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Jürgen Habermas
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L'Occidente diviso
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di Antonio Peduzzi
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Jurgen Habermas
Roma-Bari, Laterza
pp. 220 euro 15, 00 |
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Habermas è un intellettuale che non ha mai rinunciato a prendere posizione sui passaggi critici della nostra civiltà. Se vogliamo trovare un confronto con questo testo dobbiamo citare La rivoluzione in corso, il libro dedicato al 1989. La divisione dell’Occidente è quella tra le due sponde dell’Atlantico, tra Europa e Stati uniti. Non si tratta tanto del problema costituito dall’11 settembre, quanto piuttosto dal corso politico statunitense consistente nella politica come guerra. Il modello scelto da Bush, “presidente di guerra”, è quello delle guerre asimmetriche, in cui “si sa a priori il vincitore, al quale la vittoria costa perdite relativamente modeste”. Questo modello, ispirato dai neocons, osserva Habermas, “ha il vantaggio di rendere superflua una circostanziata discussione sulle finalità normative”. In tal modo gli Usa “si assumono (…) quel ruolo di curatore fiduciario in cui l’Onu ha fallito”.
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Ma il ruolo di curatore fiduciario che gli Stati Uniti si arrogano urta contro l’opposizione degli europei, “che in base a buone ragioni normative non sono convinti di questa pretesa di egemonia unilaterale”. Il nucleo universalistico della democrazia e dei diritti umani proibisce la loro imposizione col ferro e col fuoco. Ciò è cosa del tutto diversa dalla pretesa imperiale degli Usa. Anzi: non esiste alternativa sensata alla elaborazione cosmopolitica di un diritto internazionale. Habermas pensa a
Kant, i neocons pensano (forse) a Schmitt. |
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Nella crisi che si è resa evidente dalla scissione tra Europa e Usa Habermas vede un’occasione. L’Europa deve gettare sulla bilancia il suo peso, sul piano internazionale e nell’ambito dell’Onu, per controbilanciare l’unilateralismo egemonico degli Usa. Ciò presuppone però un sentimento di comune appartenenza politica e pone la questione dell’“identità europea”. Quest’ultima non è basata tanto su conquiste “che non rappresentano più una proprietà esclusiva”, ma piuttosto nel riconoscimento delle divergenze – il reciproco riconoscimento dell’altro nella sua diversità – che può diventare il segno di una identità comune. Habermas, insomma, è convinto che l’identità europea sia il prodotto dei conflitti che hanno formato la nostra civiltà e, in un certo senso, è come se dicesse che da questa parte dell’Atlantico la tipicità identitaria è il risultato delle lotte per il riconoscimento.
Non è mai stato un movimentista, Habermas. E nella sua analisi echeggia un che di classico quando egli nota che l’opposizione europea alla guerra è anzitutto il farsi avanti di una nuova sfera pubblica, spazio in cui può prender forma una identità europea postconvenzionale dopo la fine dell’egemonia Usa sulla vecchia Europa. |
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(www.rassegna.it, 21 marzo 2005)
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