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Il popolo delle partite Iva

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Un'indagine di Nidil Cgil e Ires

Il popolo delle partite Iva

Professionisti di nome, dipendenti di fatto. Questa la realtà lavorativa per la stragrande maggioranza dei titolari di partite Iva in Italia. Hanno spesso (nel 60% dei casi) un solo committente e lavorano in sede con ritmi e orari pressoché identici a quelli di un dipendente. Guadagnano in media poco più di mille euro al mese e restano a lungo nella famiglia d'origine. L'identikit riguarda circa 300 mila persone - i collaboratori professionisti iscritti al Fondo Inps per i parasubordinati che hanno aperto una partita Iva - una tipologia che solo nell'ultimo anno è cresciuta del 10 per cento, ed emerge da una ricerca presentata da Nidil-Cgil in collaborazione con l'Ires.

Stando all'indagine, oltre i due terzi di questi lavoratori oscilla tra i 30 e i 40 anni d'età e un livello alto di istruzione e di professionalità. L'indagine si riferisce ai dati Inps al 31 dicembre 2004, secondo i quali erano registrati come professionisti non iscritti ad altri albi professionali 209.147 persone e lavoratori. Il 60,7 per cento delle persone considerate ha almeno la laurea o la specializzazione, mentre il 10,4 può contare su un diploma universitario. Le donne in media sono più istruite degli uomini, con il 71,3 per cento del totale che ha almeno la laurea. Il 57 per cento delle persone considerate fa un lavoro completamente coerente con il proprio titolo di studio, ma spesso la condizione del collaboratore non consente di costituirsi una famiglia. Il 76,1 per cento del totale, infatti, non ha figli (il 91,5 per cento fino ai 35 anni), oltre il 29 per cento vive con i genitori o con amici e parenti.

Difficile, del resto, mettere su famiglia o semplicemente rendersi autonomi quando (per il 40% di questi lavoratori) lo stipendio non arriva ai mille euro al mese. Solo il 7 per cento del campione guadagna oltre i 2.000 euro al mese, mentre il 42,7 per cento può contare su un'entrata tra i 1.000 e i 1.300 euro al mese. L'orario medio per le classi di reddito tra gli 800 e i 1.300 euro è molto vicino a quello dei lavoratori dipendenti con 39,6 ore a settimana mentre nel caso di entrate superiori a 1.500 euro al mese gli orari medi superano le 43 ore.

Il 39,4 per cento dei collaboratori con partita Iva ha un unico committente, il 43,4 ha un committente principale anche se poi conta su altre consulenze. Questo, segnala il Nidil-Cgil, 'allude a una dipendenza di fatto almeno di natura economica, anche se la monocommittenza non rappresenta necessariamente un indicatore di scarsa autonomia nel rapporto di lavoro'. La monocommittenza è frequente soprattutto nel gruppo degli under 30 (il 60,9 per cento), anche se è presente anche nel gruppo dei meno giovani. La stragrande maggioranza dei professionisti monocommittenti lavora presso la sede dell'azienda (75 per cento) e deve garantire una presenza oraria (70) per lo più quotidiana (55). Alta la percentuale degli intervistati che si percepisce lavoratore dipendente non regolarizzato (43,5 per cento) piuttosto che libero professionista vero e proprio, mentre la maggior parte delle persone considerate ha aperto la partita Iva non per scelta, ma come condizione legata al tipo di professione (37 per cento) o imposta dal datore di lavoro (38).

Secondo la ricerca la richiesta di apertura della partita Iva da parte del committente è aumentata con l'entrata in vigore della legge 30, passando dal 30,4 per cento al 49,3 del totale. Il 48,2 per cento del campione si dichiara insoddisfatto della propria condizione (il 53,2 delle donne). In particolare gli intervistati lamentano la mancanza di tutele sociali a partire da quelle previdenziali (la copertura è considerata inadeguata), e da quelle sulla malattia e la maternità. Il 40 per cento del campione comunque preferirebbe un lavoro dipendente, con una maggioranza assoluta (il 52,2) tra chi ha meno di 29 anni a conferma del fatto che spesso la condizione di collaboratore è vissuta dai più giovani come una situazione precaria.

(www.rassegna.it, 21 settembre 2005)

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