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Il problema ovviamente se lo pongono tutti.
Economisti, politici, imprenditori, sindacalisti, ognuno secondo il
proprio mestiere. Globalizzazione, nuove tecnologie dell’informazione
e della comunicazione, sostenibilità ambientale, rapporto tra pubblico
e privato, valorizzazione delle culture e delle identità, etc, etc.
“Futuro italiano. Viaggio nelle città che cambiano” ( Editore, Il
Sole24Ore , 18 euro) è un libro che offre un punto di vista
particolare: le città come osservatorio dello stato di salute del
paese rispetto ai grandi cambiamenti e alla capacità di reazione della
società civile e delle istituzioni locali. L’autore Massimo Mascini,
di mestiere giornalista, ha innanzitutto il merito di ricorrere allo
strumento dell’inchiesta sul campo, da tempo piuttosto trascurata,
come fondamentale mezzo di conoscenza; e di riproporre la vetusta e
nobile tradizione del viaggio sia nel suo aspetto reale che
metaforico: il futuro (e il passato) italiano.
La recente rivolta delle banlieu parigine ha suscitato nuovi fantasmi
coniugando declino economico e degrado sociale nelle società
multirazziali e imponendo inquietanti interrogativi anche in casa
nostra. Motivo di ulteriore interesse per un viaggio che da una parte
conferma la diversità di un paese la cui storia è dominata dalla
storia delle sue città ma che allo stesso tempo subisce vecchie e
nuove contraddizioni sociali.
Marx sostenne che, in estrema sintesi, il capitalismo altro non è che
l’urbanizzazione della campagna e la particolarità italiana è tutta
qui, il suo territorio è da millenni fittamente urbanizzato anche se
ancora dopo la seconda guerra mondiale la sua economia era
prevalentemente agricola. E’ questo tessuto urbano con la sua
valenza economica, certo, ma forse soprattutto culturale e sociale,
che ha permesso il “miracolo economico”, l’allineamento del paese alle
grandi economie industriali dopo il fascismo e le devastazioni della
guerra. La ricostruzione e il potenziamento delle reti strutturali, lo
sviluppo, hanno trasformato il sistema urbano.
La fine della guerra fredda, i cambiamenti dell’organizzazione
industriale, l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione e
dell’informazione hanno enfatizzato la dimensione globale del mercato
che tende a coincidere con le grandi reti urbane. Il declino del ruolo
delle nazioni di fronte a questi processi fa emergere il protagonismo
di quelli che oggi costituiscono o possono ambire a diventare nodi
delle reti urbane su scala globale. Cioè punti di eccellenza e di
promozione dello stesso processo di globalizzazione. E questa in fondo
pare la chiave di lettura che lega le diverse tappe del viaggio.
Scrive Mascini: “...Determinante è stato l’incontro, quando è
avvenuto, fra i tre protagonisti principi di queste risalite,
amministratori intelligenti, imprenditori disponibili, centri di
sapere pronti a mettere i loro patrimoni culturali a disposizione
della collettività. Quando questa connessione si è stabilita, quando
la scintilla è scoccata, a qualsiasi livello sia avvenuto, i risultati
non sono mancati, il motore è ripartito assicurando vantaggi per
tutti. Tra queste forze la più importante è stata la parte
politica...”.
Non c’è dubbio che solo da una analisi nel corpo vivo delle città si
può scorgere un elemento di novità che riguarda il giustamente
bistratto sistema politico, la sua incapacità di dare al paese un
assetto istituzionale stabile, di superare frammentazione e rissosità.
Sarà stata la nuova attenzione alle autonomie, sarà stato il
meccanismo elettorale, ma è un fatto che una nuova generazione si
affaccia alla ribalta politica e che questa sarà la nuova classe
dirigente del paese. Un personale politico che non mira solo a
realizzare, come è dovuto, un’efficiente macchina pubblica e sinergie
tra pubblica amministrazione e sistema produttivo ma si propone idee,
progetti che coinvolgano l’intera società civile, oltre una visione
puramente industrialista dello sviluppo.
Questo ci raccontano, protagonisti i sindaci, le esperienze di città
come Trento, Torino, Genova, Ferrara, Roma ma anche Bari e Catania. E
tuttavia quanto afferma l’economista Gianfranco Viesti per la sua
città: “....Bari ha tante belle tessere, pezzi pregiati, che la fanno
ricca e attraente, ma tutte assieme queste tessere non riescono a fare
un mosaico intero. Qualcosa manca sempre...”. è vero in generale e in
fondo le tessere mancanti sono proprio quelle che riguardano più che
lo Stato l’idea dello Stato come garante e promotore, capace di
estirpare la malavita organizzata e di promuovere infrastrutture e
servizi essenziali nel Mezzogiorno, di mantenere un giusto equilibrio
tra sviluppo economico e sociale, di credere nel ruolo determinante
della conoscenza e investire nella ricerca, di favorire le relazioni
commerciali internazionali a partire da un forte impulso per una
generale acquisizione delle tecnologie della comunicazione.
Ma non tutte le tessere mancanti sono imputabili a responsabilità
generali. Rimane ancora un forte spirito localistico, una visione
parcellizzata della rete urbana che peraltro è disomogenea e
attraversata da profonde contraddizioni provocate da una crescita
tumultuosa all’insegna della speculazione e dello sfruttamento delle
risorse territoriali. Nemmeno le istituzioni distinguono tra grandi
conurbazioni come la regione Lombardia o il sistema di comuni che
formano l’area romana o napoletana e i tradizionali piccoli e medi
centri del paese. Si ripropone il tema della dimensione dei sistemi
abitativi in rapporto al nuovo modo di produrre e alle innovazioni
tecnologiche, all’ambiente naturale e storico, al lavoro, ai modelli
di vita delle persone che sono profondamente cambiati. Più che di
riqualificazione urbana dal viaggio di Mascini emerge il bisogno di
una riqualificazione del territorio. Insomma il futuro italiano è
antico, e può ripartire proprio dalle città. |