La cura dei figli

Solo il 20%
dei padri utilizza
i congedi parentali

   

Le nuove definizioni

   

I congedi
nel settore pubblico e privato

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La cura dei figli

Solo il 20%dei padri utilizza
i congedi parentali

di Esmeralda Rizzi

Donne e lavoro, ambizioni, desiderio di maternità, di affermazione ma anche di famiglia. Quasi un insolubile rompicapo che normalmente si traduce in rinunce al femminile, alla professione, ai figli forse, alla carriera. Talvolta persino alla vita di coppia. Nel corso degli ultimi anni però qualcosa è cambiato. Le statistiche ci informano che, seppur lieve, c’è stato un ritorno alla natalità ma le stesse statistiche ci dicono anche che le aree dove questo fenomeno è stato più evidente sono quelle benestanti del centro-nord. Per fare luce su questi cambiamenti l’Osservatorio nazionale sulle famiglie e le politiche sociali istituito presso il ministero del Welfare ha dato vita ad uno studio che analizza il ricorso ai congedi parentali La prima parte dello studio era stata realizzata a cavallo dell’entrata in vigore della legge 53 del 2000 sui congedi parentali – che ha riconosciuto, sia ai padri sia alle madri, il diritto di assentarsi dal lavoro per la cura dei figli (vedi box) – prendendo in esame un campione di 301.281 dipendenti pubblici, per la seconda che sta per essere presentata in questi giorni il campione di riferimento è stato ampliato fino 1 milione di lavoratori, estendendo l’analisi anche ad alcune categorie di lavoratrici autonome. Ma i risultatati, nonostante lo scarto temporale e quindi la maggiore conoscenza delle possibilità offerte dalla nuova normativa, non variano di molto. Si registrano grandi differenze tra il nord e il centro-sud del paese e, soprattutto, si registrano ancora grandi differenze di genere. Le anticipazioni sulla seconda indagine – coordinata dalla dottoressa Mara Rosi dell’Osservatorio –, ci dicono infatti che nel 2003 il tasso di fruizione dei congedi -cioè le lavoratrici e lavoratori che hanno chiesto permessi retribuiti per la cura dei figli - è stato del 4,1% a fronte di un del 3,3% del 2001. Ma mentre nel Nord-est la percentuale dei fruitori è del 4,8% del campione, nel nord ovest del 4,7 ; nel centro del 4,1, nel meridione si sprofonda a quota 1,7%. E ancora nel 2003 a livello nazionale il divario uomo-donna (che si sta lentamente riducendo) è stato significativo: solo 20 uomini a fronte di 80 donne hanno usufruito della legge. Ma i dati più interessanti riguardano le differenze territoriali: nel nord ovest nel 2003 l’85,8 dei fruitori erano donne, l’83,6 nel nord-est, l’80,1 nel centro e il 58,1% al sud.

La prima ricerca: tempi e campione

La prima parte dell’indagine, che è stata curata dalla ricercatrice Annalisa De Pasquale dell’università di Bologna insieme a Raffaele Lelleri, ha preso in esame due tranche temporali, prima e dopo la legge 53, basandosi su un campione costituito da dipendenti pubblici: “Un limite, certo, quello di fare riferimento al solo settore pubblico dove, diversamente dal privato, accordi contrattuali riconoscono per i primi 30 giorni l’intero importo della retribuzione – spiega la De Pasquale –. Ma nel privato è quasi impossibile risalire a dati e numeri, e quindi realizzare una indagine in tempi ragionevoli, perché gli uffici provinciali dell’Inps, ai quali confluiscono le richieste, lavorano ancora su supporto cartaceo e non informatico”. Al centro dell’indagine un campione del paese Italia costituito da 19 comuni capoluoghi di provincia, 53 province, 10 regioni e 9 università per un totale di 301.281 dipendenti, uomini e donne che nei periodi persi in esame – prima e dopo la legge 53 -, hanno fatto usufruito di almeno 1 giorno di congedo parentale.

Ancora pochi gli uomini.

