Massimo Mascini

Un futuro antico, si riparte
dalle città

Indice 

Indietro

Massimo Mascini / Futuro italiano

Un futuro antico, si riparte dalle città

di Renato D'Agostini

Futuro italiano. Viaggio nelle città che cambiano
Massimo Mascini
Roma, Il Sole 24 Ore, 2005
pp. 144, euro 18.00

Declino: la minaccia di un inarrestabile degrado economico e sociale che incombe sul paese al di là dei conati di ottimismo elargiti dal cavalier Berlusconi. Un pericolo che non data, bisogna dirlo, dalla discesa in campo dell’uomo di Arcore ma che è figlio di cambiamenti epocali politici ed economici. Il problema è che lui si è presentato come l’uomo nuovo, l’unico in grado di far fronte al grande mutamento ma, stando ai sondaggi, lascerà presto il campo. Rimane minacciosa l’ombra del declino.

Il problema ovviamente se lo pongono tutti. Economisti, politici, imprenditori, sindacalisti, ognuno secondo il proprio mestiere. Globalizzazione, nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sostenibilità ambientale, rapporto tra pubblico e privato, valorizzazione delle culture e delle identità, etc, etc. “Futuro italiano. Viaggio nelle città che cambiano” ( Editore, Il Sole24Ore , 18 euro) è un libro che offre un punto di vista particolare: le città come osservatorio dello stato di salute del paese rispetto ai grandi cambiamenti e alla capacità di reazione della società civile e delle istituzioni locali. L’autore Massimo Mascini, di mestiere giornalista, ha innanzitutto il merito di ricorrere allo strumento dell’inchiesta sul campo, da tempo piuttosto trascurata, come fondamentale mezzo di conoscenza; e di riproporre la vetusta e nobile tradizione del viaggio sia nel suo aspetto reale che metaforico: il futuro (e il passato) italiano.

La recente rivolta delle banlieu parigine ha suscitato nuovi fantasmi coniugando declino economico e degrado sociale nelle società multirazziali e imponendo inquietanti interrogativi anche in casa nostra. Motivo di ulteriore interesse per un viaggio che da una parte conferma la diversità di un paese la cui storia è dominata dalla storia delle sue città ma che allo stesso tempo subisce vecchie e nuove contraddizioni sociali.

Marx sostenne che, in estrema sintesi, il capitalismo altro non è che l’urbanizzazione della campagna e la particolarità italiana è tutta qui, il suo territorio è da millenni fittamente urbanizzato anche se ancora dopo la seconda guerra mondiale la sua economia era prevalentemente agricola.  E’ questo tessuto urbano con la sua valenza economica, certo, ma forse soprattutto culturale e sociale, che ha permesso il “miracolo economico”, l’allineamento del paese alle grandi economie industriali dopo il fascismo e le devastazioni della guerra. La ricostruzione e il potenziamento delle reti strutturali, lo sviluppo, hanno trasformato il sistema urbano.
La fine della guerra fredda, i cambiamenti dell’organizzazione industriale, l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione hanno enfatizzato la dimensione globale del mercato che tende a coincidere con le grandi reti urbane. Il declino del ruolo delle nazioni di fronte a questi processi fa emergere il protagonismo di quelli che oggi costituiscono o possono ambire a diventare nodi delle reti urbane su scala globale. Cioè punti di eccellenza e di promozione dello stesso processo di globalizzazione. E questa in fondo pare la chiave di lettura che lega le diverse tappe del viaggio.

Scrive Mascini: “...Determinante è stato l’incontro, quando è avvenuto, fra i tre protagonisti principi di queste risalite, amministratori intelligenti, imprenditori disponibili, centri di sapere pronti a mettere i loro patrimoni culturali a disposizione della collettività. Quando questa connessione si è stabilita, quando la scintilla è scoccata, a qualsiasi livello sia avvenuto, i risultati non sono mancati, il motore è ripartito assicurando vantaggi per tutti. Tra queste forze la più importante è stata la parte politica...”.
Non c’è dubbio che solo da una analisi nel corpo vivo delle città si può scorgere un elemento di novità che riguarda il giustamente bistratto sistema politico, la sua incapacità di dare al paese un assetto istituzionale stabile, di superare frammentazione e rissosità.
Sarà stata la nuova attenzione alle autonomie, sarà stato il meccanismo elettorale, ma è un fatto che una nuova generazione si affaccia alla ribalta politica e che questa sarà la nuova classe dirigente del paese. Un personale politico che non mira solo a realizzare, come è dovuto, un’efficiente macchina pubblica e sinergie tra pubblica amministrazione e sistema produttivo ma si propone idee, progetti che coinvolgano l’intera società civile, oltre una visione puramente industrialista dello sviluppo.

Questo ci raccontano, protagonisti i sindaci, le esperienze di città come Trento, Torino, Genova, Ferrara, Roma ma anche Bari e Catania. E tuttavia quanto afferma l’economista Gianfranco Viesti per la sua città: “....Bari ha tante belle tessere, pezzi pregiati, che la fanno ricca e attraente, ma tutte assieme queste tessere non riescono a fare un mosaico intero. Qualcosa manca sempre...”. è vero in generale e in fondo le tessere mancanti sono proprio quelle che riguardano più che lo Stato l’idea dello Stato come garante e promotore, capace di estirpare la malavita organizzata e di promuovere infrastrutture e servizi essenziali nel Mezzogiorno, di mantenere un giusto equilibrio tra sviluppo economico e sociale, di credere nel ruolo determinante della conoscenza e investire nella ricerca, di favorire le relazioni commerciali internazionali a partire da un forte impulso per una generale acquisizione delle tecnologie della comunicazione.

Ma non tutte le tessere mancanti sono imputabili a responsabilità generali. Rimane ancora un forte spirito localistico, una visione parcellizzata della rete urbana che peraltro è disomogenea e attraversata da profonde contraddizioni provocate da una crescita tumultuosa all’insegna della speculazione e dello sfruttamento delle risorse territoriali. Nemmeno le istituzioni distinguono tra grandi conurbazioni come la regione Lombardia o il sistema di comuni che formano l’area romana o napoletana e i tradizionali piccoli e medi centri del paese. Si ripropone il tema della dimensione dei sistemi abitativi in rapporto al nuovo modo di produrre e alle innovazioni tecnologiche, all’ambiente naturale e storico, al lavoro, ai modelli di vita delle persone che sono profondamente cambiati. Più che di riqualificazione urbana dal viaggio di Mascini emerge il bisogno di una riqualificazione del territorio. Insomma il futuro italiano è antico, e può ripartire proprio dalle città.

(www.rassegna.it, 5 dicembre 2005)

LINK