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lunga scia di
sangue nelle campagne siciliane. La mattanza
consumatasi nella seconda metà degli anni quaranta non aveva avuto
come teatro solo la Sicilia, le masse lavoratrici dell’intero
Meridione erano state colpite da un’ondata di brutale violenza. In
tutte le regioni furono in molti a cadere sotto il piombo della mafia
e delle forze di polizia. Lo scontro sociale in quegli anni si
manifestò in forme molto aspre. Gli interessi padronali furono difesi
con particolare durezza e si può tranquillamente dire, senza tema di
sbagliare, che ci fu una pianificazione nella repressione delle lotte
dei braccianti e dei contadini nelle campagne e nei centri urbani
agricoli. Solo così si spiega l’elevato numero di caduti che si ebbe
in quegli anni.
Ad alimentare il clima di pesante repressione contribuirono
significativamente gli agrari che, forti del sostegno della parte più
retriva delle classi dirigenti, non intendevano assolutamente
rinunciare ai privilegi derivanti da un’agricoltura ancora di tipo
latifondistico. Per loro, i decreti Gullo sulle terre incolte e
malcoltivate, con i quali si intendeva avviare un processo di
trasformazione di una struttura proprietaria ancorata a principi
tipici del feudalesimo, erano provvedimenti voluti da un ministro
comunista, contro i quali bisognava opporsi ad ogni costo. Gli
espropri di terre abbandonate dai proprietari terrieri e la loro
destinazione a cooperative di contadini che ne avevano fatto
richiesta, rappresentavano agli occhi degli agrari qualcosa di
inaccettabile, contro cui occorreva resistere ricorrendo a qualsiasi
mezzo. La convinzione che non bisognasse sottostare alla legislazione
introdotta dai decreti in materia di esproprio, era diffusa e
particolarmente radicata nel mondo agrario, ed è con questo modo di
pensare che si scontravano le legittime rivendicazioni del movimento
contadino, deciso a battersi per imporre al padronato il rispetto
delle conquiste realizzate.
Il fronte di lotta a mano a mano diventava sempre più consistente, i
lavoratori agricoli non erano soli, intorno a loro si era creata
un’ampia solidarietà tra la popolazione, che in massa partecipava
attivamente al movimento di protesta. In queste iniziative si
intravedeva la possibilità di un riscatto economico e sociale delle
classi subalterne, tenute da sempre ai margini della società. Si
trattò, come già detto, di uno scontro con numerosi morti e feriti
nelle regioni meridionali, tutti però di una sola parte, quella dei
lavoratori della terra. Con la differenza che mentre in Sicilia era
quasi sempre la mafia, al soldo degli agrari, a farsi carico di
stroncare le lotte dei lavoratori, partendo dall’intimidazione per poi
passare, se questa non produceva gli effetti sperati, all’assassinio,
nel resto del Meridione a compiere gli eccidi dei lavoratori erano
invece le forze di polizia.
Ad agire con maggiore spregiudicatezza nella difesa degli interessi
padronali era la mafia, né poteva essere altrimenti visto che i
mafiosi erano alle dipendenze dei proprietari terrieri. Ad
amministrare i terreni dei latifondisti erano i gabelloti e a
sorvegliarli erano i campieri, e non certo per la loro capacità
manageriale, ma perché essi garantivano di reprimere con la forza
delle armi le rivendicazioni dei lavoratori agricoli tese a modificare
i rapporti sociali di tipo feudale ancora esistenti nelle campagne.
Questo spiega perché gli omicidi di dirigenti e lavoratori in Sicilia
sono stati molto più numerosi rispetto ad altre regioni meridionali,
dove pure il conflitto sociale era stato intenso e prolungato nel
tempo, come ad esempio in Calabria.
Fare un elenco completo di tutti gli atti di criminalità mafiosa è
quasi impossibile, dato l’elevato numero di lavoratori, di militanti e
dirigenti sindacali e politici caduti sotto i colpi del piombo
mafioso. Nel giro di pochi anni, dal 1944 al 1948, sono quarantuno le
persone assassinate e centinaia quelle ferite. L’episodio più
eclatante della strategia terroristica della mafia è la strage di
Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio del 1947 in occasione
della festa del lavoro. La scelta proprio di quel giorno, per eseguire
l’azione che lascia sul terreno undici morti – uomini, donne e bambini
– e decine di feriti, non è casuale, ma assume un evidente significato
politico. La mafia vuole mandare un segnale chiaro a tutto il mondo
del lavoro: gli equilibri sociali non si toccano e ogni tentativo di
modificarli è destinato a naufragare sotto i colpi dei mitra.