Qui iniziano le sorprese perché nonostante le novità introdotte dalla legge 53 – riconoscimento formale del diritto di cura del padre che se utilizzato per almeno 3 mesi da diritto alla coppia ad una sorta di bonus di un ulteriore mese su quelli previsti, innalzando così il periodo complessivo di congedo per entrambi i genitori da 10 a 11 mesi – gli uomini che fanno ricorso ai congedi parentali sono ancora pochi, 832 contro le 3.928 mamme, appena il 17,5 per cento sul totale degli utilizzatori e solo l’1,2 per cento sul campione maschile preso in considerazione.
“Il confronto prima e dopo legge 53 evidenzia che c’è una tendenza al rialzo – sottolinea De Pasquale –. Se prima della legge 53 gli uomini che avevano fatto ricorso ai congedi erano il 6 per cento sul totale dei fruitori dei congedi e appena lo 0,3 sul campione maschile, dopo sono più che triplicati. Ma questo dato va letto nel più generale contesto di crescita dei congedi che non ha riguardato solo gli uomini ma anche le donne. Complessivamente c’è stata una crescita delle richieste di congedi nell’ordine di un punto percentuale, dal 2,2 per cento al 3,2 per cento”.

Differenze uomo-donna nel ricorso ai congedi

Se l’aumento nel ricorso ai congedi dopo la legge 53 sembrerebbe riguardare tanto le donne quanto gli uomini, le cose cambiano prendendo in esame la durata dell’astensione: 69 giornate fruite nel corso dell’anno per le donne e meno della metà, 31 circa , per gli uomini. “Mediamente l’astensione utilizzata dai genitori è stata di 62 giorni all’anno – illustra De Pasquale-, ma sono ancora le donne a restare di più a casa, con i figli”. Istintivamente potremmo pensare che è normale, anzi scontato che le mamme stiano a casa per curare i propri figli più di quanto non facciano i papà. Ma indagini e analisi più dettagliate in qualche modo tradiscono questo luogo comune in nome di ragioni meno naturali. “Abbiamo preso in considerazione il numero di giornate di congedo suddividendole per sesso – continua De Pasquale – : 7 uomini su 10 utilizzano in un anno al massimo 30 giorni, al contrario tra le donne circa 1 su 3 usufruisce di più di 90 giorni di congedo. Ma i dati più interessanti – prosegue la ricercatrice – riguardano la corrispondenza tra il numero di giornate prese e la retribuzione prevista per quelle stesse giornate. Il 64 per cento degli uomini si è assentato solo nelle giornate retribuite interamente o all’80 per cento, mentre l’82 per cento delle donne usufruisce anche di giorni retribuiti al 30 per cento o non retribuiti affatto”. La ragione principale di queste differenze sta negli accordi e contratti collettivi che per i pubblici dipendenti – dai quali è composto il campione dell’indagine –, prevedono l’80 per cento, se non l’intera retribuzione, per i primi 30 giorni di congedo; il 30 per cento per 6 mesi (complessivi tra padre e madre) entro i tre anni di vita del bambino. “Dal rapporto giornate/retribuzione emerge chiaramente quale sia l’elemento di discrimine – commenta De Pasquale –. La presenza o meno di retribuzione incide in maniera diversa sulle scelte, anche perché la retribuzione cambia da uomo a donna”.

Donne, lavoro, carriera

Anche se basati su un campione in qualche modo “privilegiato” di lavoratori dipendenti, quelli pubblici, l’indagine dell’Osservatorio, sia nella sua prima parte che nella seconda, conferma le tesi iniziali, che le scelte vengono sostanzialmente orientate da valutazioni economico professionali. La retribuzione, che solitamente è più alta per gli uomini i quali infatti si astengono meno dal lavoro e lo fanno solo nei periodi di mantenimento del livello retributivo; e le chance di carriera, perché se la legge 53 riconosce la possibilità di astenersi dal lavoro per accudire i propri figli anche oltre il terzo anno di età, è evidente che questa scelta ha un prezzo, non solo economico. “Sotto questo aspetto si potrebbe già dire che la legge 53 non ha centrato il suo obiettivo – commenta De Pasquale –. Le donne continuano a dover scegliere tra maternità e carriera mentre gli uomini scelgono semmai in base al portafogli. Solo un diverso sistema di supporto alla maternità fatto di asili, scuole, servizi efficienti, potrebbe veramente cambiare questo stato di cose. Non mi sembra però che siamo nella direzione giusta”.

(Rassegna sindacale 24 febbraio 2005)

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