

Interessanti anche i dati su retribuzioni e costo del lavoro. Nel 2004 gli stipendi sono cresciuti mediamente del 3,3 per cento, più dell’inflazione che è al 2,2 per cento. Tale dato va però letto alla luce dell’andamento peculiare delle retribuzioni contrattuali che procedono a scalini: un andamento piatto per un periodo più o meno lungo e uno scatto in alto al momento dell’erogazione degli aumenti stabiliti dai rinnovi. L’andamento ciclico fa sì che le retribuzioni recuperino ex post la perdita di potere d’acquisto, contribuendo a finanziare il datore di lavoro. Pertanto, il periodo minimo per un’osservazione corretta dell’andamento delle retribuzioni dovrebbe essere quanto meno un biennio. L’Osservatorio confronta l’andamento delle retribuzioni contrattuali nel periodo 2000-2004 con quello dell’inflazione. Se ne ricava un minimo vantaggio delle prime rispetto alla seconda: ma se si distingue tra impiegati e operai, si vede come i primi recuperino rispetto all’inflazione un po’ meno di un punto percentuale nell’intero periodo, mentre gli operai recuperano a mala pena (perdono un decimo di punto).

Questa divaricazione viene confermata dall’andamento, nello stesso periodo, delle retribuzioni lorde nelle grandi imprese (comprensive di contrattazione di secondo livello). Come si vede dalla figura riportata, le retribuzioni degli operai aumentano complessivamente meno dell’inflazione: fatto uguale a 100 il 2000, l’indice dei prezzi al consumo sale nel 2004 del 10,4 per cento mentre quello delle retribuzioni del 9,5 per cento.

L’Osservatorio prende poi in esame i dati forniti dall’Ufficio statistiche del lavoro (Bls) degli Usa relativamente al costo del lavoro per ora nel settore metalmeccanico in diversi paesi. Prendendo in esame l’arco di tempo 1995-02, si ricava come il costo del lavoro sia significativamente più basso in Italia che in altri paesi industrializzati. Fatta uguale a 100 l’Italia, nel 2002 si ha 111 per la Francia, 169 per la Germania, 149 per gli Usa, 130 per il Giappone e 82 per la Spagna. Del resto, la maggioranza delle fonti più autorevoli confermano ormai la moderazione salariale degli ultimi anni, e l’insufficiente recupero del potere d’acquisto dei lavoratori nei confronti della stessa inflazione.

(www.rassegna.it, 4 aprile 2005)

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