Naturalmente il messaggio mafioso ha un mittente: la classe padronale,
che manda a dire al mondo del lavoro di non farsi illusioni, perché il
cambio del sistema politico, con la caduta del fascismo, non avrebbe
significato un mutamento dei rapporti sociali. Su questo terreno non
ci sarebbe stata alcuna discontinuità storica, tutto sarebbe
continuato come prima, nonostante la sorprendente affermazione delle
forze progressiste e di sinistra alle elezioni dell’Assemblea
regionale siciliana tenutesi il 20 aprile 1947.
Questa vittoria aveva creato apprensione nelle classi padronali, che
sentivano minacciati i loro interessi. Non è un caso che nei mesi
successivi alla consultazione elettorale si ebbe una recrudescenza
dell’attività mafiosa, in particolare a ridosso delle elezioni
politiche del 18 aprile del 1948. Nella prima decade di marzo vennero
assassinati due dirigenti sindacali di prestigio come Epifanio Li Puma
e Placido Rizzotto.
Ma a tranquillizzare il mondo padronale arrivò l’altrettanta
sorprendente, quanto meno sul piano dei numeri, vittoria elettorale
delle forze moderate e conservatrici. L’esito del voto del 1948
costituì un duro colpo per le speranze di rinnovamento che sembravano
aprirsi nella società meridionale dopo la caduta del fascismo e di cui
si faceva interprete il movimento contadino.
La sinistra politica e sindacale risentì fortemente dei risultati
elettorali e non trovò la forza necessaria per reagire immediatamente
sul terreno della lotta sociale. Soprattutto a livello di quadri
dirigenti subentrò un senso di frustrazione e di rassegnazione che in
breve tempo portò ad una definitiva e sostanziale sconfitta del
movimento di lotta contadino che nel dopoguerra aveva investito le
campagne meridionali. Di conseguenza, anche la tendenza da parte delle
classi dominanti di regolare il conflitto sociale attraverso il
ricorso all’omicidio venne quasi del tutto meno. (...) Si determina,
insomma, una sorta di pax mafiosa dove le armi dei gabelloti e dei
campieri al servizio degli agrari per qualche anno tacciono in quanto
non c’è più bisogno di sparare poiché gli interessi dei proprietari
terrieri non corrono più pericoli. Se però le classi padronali vengono
sfidate da qualcuno che rivendica il rispetto dei diritti dei
lavoratori, come fa ad esempio Carnevale, allora esse non esitano ad
ordinare di riprendere le armi e ricominciare a far fuoco.
In questo contesto matura l’assassinio di un sindacalista che non
intende affatto rassegnarsi a subire il potere assoluto di un ceto
proprietario arrogante ed egoista che non vuole sentire ragioni. I
lavoratori, contadini o operai che siano, devono subire le condizioni
di lavoro quasi schiaviste imposte dal padronato, non si può
protestare né rivendicare condizioni di vita e di lavoro degne di un
paese civile. La Costituzione con i suoi diritti in materia di lavoro
è distante anni luce dalla realtà che i lavoratori siciliani, e
dell’intero Meridione, sono costretti a subire. Il tempo è come se si
fosse fermato, nulla sembra essere cambiato. (...) Nei luoghi di
lavoro del Meridione tutto prosegue come prima, non c’è soluzione di
continuità, le regole le stabilisce il padrone e sono queste che si
applicano anche quando sono in contrasto con le decisioni assunte dal
legislatore.
Carnevale si batte per modificare questa realtà, ma il mondo padronale
non tollera che qualcuno non si pieghi al suo volere e dimostri
coraggio e determinazione nel portare avanti le battaglie nelle quali
crede nell’interesse dei ceti sociali più bassi, ed è per questo che
lo uccide.
Il delitto Carnevale è uno dei rari casi di delitti di mafia in cui si
arriva a celebrare un processo in un’aula di tribunale: di solito ci
si ferma a qualche atto istruttorio di nessuna rilevanza. Ebbene,
avendo la possibilità di disporre della documentazione relativa
all’intera vicenda processuale del sindacalista ucciso, appare
opportuno esaminarla, per cercare di capire se l’impunità di cui ha
goduto e continua tuttora a godere la mafia sia dovuta solo alle
complicità di natura politica, o se invece essa non abbia trovato
anche all’interno della magistratura una compiacente sponda.
Il materiale che abbiamo esaminato consente di seguire tutte le fasi
processuali dal momento delle prime indagini fino al giudizio davanti
alla Corte di Cassazione con il quale si chiude definitivamente il
processo. (...) |