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Da ciò, l’attenzione posta al rapporto tra
formazione iniziale e formazione permanente, ai contesti in cui, più o
meno consapevolmente, nascono nuovi bisogni conoscitivi. Soprattutto
l’esigenza di recuperare il lavoro (non l’azienda) come sede di
apprendimento, di conoscenza, di crescita.
L’attenzione si sposta quindi al più generale tema
dei diritti, dell’azione collettiva dei lavoratori e delle parti
sociali.
In quattro capitoli, densi di spunti e proposte,
matura una “visione del sapere” che va oltre le “conoscenze
professionali”, oltre l’esigenza di professionalizzazione e
aggiornamento tipica di ogni percorso lavorativo. Il sapere e le
competenze, che maturano nei diversi apprendimenti, sono prima di
tutto frutto dell’agire sociale, riappropriazione dei contesti
produttivi in cui la capacità di emancipazione, che la conoscenza
permette ai singoli e ai gruppi, diviene più visibile.
Da qui una possibile leva per governare le
profonde trasformazioni tecnologiche intervenute nel modo di produrre,
proponendo nel contempo modalità non usuali di ricomposizione di
un’organizzazione del lavoro che i grandi processi di atomizzazione e
delocalizzazione hanno reso meno gestibile, almeno con la “nostra
attuale cassetta degli attrezzi”.
Una riflessione – quella del libro – che Meghnagi
non confina alla mera teoria, ma “traduce”, alla luce delle sue
esperienze di impegno diretto sul campo, in casi concreti di grande
importanza per le caratteristiche del nostro sistema produttivo a
partire dall’artigianato.
Un mondo che oggi, nel contesto di
deregolamentazione e di competizione basata solo sulla riduzione di
diritti e costo del lavoro, appare sempre più distante da quell’impostazione,
per cui dalle nuove contraddizioni che il contesto (direi la nuova
divisione internazionale del lavoro, così come si va configurando)
reca con sé non è detto si innervi solo conflitto, ma anche
cambiamenti nelle attività, sviluppo di nuove pratiche e nuovi assetti
produttivi. Meghnagi fornisce infatti una chiave di lettura
ottimistica per uscire da tali contraddizioni, incardinando su un
ruolo inedito delle parti sociali una funzione di “regolatori
attraverso la distribuzione di sapere condiviso” dello stesso
possibile conflitto che i nuovi paradigmi tecnologici possono portare.
Una strada su cui la Cgil, con tutti i limiti e le potenzialità che
conosciamo, ha mosso già i primi passi (cosa sono del resto i
tentativi degli Osservatori sui fabbisogni) ma che occorre percorrere
con più fermezza, anche al fine di affrontare nodi teorici (che il
libro lascia saggiamente aperti) primari. Primo fra tutti cosa
intendiamo oggi per “adattabilità dell’impresa”, in un contesto dove
la formazione continua trova alcuni suoi protagonisti poco interessati
a garantire quella qualità, quella responsabilità, quella condivisione
degli obiettivi che ne sono premessa.
Troppe volte infatti si ricorre al concetto di
“più sapere” come formula astratta senza poi una conseguente politica
declinata in scelte precise e concrete, con priorità e selezione delle
risorse e delle procedure. L’autore propone una “politica della
conoscenza” come grande provocazione per un paese e una collettività
che hanno bisogno di un grandissimo shock culturale per rimettersi in
carreggiata, per dare nuova sostanza agli stessi processi democratici
e alle forme di esclusione dai circuiti del fare e del decidere di cui
la conoscenza e la critica sono le precondizioni. Chiama tutti noi ad
una riflessione prima di tutto su come coniugare la nostra pratica
quotidiana con una complessità che dovrebbe individuare anche nuovi
soggetti e nuovi terreni (i “lavoratori della conoscenza”), perché è
chiaro che, senza gli uni, neanche gli altri possono fare grandi passi
avanti.
Una grande vertenza per il sapere (oltre i luoghi
classici ma fondamentali della scuola e dell’università) sui posti di
lavoro, per governare le stesse modalità organizzative della
produzione. Questa è in conclusione la necessità che il libro palesa,
scegliendo di non addentrarsi sul contesto politico e culturale in cui
sulla conoscenza (e sul diritto all’accesso, nelle sue varie forme),
uno scontro si è combattuto e si combatte contro la legge Moratti e le
sue scelte; terreno che non può che essere fondamentale per il futuro.
Questo rende ancora più attuale l’esigenza di una proposta di lungo
periodo, che sappia tenere insieme difesa i luoghi collettivi del
sapere, oggi esistenti, con la costruzione di nuovi “spazi” e nuove
pratiche (dove il pubblico, nella sua accezione più ampia di
dimensione collettiva risulti essere il protagonista principale) per
riportare all’unità un mondo del lavoro e una visione stessa del
“fare”, che per noi ha sempre svolto una funzione di emancipazione e
libertà, ancor prima che economica. |