Umberto Ursetta

Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali

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Umberto Ursetta / Salvatore Carnevale

Il silenzio dei giudici

 

Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali
Umberto Ursetta
Roma, 2005
pp. 160, euro 5,90 (con “l’Unità”)

Sarà in edicola con l’Unità, il 9 aprile, un libro di Umberto Ursetta – a cura di Vincenzo Vasile, prefazione di Guglielmo Epifani – sull’assassinio di Salvatore Carnevale, il sindacalista della Cgil ucciso dalla mafia nel maggio 1955, e il processo che ne seguì, conclusosi con l’assoluzione dei colpevoli prima in appello, poi da parte della Cassazione. Pubblichiamo di seguito quasi integralmente la presentazione, in cui l’autore descrive il contesto nel quale maturò l’omicidio del sindacalista socialista.

L’assassinio di Salvatore (detto Turiddu) Carnevale, avvenuto a Sciara, in provincia di Palermo, lunedì 16 maggio 1955, il giorno successivo alla festa patronale del paese, desta molto scalpore non solo per la gravità del fatto, ma anche perché si verifica in un momento in cui la Sicilia sembra essere attraversata da una relativa calma per quanto riguarda la commissione di omicidi di sindacalisti, dirigenti politici e lavoratori ad opera della mafia.
Erano stati gli anni immediatamente dopo la fine della guerra ad aver lasciato una

lunga scia di sangue nelle campagne siciliane. La mattanza consumatasi nella seconda metà degli anni quaranta non aveva avuto come teatro solo la Sicilia, le masse lavoratrici dell’intero Meridione erano state colpite da un’ondata di brutale violenza. In tutte le regioni furono in molti a cadere sotto il piombo della mafia e delle forze di polizia. Lo scontro sociale in quegli anni si manifestò in forme molto aspre. Gli interessi padronali furono difesi con particolare durezza e si può tranquillamente dire, senza tema di sbagliare, che ci fu una pianificazione nella repressione delle lotte dei braccianti e dei contadini nelle campagne e nei centri urbani agricoli. Solo così si spiega l’elevato numero di caduti che si ebbe in quegli anni.

Ad alimentare il clima di pesante repressione contribuirono significativamente gli agrari che, forti del sostegno della parte più retriva delle classi dirigenti, non intendevano assolutamente rinunciare ai privilegi derivanti da un’agricoltura ancora di tipo latifondistico. Per loro, i decreti Gullo sulle terre incolte e malcoltivate, con i quali si intendeva avviare un processo di trasformazione di una struttura proprietaria ancorata a principi tipici del feudalesimo, erano provvedimenti voluti da un ministro comunista, contro i quali bisognava opporsi ad ogni costo. Gli espropri di terre abbandonate dai proprietari terrieri e la loro destinazione a cooperative di contadini che ne avevano fatto richiesta, rappresentavano agli occhi degli agrari qualcosa di inaccettabile, contro cui occorreva resistere ricorrendo a qualsiasi mezzo. La convinzione che non bisognasse sottostare alla legislazione introdotta dai decreti in materia di esproprio, era diffusa e particolarmente radicata nel mondo agrario, ed è con questo modo di pensare che si scontravano le legittime rivendicazioni del movimento contadino, deciso a battersi per imporre al padronato il rispetto delle conquiste realizzate.

Il fronte di lotta a mano a mano diventava sempre più consistente, i lavoratori agricoli non erano soli, intorno a loro si era creata un’ampia solidarietà tra la popolazione, che in massa partecipava attivamente al movimento di protesta. In queste iniziative si intravedeva la possibilità di un riscatto economico e sociale delle classi subalterne, tenute da sempre ai margini della società. Si trattò, come già detto, di uno scontro con numerosi morti e feriti nelle regioni meridionali, tutti però di una sola parte, quella dei lavoratori della terra. Con la differenza che mentre in Sicilia era quasi sempre la mafia, al soldo degli agrari, a farsi carico di stroncare le lotte dei lavoratori, partendo dall’intimidazione per poi passare, se questa non produceva gli effetti sperati, all’assassinio, nel resto del Meridione a compiere gli eccidi dei lavoratori erano invece le forze di polizia.

Ad agire con maggiore spregiudicatezza nella difesa degli interessi padronali era la mafia, né poteva essere altrimenti visto che i mafiosi erano alle dipendenze dei proprietari terrieri. Ad amministrare i terreni dei latifondisti erano i gabelloti e a sorvegliarli erano i campieri, e non certo per la loro capacità manageriale, ma perché essi garantivano di reprimere con la forza delle armi le rivendicazioni dei lavoratori agricoli tese a modificare i rapporti sociali di tipo feudale ancora esistenti nelle campagne. Questo spiega perché gli omicidi di dirigenti e lavoratori in Sicilia sono stati molto più numerosi rispetto ad altre regioni meridionali, dove pure il conflitto sociale era stato intenso e prolungato nel tempo, come ad esempio in Calabria.

