|
Cinque processi e due commissioni d’inchiesta:
questo il bilancio ufficiale del caso Moro, che Agostino Giovagnoli
ricorda in apertura di volume. La sua ricerca muove da una precisa
convinzione: “In questa ‘storia criminale’ è mancata, paradossalmente,
proprio la storia”. A distanza di quasi trent’anni dagli eventi, per
dirla con le parole di Giovanni Moro (figlio dello statista
democristiano) il rischio è quello di “indulgere nella dietrologia”:
arriva dunque questo saggio - una ricostruzione acuta e articolata dei
cinquantaquattro giorni che segnarono il passo nella nostra repubblica
- a riportare la discussione sotto un’ottica scientifica per
analizzare il problema con il microscopio dello studioso.
Giovagnoli, docente di Storia Contemporanea
all’Università Cattolica di Milano, è nemico della semplificazione: da
qui la scelta consapevole della “storia politica, con particolare
attenzione al conflitto o ai conflitti che, sul piano etico, l’hanno
accompagnata”. Per introdurre la questione - cosa accadde quel 16
marzo 1978? - l’autore impiega un paragone semplice ma efficace: come
in una tragedia attica, così la società italiana fu scossa da una
“tempesta morale”, trovandosi imbrigliata in un dibattito etico
composto da diversi attori. Il leader socialista Bettino Craxi, si
affermerà più avanti, ricoprì la parte di Antigone: l’eroina di
Sofocle voleva dare degna sepoltura al fratello, traditore di Tebe,
nonostante la legge fosse contraria, invocando il diritto alla
disobbedienza e il rispetto per l’essere umano. |
|
con la non sfiducia dei comunisti, ci sarebbe
stata ugualmente in condizione di normalità (l’esecutivo fu votato il
giorno stesso del rapimento); la conclusione è che il percorso
parlamentare era ormai avviato ma la degenerazione degli eventi fu
indubbiamente una spinta decisiva.
Questo è solo un esempio del metodo di Giovagnoli, che propugna una
significativa teoria di fondo: tutte le carenze del caso Moro, sia
nelle indagini che nella gestione pubblica della vicenda, sono dovute
alla paralisi della politica italiana. In quel periodo concitato la
Democrazia Cristiana, pur essendo un governo monocolore, aveva stretto
un accordo parlamentare con altri cinque partiti di maggioranza; prima
di muovere qualunque passo doveva quindi ampiamente consultarsi con le
altre forze, spesso in contrasto tra loro (come testimonia il lungo
attrito tra comunisti e socialisti). Da qui deriva per l’autore
un’autonomia molto limitata, protesa verso il compromesso per evitare
un’eventuale crisi di governo, che di fronte alla sfida terroristica
si trova di fatto disarmata. Ma non è solo questo il motivo che
permise “l’attacco al cuore dello Stato”: altre radici sono da
ricercarsi nella riforma dei servizi segreti, che nel 1977 affidò i
comandi antiterrorismo dei Carabinieri ai nuclei provinciali,
provocando un autentico smantellamento come da richiesta storica delle
sinistre. Per Giovagnoli i servizi erano effettivamente deviati, non
di rado collusi con ambienti neofascisti e pregiudizialmente ostili a
quelli di sinistra, ma la verità è un’altra: “il fenomeno del
terrorismo venne sottovalutato o, forse, sarebbe più esatto dire che
fu incompreso, tanto da essere persino pubblicamente negato”.
Nel dipanarsi della vicenda Moro tanti sono i
risvolti indagati nel libro, spesso attraverso memoriali, verbali di
partito, testimonianze dell’epoca: partendo dalle lettere del
Presidente della Dc, la cui autenticità fu inizialmente negata per non
restituire un’idea di debolezza, sino al dibattito interno alla
sinistra. Da dove venivano i terroristi? Su quest’argomento bollente è
ripresa la celebre definizione di Rossana Rossanda, che vedeva le Br
inserite nello stesso “album di famiglia” dei militanti del Pci,
contrapposta a quella di Berlinguer, sostenitore dell’estraneità con
il dito puntato sul panorama extraparlamentare. Attraverso una prosa
chiara ed accattivante Giovagnoli disegna scenari, traccia
contrapposizioni, azzarda confronti tra le forze politiche e rivendica
un merito innegabile: non limitandosi alle dinamiche criminali in
senso stretto, anzi scansandole con garbo disinteressato, è abile nel
ricondurre il caso Moro sullo sfondo della storia d’Italia.
E’ così che la vicenda, spesso indagata come parentesi “aliena” del
nostro passato, è riportata finalmente all’imprescindibile contesto:
dietro il timore dell’epoca si muovono due grandi forze politiche a
confronto, Dc e Pci, sull’orlo di una svolta decisiva. Se i
democristiani accettavano i comunisti al governo accantonando la loro
decennale opposizione, dall’altra parte l’inversione fu ancora
maggiore: rompendo il delicato equilibrio internazionale, compresa la
rete di rapporti con l’Unione Sovietica, il Partito Comunista
riconosceva che “la Repubblica è meglio del fascismo” (definizione di
Paolo Bufalini), smetteva di ricoprire il suo ruolo anti-Stato e,
dinanzi alla seria minaccia che queste correvano, si impegnava a
traghettare il popolo della sinistra verso la difesa delle
istituzioni. Terzo attore della vicenda, per nulla comprimario, è il
Partito Socialista: la “svolta” della trattativa, a cui è dedicato
ampio spazio, non conosce però un’interpretazione univoca. Nonostante
l’illustre paragone letterario Craxi avanzò una proposta soltanto
formale, impegnato ad occupare uno spazio politico lasciato ancora
scoperto: umanitarismo socialista o calcolo elettorale? Giovagnoli,
con l’equilibrio dello storico navigato, percorre entrambe le strade
ma infine sospende il giudizio. Infine le Brigate Rosse, che non
seppero cogliere la congiuntura della situazione: prese dalla loro
“ossessione democristiana” pretesero fino all’ultimo un riconoscimento
politico dal partito di governo (secondo l’autore un processo di “olpizzazione”),
senza afferrare che anche le trattative con Caritas ed Amnesty
International, nonché il celebre appello di Paolo VI, le avrebbero
pienamente legittimate.
Il caso Moro si presenta dunque come una
riflessione a mente fredda, frutto di uno studio approfondito ed
avvincente. Nel nostro Paese - conclude l'autore - all’epoca “si
radicava anche la convinzione che l’Italia avesse potuto svolgere un
ruolo originale nel contesto internazionale, malgrado i limiti della
sua forza, attingendo alle sue risorse morali e culturali più
profonde”; ecco perché - osserva Giovagnoli - con la scomparsa di Moro
non morì soltanto il protagonista di una stagione politica ma “un modo
di intendere la nazione, di praticare la politica e di guardare il
mondo”. |