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Donne e lavoro, ambizioni, desiderio di maternità,
di affermazione ma anche di famiglia. Quasi un insolubile rompicapo
che normalmente si traduce in rinunce al femminile, alla professione,
ai figli forse, alla carriera. Talvolta persino alla vita di coppia.
Nel corso degli ultimi anni però qualcosa è cambiato. Le statistiche
ci informano che, seppur lieve, c’è stato un ritorno alla natalità ma
le stesse statistiche ci dicono anche che le aree dove questo fenomeno
è stato più evidente sono quelle benestanti del centro-nord. Per fare
luce su questi cambiamenti l’Osservatorio nazionale sulle famiglie e
le politiche sociali istituito presso il ministero del Welfare ha dato
vita ad uno studio che analizza il ricorso ai congedi parentali La
prima parte dello studio era stata realizzata a cavallo dell’entrata
in vigore della legge 53 del 2000 sui congedi parentali – che ha
riconosciuto, sia ai padri sia alle madri, il diritto di assentarsi
dal lavoro per la cura dei figli (vedi box) – prendendo in esame un
campione di 301.281 dipendenti pubblici, per la seconda che sta per
essere presentata in questi giorni il campione di riferimento è stato
ampliato fino 1 milione di lavoratori, estendendo l’analisi anche ad
alcune categorie di lavoratrici autonome. Ma i risultatati, nonostante
lo scarto temporale e quindi la maggiore conoscenza delle possibilità
offerte dalla nuova normativa, non variano di molto. Si registrano
grandi differenze tra il nord e il centro-sud del paese e,
soprattutto, si registrano ancora grandi differenze di genere. Le
anticipazioni sulla seconda indagine – coordinata dalla dottoressa
Mara Rosi dell’Osservatorio –, ci dicono infatti che nel 2003 il tasso
di fruizione dei congedi -cioè le lavoratrici e lavoratori che hanno
chiesto permessi retribuiti per la cura dei figli - è stato del 4,1% a
fronte di un del 3,3% del 2001. Ma mentre nel Nord-est la percentuale
dei fruitori è del 4,8% del campione, nel nord ovest del 4,7 ; nel
centro del 4,1, nel meridione si sprofonda a quota 1,7%. E ancora nel
2003 a livello nazionale il divario uomo-donna (che si sta lentamente
riducendo) è stato significativo: solo 20 uomini a fronte di 80 donne
hanno usufruito della legge. Ma i dati più interessanti riguardano le
differenze territoriali: nel nord ovest nel 2003 l’85,8 dei fruitori
erano donne, l’83,6 nel nord-est, l’80,1 nel centro e il 58,1% al sud.
La prima ricerca: tempi e campione
La prima parte dell’indagine, che è stata curata dalla ricercatrice
Annalisa De Pasquale dell’università di Bologna insieme a Raffaele
Lelleri, ha preso in esame due tranche temporali, prima e dopo la
legge 53, basandosi su un campione costituito da dipendenti pubblici:
“Un limite, certo, quello di fare riferimento al solo settore pubblico
dove, diversamente dal privato, accordi contrattuali riconoscono per i
primi 30 giorni l’intero importo della retribuzione – spiega la De
Pasquale –. Ma nel privato è quasi impossibile risalire a dati e
numeri, e quindi realizzare una indagine in tempi ragionevoli, perché
gli uffici provinciali dell’Inps, ai quali confluiscono le richieste,
lavorano ancora su supporto cartaceo e non informatico”. Al centro
dell’indagine un campione del paese Italia costituito da 19 comuni
capoluoghi di provincia, 53 province, 10 regioni e 9 università per un
totale di 301.281 dipendenti, uomini e donne che nei periodi persi in
esame – prima e dopo la legge 53 -, hanno fatto usufruito di almeno 1
giorno di congedo parentale.
Ancora pochi gli uomini.
Qui iniziano le sorprese perché nonostante le novità introdotte dalla
legge 53 – riconoscimento formale del diritto di cura del padre che se
utilizzato per almeno 3 mesi da diritto alla coppia ad una sorta di
bonus di un ulteriore mese su quelli previsti, innalzando così il
periodo complessivo di congedo per entrambi i genitori da 10 a 11 mesi
– gli uomini che fanno ricorso ai congedi parentali sono ancora pochi,
832 contro le 3.928 mamme, appena il 17,5 per cento sul totale degli
utilizzatori e solo l’1,2 per cento sul campione maschile preso in
considerazione.
