Saul Meghnagi

Il sapere professionale

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Saul Meghnagi / Il sapere professionale

Dietro il sapere, il lavoro

 

di Fulvio Fammoni

Il sapere professionale
Saul Meghnagi
Milano, Feltrinelli, 2005
pp. 240, euro 18,00

Il sapere è sempre più strumento di emancipazione e di crescita individuale e collettiva.

Come indicare percorsi per rendere realmente esigibile tale diritto, come leggere e governare i profondi processi tecnologici che esso sottende, quale azione sindacale dispiegare per aumentare la “platea” dei soggetti costruttori e beneficiari del sapere, sono le domande di fondo entro cui si muove l’ultimo libro di Saul Meghnagi.

Un libro che assume in pieno l’interrogativo di come coniugare l’educazione degli adulti (e la connessa mobilità sociale) con l’affermazione di diritti fondamentali, legati alla dimensione più ampia della qualità del lavoro e della praticabilità di una cittadinanza moderna, che agisce nel villaggio dei contenuti e delle conoscenze globali.

In un momento particolare per il nostro paese, in cui la necessità di innescare maggiore qualità nei processi produttivi è sempre più forte, l’autore propone un percorso in cui la formazione diviene materia di intervento e riflessione strettamente connessa con la qualità del lavoro e dello sviluppo, con le modalità con cui concretamente un impoverimento della professionalità impedisce quelle interrelazioni che sono alla base dello stesso processo cognitivo.

Da ciò, l’attenzione posta al rapporto tra formazione iniziale e formazione permanente, ai contesti in cui, più o meno consapevolmente, nascono nuovi bisogni conoscitivi. Soprattutto l’esigenza di recuperare il lavoro (non l’azienda) come sede di apprendimento, di conoscenza, di crescita.

L’attenzione si sposta quindi al più generale tema dei diritti, dell’azione collettiva dei lavoratori e delle parti sociali.

In quattro capitoli, densi di spunti e proposte, matura una “visione del sapere” che va oltre le “conoscenze professionali”, oltre l’esigenza di professionalizzazione e aggiornamento tipica di ogni percorso lavorativo. Il sapere e le competenze, che maturano nei diversi apprendimenti, sono prima di tutto frutto dell’agire sociale, riappropriazione dei contesti produttivi in cui la capacità di emancipazione, che la conoscenza permette ai singoli e ai gruppi, diviene più visibile.

Da qui una possibile leva per governare le profonde trasformazioni tecnologiche intervenute nel modo di produrre, proponendo nel contempo modalità non usuali di ricomposizione di un’organizzazione del lavoro che i grandi processi di atomizzazione e delocalizzazione hanno reso meno gestibile, almeno con la “nostra attuale cassetta degli attrezzi”.

Una riflessione – quella del libro – che Meghnagi non confina alla mera teoria, ma “traduce”, alla luce delle sue esperienze di impegno diretto sul campo, in casi concreti di grande importanza per le caratteristiche del nostro sistema produttivo a partire dall’artigianato.

Un mondo che oggi, nel contesto di deregolamentazione e di competizione basata solo sulla riduzione di diritti e costo del lavoro, appare sempre più distante da quell’impostazione, per cui dalle nuove contraddizioni che il contesto (direi la nuova divisione internazionale del lavoro, così come si va configurando) reca con sé non è detto si innervi solo conflitto, ma anche cambiamenti nelle attività, sviluppo di nuove pratiche e nuovi assetti produttivi. Meghnagi fornisce infatti una chiave di lettura ottimistica per uscire da tali contraddizioni, incardinando su un ruolo inedito delle parti sociali una funzione di “regolatori attraverso la distribuzione di sapere condiviso” dello stesso possibile conflitto che i nuovi paradigmi tecnologici possono portare. Una strada su cui la Cgil, con tutti i limiti e le potenzialità che conosciamo, ha mosso già i primi passi (cosa sono del resto i tentativi degli Osservatori sui fabbisogni) ma che occorre percorrere con più fermezza, anche al fine di affrontare nodi teorici (che il libro lascia saggiamente aperti) primari. Primo fra tutti cosa intendiamo oggi per “adattabilità dell’impresa”, in un contesto dove la formazione continua trova alcuni suoi protagonisti poco interessati a garantire quella qualità, quella responsabilità, quella condivisione degli obiettivi che ne sono premessa.

Troppe volte infatti si ricorre al concetto di “più sapere” come formula astratta senza poi una conseguente politica declinata in scelte precise e concrete, con priorità e selezione delle risorse e delle procedure.  L’autore propone una “politica della conoscenza” come grande provocazione per un paese e una collettività che hanno bisogno di un grandissimo shock culturale per rimettersi in carreggiata, per dare nuova sostanza agli stessi processi democratici e alle forme di esclusione dai circuiti del fare e del decidere di cui la conoscenza e la critica sono le precondizioni. Chiama tutti noi ad una riflessione prima di tutto su come coniugare la nostra pratica quotidiana con una complessità che dovrebbe individuare anche nuovi soggetti e nuovi terreni (i “lavoratori della conoscenza”), perché è chiaro che, senza gli uni, neanche gli altri possono fare grandi passi avanti.

Una grande vertenza per il sapere (oltre i luoghi classici ma fondamentali della scuola e dell’università) sui posti di lavoro, per governare le stesse modalità organizzative della produzione. Questa è in conclusione la necessità che il libro palesa, scegliendo di non addentrarsi sul contesto politico e culturale in cui sulla conoscenza (e sul diritto all’accesso, nelle sue varie forme), uno scontro si è combattuto e si combatte contro la legge Moratti e le sue scelte; terreno che non può che essere fondamentale per il futuro. Questo rende ancora più attuale l’esigenza di una proposta di lungo periodo, che sappia tenere insieme difesa i luoghi collettivi del sapere, oggi esistenti, con la costruzione di nuovi “spazi” e nuove pratiche (dove il pubblico, nella sua accezione più ampia di dimensione collettiva risulti essere il protagonista principale) per riportare all’unità un mondo del lavoro e una visione stessa del “fare”, che per noi ha sempre svolto una funzione  di emancipazione e libertà, ancor prima che economica.

(www.rassegna.it, aprile 2005)

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