Fare un elenco completo di tutti gli atti di criminalità mafiosa è quasi impossibile, dato l’elevato numero di lavoratori, di militanti e dirigenti sindacali e politici caduti sotto i colpi del piombo mafioso. Nel giro di pochi anni, dal 1944 al 1948, sono quarantuno le persone assassinate e centinaia quelle ferite. L’episodio più eclatante della strategia terroristica della mafia è la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio del 1947 in occasione della festa del lavoro. La scelta proprio di quel giorno, per eseguire l’azione che lascia sul terreno undici morti – uomini, donne e bambini – e decine di feriti, non è casuale, ma assume un evidente significato politico. La mafia vuole mandare un segnale chiaro a tutto il mondo del lavoro: gli equilibri sociali non si toccano e ogni tentativo di modificarli è destinato a naufragare sotto i colpi dei mitra. Naturalmente il messaggio mafioso ha un mittente: la classe padronale, che manda a dire al mondo del lavoro di non farsi illusioni, perché il cambio del sistema politico, con la caduta del fascismo, non avrebbe significato un mutamento dei rapporti sociali. Su questo terreno non ci sarebbe stata alcuna discontinuità storica, tutto sarebbe continuato come prima, nonostante la sorprendente affermazione delle forze progressiste e di sinistra alle elezioni dell’Assemblea regionale siciliana tenutesi il 20 aprile 1947.

Questa vittoria aveva creato apprensione nelle classi padronali, che sentivano minacciati i loro interessi. Non è un caso che nei mesi successivi alla consultazione elettorale si ebbe una recrudescenza dell’attività mafiosa, in particolare a ridosso delle elezioni politiche del 18 aprile del 1948. Nella prima decade di marzo vennero assassinati due dirigenti sindacali di prestigio come Epifanio Li Puma e Placido Rizzotto.

Ma a tranquillizzare il mondo padronale arrivò l’altrettanta sorprendente, quanto meno sul piano dei numeri, vittoria elettorale delle forze moderate e conservatrici. L’esito del voto del 1948 costituì un duro colpo per le speranze di rinnovamento che sembravano aprirsi nella società meridionale dopo la caduta del fascismo e di cui si faceva interprete il movimento contadino.

La sinistra politica e sindacale risentì fortemente dei risultati elettorali e non trovò la forza necessaria per reagire immediatamente sul terreno della lotta sociale. Soprattutto a livello di quadri dirigenti subentrò un senso di frustrazione e di rassegnazione che in breve tempo portò ad una definitiva e sostanziale sconfitta del movimento di lotta contadino che nel dopoguerra aveva investito le campagne meridionali. Di conseguenza, anche la tendenza da parte delle classi dominanti di regolare il conflitto sociale attraverso il ricorso all’omicidio venne quasi del tutto meno. (...) Si determina, insomma, una sorta di pax mafiosa dove le armi dei gabelloti e dei campieri al servizio degli agrari per qualche anno tacciono in quanto non c’è più bisogno di sparare poiché gli interessi dei proprietari terrieri non corrono più pericoli. Se però le classi padronali vengono sfidate da qualcuno che rivendica il rispetto dei diritti dei lavoratori, come fa ad esempio Carnevale, allora esse non esitano ad ordinare di riprendere le armi e ricominciare a far fuoco.

In questo contesto matura l’assassinio di un sindacalista che non intende affatto rassegnarsi a subire il potere assoluto di un ceto proprietario arrogante ed egoista che non vuole sentire ragioni. I lavoratori, contadini o operai che siano, devono subire le condizioni di lavoro quasi schiaviste imposte dal padronato, non si può protestare né rivendicare condizioni di vita e di lavoro degne di un paese civile. La Costituzione con i suoi diritti in materia di lavoro è distante anni luce dalla realtà che i lavoratori siciliani, e dell’intero Meridione, sono costretti a subire. Il tempo è come se si fosse fermato, nulla sembra essere cambiato. (...) Nei luoghi di lavoro del Meridione tutto prosegue come prima, non c’è soluzione di continuità, le regole le stabilisce il padrone e sono queste che si applicano anche quando sono in contrasto con le decisioni assunte dal legislatore.
Carnevale si batte per modificare questa realtà, ma il mondo padronale non tollera che qualcuno non si pieghi al suo volere e dimostri coraggio e determinazione nel portare avanti le battaglie nelle quali crede nell’interesse dei ceti sociali più bassi, ed è per questo che lo uccide.

Il delitto Carnevale è uno dei rari casi di delitti di mafia in cui si arriva a celebrare un processo in un’aula di tribunale: di solito ci si ferma a qualche atto istruttorio di nessuna rilevanza. Ebbene, avendo la possibilità di disporre della documentazione relativa all’intera vicenda processuale del sindacalista ucciso, appare opportuno esaminarla, per cercare di capire se l’impunità di cui ha goduto e continua tuttora a godere la mafia sia dovuta solo alle complicità di natura politica, o se invece essa non abbia trovato anche all’interno della magistratura una compiacente sponda.

Il materiale che abbiamo esaminato consente di seguire tutte le fasi processuali dal momento delle prime indagini fino al giudizio davanti alla Corte di Cassazione con il quale si chiude definitivamente il processo. (...)

(www.rassegna.it, 6 aprile 2005)

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