“Il confronto prima e dopo legge 53 evidenzia che c’è una tendenza al
rialzo – sottolinea De Pasquale –. Se prima della legge 53 gli uomini
che avevano fatto ricorso ai congedi erano il 6 per cento sul totale
dei fruitori dei congedi e appena lo 0,3 sul campione maschile, dopo
sono più che triplicati. Ma questo dato va letto nel più generale
contesto di crescita dei congedi che non ha riguardato solo gli uomini
ma anche le donne. Complessivamente c’è stata una crescita delle
richieste di congedi nell’ordine di un punto percentuale, dal 2,2 per
cento al 3,2 per cento”.
Differenze uomo-donna nel ricorso ai congedi
Se l’aumento nel ricorso ai congedi dopo la legge 53 sembrerebbe
riguardare tanto le donne quanto gli uomini, le cose cambiano
prendendo in esame la durata dell’astensione: 69 giornate fruite nel
corso dell’anno per le donne e meno della metà, 31 circa , per gli
uomini. “Mediamente l’astensione utilizzata dai genitori è stata di 62
giorni all’anno – illustra De Pasquale-, ma sono ancora le donne a
restare di più a casa, con i figli”. Istintivamente potremmo pensare
che è normale, anzi scontato che le mamme stiano a casa per curare i
propri figli più di quanto non facciano i papà. Ma indagini e analisi
più dettagliate in qualche modo tradiscono questo luogo comune in nome
di ragioni meno naturali. “Abbiamo preso in considerazione il numero
di giornate di congedo suddividendole per sesso – continua De Pasquale
– : 7 uomini su 10 utilizzano in un anno al massimo 30 giorni, al
contrario tra le donne circa 1 su 3 usufruisce di più di 90 giorni di
congedo. Ma i dati più interessanti – prosegue la ricercatrice –
riguardano la corrispondenza tra il numero di giornate prese e la
retribuzione prevista per quelle stesse giornate. Il 64 per cento
degli uomini si è assentato solo nelle giornate retribuite interamente
o all’80 per cento, mentre l’82 per cento delle donne usufruisce anche
di giorni retribuiti al 30 per cento o non retribuiti affatto”. La
ragione principale di queste differenze sta negli accordi e contratti
collettivi che per i pubblici dipendenti – dai quali è composto il
campione dell’indagine –, prevedono l’80 per cento, se non l’intera
retribuzione, per i primi 30 giorni di congedo; il 30 per cento per 6
mesi (complessivi tra padre e madre) entro i tre anni di vita del
bambino. “Dal rapporto giornate/retribuzione emerge chiaramente quale
sia l’elemento di discrimine – commenta De Pasquale –. La presenza o
meno di retribuzione incide in maniera diversa sulle scelte, anche
perché la retribuzione cambia da uomo a donna”.
Donne, lavoro, carriera
Anche se basati su un campione in qualche modo “privilegiato” di
lavoratori dipendenti, quelli pubblici, l’indagine dell’Osservatorio,
sia nella sua prima parte che nella seconda, conferma le tesi
iniziali, che le scelte vengono sostanzialmente orientate da
valutazioni economico professionali. La retribuzione, che solitamente
è più alta per gli uomini i quali infatti si astengono meno dal lavoro
e lo fanno solo nei periodi di mantenimento del livello retributivo; e
le chance di carriera, perché se la legge 53 riconosce la possibilità
di astenersi dal lavoro per accudire i propri figli anche oltre il
terzo anno di età, è evidente che questa scelta ha un prezzo, non solo
economico. “Sotto questo aspetto si potrebbe già dire che la legge 53
non ha centrato il suo obiettivo – commenta De Pasquale –. Le donne
continuano a dover scegliere tra maternità e carriera mentre gli
uomini scelgono semmai in base al portafogli. Solo un diverso sistema
di supporto alla maternità fatto di asili, scuole, servizi efficienti,
potrebbe veramente cambiare questo stato di cose. Non mi sembra però
che siamo nella direzione giusta”.
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