Agostino Giovagnoli

Il caso Moro

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Agostino Giovagnoli / Il caso Moro

La tempesta morale che sconvolse l'Italia

 

di Emanuele Di Nicola

Agostino Giovagnoli
Il caso Moro
Edizioni Il Mulino,
pagg. 392, € 22,00

Cinque processi e due commissioni d’inchiesta: questo il bilancio ufficiale del caso Moro, che Agostino Giovagnoli ricorda in apertura di volume. La sua ricerca muove da una precisa convinzione: “In questa ‘storia criminale’ è mancata, paradossalmente, proprio la storia”. A distanza di quasi trent’anni dagli eventi, per dirla con le parole di Giovanni Moro (figlio dello statista democristiano) il rischio è quello di “indulgere nella dietrologia”: arriva dunque questo saggio - una ricostruzione acuta e articolata dei cinquantaquattro giorni che segnarono il passo nella nostra repubblica - a riportare la discussione sotto un’ottica scientifica per analizzare il problema con il microscopio dello studioso.

Giovagnoli, docente di Storia Contemporanea all’Università Cattolica di Milano, è nemico della semplificazione: da qui la scelta consapevole della “storia politica, con particolare attenzione al conflitto o ai conflitti che, sul piano etico, l’hanno accompagnata”. Per introdurre la questione - cosa accadde quel 16 marzo 1978? - l’autore impiega un paragone semplice ma efficace: come in una tragedia attica, così la società italiana fu scossa da una “tempesta morale”, trovandosi imbrigliata in un dibattito etico composto da diversi attori. Il leader socialista Bettino Craxi, si affermerà più avanti, ricoprì la parte di Antigone: l’eroina di Sofocle voleva dare degna sepoltura al fratello, traditore di Tebe, nonostante la legge fosse contraria, invocando il diritto alla disobbedienza e il rispetto per l’essere umano.

Nel percorso del libro, che inizia dalla strage di via Fani e si conclude con la morte di Aldo Moro, viene rigorosamente rispettata un’illuminante cronologia, giorno per giorno, capace di chiarire le dinamiche profonde del sequestro; ma allo stesso tempo l’autore si sofferma sul dibattito storiografico, le porte socchiuse e le questioni impenetrabili, tentando di sciogliere i maggiori nodi della vicenda. E’ così che arriva a chiedersi se la formazione del quarto governo Andreotti,

con la non sfiducia dei comunisti, ci sarebbe stata ugualmente in condizione di normalità (l’esecutivo fu votato il giorno stesso del rapimento); la conclusione è che il percorso parlamentare era ormai avviato ma la degenerazione degli eventi fu indubbiamente una spinta decisiva.

Questo è solo un esempio del metodo di Giovagnoli, che propugna una significativa teoria di fondo: tutte le carenze del caso Moro, sia nelle indagini che nella gestione pubblica della vicenda, sono dovute alla paralisi della politica italiana. In quel periodo concitato la Democrazia Cristiana, pur essendo un governo monocolore, aveva stretto un accordo parlamentare con altri cinque partiti di maggioranza; prima di muovere qualunque passo doveva quindi ampiamente consultarsi con le altre forze, spesso in contrasto tra loro (come testimonia il lungo attrito tra comunisti e socialisti). Da qui deriva per l’autore un’autonomia molto limitata, protesa verso il compromesso per evitare un’eventuale crisi di governo, che di fronte alla sfida terroristica si trova di fatto disarmata. Ma non è solo questo il motivo che permise “l’attacco al cuore dello Stato”: altre radici sono da ricercarsi nella riforma dei servizi segreti, che nel 1977 affidò i comandi antiterrorismo dei Carabinieri ai nuclei provinciali, provocando un autentico smantellamento come da richiesta storica delle sinistre. Per Giovagnoli i servizi erano effettivamente deviati, non di rado collusi con ambienti neofascisti e pregiudizialmente ostili a quelli di sinistra, ma la verità è un’altra: “il fenomeno del terrorismo venne sottovalutato o, forse, sarebbe più esatto dire che fu incompreso, tanto da essere persino pubblicamente negato”.

Nel dipanarsi della vicenda Moro tanti sono i risvolti indagati nel libro, spesso attraverso memoriali, verbali di partito, testimonianze dell’epoca: partendo dalle lettere del Presidente della Dc, la cui autenticità fu inizialmente negata per non restituire un’idea di debolezza, sino al dibattito interno alla sinistra. Da dove venivano i terroristi? Su quest’argomento bollente è ripresa la celebre definizione di Rossana Rossanda, che vedeva le Br inserite nello stesso “album di famiglia” dei militanti del Pci, contrapposta a quella di Berlinguer, sostenitore dell’estraneità con il dito puntato sul panorama extraparlamentare. Attraverso una prosa chiara ed accattivante Giovagnoli disegna scenari, traccia contrapposizioni, azzarda confronti tra le forze politiche e rivendica un merito innegabile: non limitandosi alle dinamiche criminali in senso stretto, anzi scansandole con garbo disinteressato, è abile nel ricondurre il caso Moro sullo sfondo della storia d’Italia.

E’ così che la vicenda, spesso indagata come parentesi “aliena” del nostro passato, è riportata finalmente all’imprescindibile contesto: dietro il timore dell’epoca si muovono due grandi forze politiche a confronto, Dc e Pci, sull’orlo di una svolta decisiva. Se i democristiani accettavano i comunisti al governo accantonando la loro decennale opposizione, dall’altra parte l’inversione fu ancora maggiore: rompendo il delicato equilibrio internazionale, compresa la rete di rapporti con l’Unione Sovietica, il Partito Comunista riconosceva che “la Repubblica è meglio del fascismo” (definizione di Paolo Bufalini), smetteva di ricoprire il suo ruolo anti-Stato e, dinanzi alla seria minaccia che queste correvano, si impegnava a traghettare il popolo della sinistra verso la difesa delle istituzioni. Terzo attore della vicenda, per nulla comprimario, è il Partito Socialista: la “svolta” della trattativa, a cui è dedicato ampio spazio, non conosce però un’interpretazione univoca. Nonostante l’illustre paragone letterario Craxi avanzò una proposta soltanto formale, impegnato ad occupare uno spazio politico lasciato ancora scoperto: umanitarismo socialista o calcolo elettorale? Giovagnoli, con l’equilibrio dello storico navigato, percorre entrambe le strade ma infine sospende il giudizio. Infine le Brigate Rosse, che non seppero cogliere la congiuntura della situazione: prese dalla loro “ossessione democristiana” pretesero fino all’ultimo un riconoscimento politico dal partito di governo (secondo l’autore un processo di “olpizzazione”), senza afferrare che anche le trattative con Caritas ed Amnesty International, nonché il celebre appello di Paolo VI, le avrebbero pienamente legittimate.

Il caso Moro si presenta dunque come una riflessione a mente fredda, frutto di uno studio approfondito ed avvincente. Nel nostro Paese - conclude l'autore - all’epoca “si radicava anche la convinzione che l’Italia avesse potuto svolgere un ruolo originale nel contesto internazionale, malgrado i limiti della sua forza, attingendo alle sue risorse morali e culturali più profonde”; ecco perché - osserva Giovagnoli - con la scomparsa di Moro non morì soltanto il protagonista di una stagione politica ma “un modo di intendere la nazione, di praticare la politica e di guardare il mondo”.

(www.rassegna.it, 23 giugno 2005)

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